Narrazione, stereotipi di genere e letteratura per l’infanzia

Di Giulia Selmi

Raccontare e ascoltare storie è un’esperienza distintiva delle relazioni tra gli esseri umani. Siamo tutti/e cresciuti/e al suono di storie: inventate di sana pianta dai nostri genitori, lette su un libro prima di dormire, ripescate nella memoria dei nonni, raccontate dalle insegnanti, create dalla nostra fantasia.

Ma queste storie che ruolo giocano nel processo di crescita? Ed in che modo sono connesse alla costruzione dell’identità di genere?

Al di là del loro aspetto ludico ed affettivo, in termini sociologici le storie sono uno dei principali strumenti di socializzazione e di apprendimento attraverso cui ogni società insegna ai nuovi membri le “proprie regole”, ovvero le modalità ritenute appropriate nelle relazioni sociali, la gestione delle emozioni e dei sentimenti, i confini della morale e, non in ultimo, i modi socialmente accettabili di essere donne e uomini. Potremmo dire che ogni società rende disponibile ai suoi membri uno specifico “kit narrativo” – fatto di trame, personaggi, ambientazioni, ostacoli e successi – che definisce lo spazio simbolico entro cui gli individui possono immaginarsi e attingere per costruire la propria identità e le proprie relazioni con l’altro/a.

Sotto un certo punto di vista, dunque, le storie sono un potente strumento di conservazione sociale e, soprattutto, di mantenimento dell’ordine di genere dominante.

Se diamo uno sguardo alle fiabe classiche, soprattutto nella loro versione mainstream diffusa dalla Walt Disney nel corso del ‘900, questo aspetto è particolarmente evidente. Le figure femminili, anche quando occupano formalmente il ruolo di protagoniste, sono passive e incapaci di gestire la situazione problematica in cui sono inserite. La risoluzione avviene sempre ad opera di un personaggio maschile: un cacciatore coraggioso che uccide il lupo, un principe valoroso che sfida un drago o un principe azzurro che assicura un matrimonio dopo il quale vivere felici e contente. L’alternativa alla passività è la malvagità: per esercitare un ruolo attivo nella storia i personaggi femminili devono abdicare alla loro umanità e diventare streghe vecchie e malvagie, regine cattive o matrigne senza cuore. Al contrario, i personaggi maschili sono i motori dell’azione, gli eroi che con forza, coraggio e lealtà conducono la storia al suo finale positivo.

Non sono solo le fiabe tradizionali, ma anche gli albi illustrati di molti autori e autrici contemporanei ad offrire modelli di genere stereotipati. Il progetto “Quante donne puoi diventare” promosso ormai dieci anni fa dal Comune di Torino (http://www.comune.torino.it/quantedonne/), per esempio, ha sottolineato come le immagini degli albi veicolino un preciso lessico simbolico del femminile e del maschile che assegna spazi, emozioni e ruoli ben distinti ai due sessi: da un lato personaggi femminili quasi sempre ritratti all’interno dello spazio domestico, incaricate dei lavori di cura, raramente coinvolte nel mercato del lavoro o in un’avventura come protagoniste e, dall’altro lato, personaggi maschili ritratti in poltrona a leggere il giornale, assenti nei rapporti di cura ed educativi con i/le figli/e e proiettati nel mondo pubblico e professionale.

Ma se la principessa deve sempre aspettare di essere salvata da un principe azzurro per risolvere la sua vita e un principe non può mai avere paura di fronte ad un drago, come potranno bambini e bambine dare spazio a desideri ed emozioni diversi da quelli proposti dai modelli culturali dominanti? Se le immagini degli albi continuano a rappresentare madri in cucina e padri al lavoro, come potranno i nuovi membri della società immaginarsi un mondo in cui cura e lavoro sono gestiti in maniera paritaria?

Da alcuni anni queste domande hanno guidato una produzione editoriale per l’infanzia che si pone come obiettivo quello di offrire immaginari plurali e non stereotipati sulla maschilità e sulla femminilità entro i quali bambini e bambine possano rintracciare delle strade per la ricerca e la rappresentazione di sé alternative a quelle usualmente disponibili.

Il primo esempio editoriale in questo senso in Italia è stata la collana degli anni ‘70 Dalla parte delle bambine curata da Adela Turin (ripubblicata recentemente nell’albo Rosa confetto e altre storie edito da Giunti) in cui le disuguaglianze nella famiglia, la violenza e gli stereotipi di genere vengono affrontati contemporaneamente con delicatezza e determinazione.

Più recentemente, è nata la casa editrice Settenove (http://settenove.wordpress.com/), una casa editrice indipendente che ha come obiettivo esplicito quello di promuovere la parità di genere e contrastare la violenza. L’ha fatto fino ad ora pubblicando alcune storie eccezionali che mettono le mani negli stereotipi: Mi piace Spiderman… e allora? di Giorgia Vezzoli, dove Cloe, a partire dalla sua cartella di Spiderman che tutti considerano “da maschio”, racconta con il disincanto di una bambina di 6 anni le difficoltà di divenire donna tra i modelli di genere dominanti; oppure Ettore, l’uomo straordinariamente forte di Magali Le Huche, che lavora in un circo dove è ammirato per la sua grande forza, ma ha una segreta passione per fare la maglia; o, ancora, C’è qualcosa di più noioso che essere una principessa rosa di Raquel Dìaz Reguera, dove la principessa Carlotta si stufa del rosa e va alla ricerca di altri colori ed altre esperienze.

Un’altra casa editrice estremamente interessante è Lo stampatello (http://www.lostampatello.com/) di cui il testo Piccolo Uovo di Francesca Pardi è forse il più noto. In questo caso il fuoco di interesse del progetto editoriale è l’omogenitorialità e l’omoaffettività più in generale e attraverso numerosi testi – tra cui il bellissimo Il grande grosso libro delle famiglie di Mary Hoffman oppure Il bell’anatroccolo di Harvey Fierstein – cerca di offrire a bambini e bambine uno spaccato delle molteplici modalità di amore, di relazioni, di famiglie e di identità.

Seppur ancora minoritarie rispetto alla produzione editoriale mainstream, queste altre storie sono troppo numerose per essere nominate tutte, nonostante ognuna di esse aggiunga un tassello al processo di decostruzione dei modelli tradizionali di genere ed uno spiraglio per la libertà di bambini e bambine. Per scoprire una rassegna ragionata di tutte queste storie, uno strumento estremamente utile è il catalogo “Leggere senza stereotipi” realizzato dall’associazione Scosse (http://www.scosse.org/leggere-senza-stereotipi/) per promuovere un approccio non sessista alla lettura sin dalla primissima infanzia. Buona storie nuove!