Naturale e artificiale

Quali sono i criteri che potrebbero permettere di distinguere tra naturale ed artificiale? La domanda potrebbe sembrare  oziosa, ma già Monod, affrontandola ne “Il caso e la necessità” si trovava di fronte a grosse difficoltà. Seguendo il suo ragionamento “Il primo passo consisterebbe nella formulazione di semplici criteri strutturali, vale a dire nell’assunzione che gli oggetti artificiali dovrebbero distinguersi dai naturali per a) la semplicità geometrica delle simmetrie e per b) la ripetizione delle forme. Sulla base di queste due criteri la macchina affermerebbe giustamente (e in conformità con le nostre classificazioni comuni) che i fiumi e gli oceani, le pietre e le rocce sono oggetti naturali, mentre i barattoli di conserve vuoti trovati tra le immondizie, gli edifici, le macchine e gli arnesi di vario genere sono oggetti artificiali. Guidata però dagli stessi criteri semplici, la macchina elencherebbe tra gli oggetti artificiali anche i cristalli, gli alveari, le ragnatele. Se poi non si limitasse allo studio degli oggetti macroscopici, giudicherebbe oggetti artificiali anche le particelle chimiche, gli atomi e le cosiddette particelle elementari. Ma, ciò che è peggio, finirebbero in questa categoria anche tutti gli esseri viventi, poiché anch’essi sono contraddistinti da strutture simmetriche semplici, e soprattutto, hanno forme che si ripresentano per generi”1.

Potremmo proseguire lungo questo discorso, senza riuscire ad arrivare ad una conclusione soddisfacente, rendendoci man mano conto della  “artificialità” dei criteri, rilevando l’inconsistenza dei confini che essi tracciano, nonché l’insoddisfazione che a noi ne ritorna.

D’altra parte, a circa trent’anni dalla conferenza di Asilomar, in cui su proposta di Berg si decise una moratoria su alcune ricerche di biogenetica, ci sembra passato un secolo. Questo intervallo di tempo ha mostrato l’impossibilità della moratoria
e il proliferare  di manipolazioni genetiche.

Quello è stato forse l’ultimo tentativo di porre dei confini alla ricerca, facendo appello alla natura, al “rispetto della natura” e non a criteri etici. Questo probabilmente è stato il limite intrinseco alla proposta di Asilomar: ritrarsi in nome della natura, quasi assegnando ad essa un “sapere segreto”, una razionalità affermatasi nel corso dell’evoluzione. Da allora nulla può più essere pensato come prima, non foss’altro perché il progredire delle ricerche ha portato alle attuali manipolazioni genetiche che impediscono un ritorno indietro. Ma era possibile la riuscita di quel tentativo oppure era il canto del cigno di un rapporto con il “naturale” che già era stato superato? Davanti a prospettive  mirabolanti, dal vincere le malattie allo sfamare il mondo intero, era giusto, o meglio, possibile fermarsi? Certo, non tutte le promesse sono state mantenute (anzi, alcune di esse si sono dimostrate fallaci), ma la strada che si intravedeva era quella.

Oggi si sta affermando sempre più un ritorno “culturale” al “naturale”, dalle cure del corpo a quello dell’assistenza, dal cibo alla vita quotidiana. Singolare contraddizione, a partire da un “artificiale” come la cultura si cerca di tornare al “naturale”; questo a rilevare quanto sia critica questa via, meglio, quanto questa stessa via si avviti su se stessa riportandoci alle  aporie dell’origine.

Ma se solo pensiamo ad allontanarci da questi aspetti che contrappongono il biologico al culturale, entrando in campi di interesse più attinenti alla rivista, ci accorgiamo che le cose si complicano ulteriormente, anche perché alcuni passaggi, la nascita e la morte ad esempio, che sino a ieri erano affidati al naturale, che quantomeno erano cicli di vita nei quali non si  interveniva da parte degli uomini, oggi diventano “scelte”, cioè percorsi suscettibili di decisione e intervento da parte di altri soggetti, o sulla scorta di conoscenze acquisite.

Prenderemo alcuni passaggi, cercando di fermarci su elementi che a noi paiono problematici o quantomeno confusi.

Il primo esempio è quello dell’essere o divenire genitori. Dato esemplificativo, se pensiamo a tutti i discorsi che prolificano sulla “genitorialità”, quasi che la stessa possa essere suscettibile di applicazioni ai soggetti rendendoli genitori. Proviamo ad articolare logicamente il passaggio (per quel che la logica può valere in questi ambiti).

Il discorso sulla “genitorialità” presuppone l’esistenza di una qualità che, applicata a dei soggetti, li rende “genitori”.

Ora, ci rendiamo conto dell’estremizzazione insita nella semplificazione, ma bisogna pur riportare le parole alla loro origine e radice per riuscire a capire qualcosa. D’altra parte, chiunque abbia avuto modo di seguire lo  psicologismo dilagante sull’argomento, potrà ben ritrovarsi nella semplificazione.

Il nodo sta nel supporre l’esistenza di una qualità che, presa dal “naturale” dell’esser genitori, possa essere trasferita “artificialmente” ad altre situazioni per contiguità o appartenenza di classe. Se si pensa ai colloqui fatti alle coppie adottive per verificarne le “capacità genitoriali” (termine oggi in voga), si potrà  convenire  che la relazione d’esistenza o di giustificazione del termine è questo.

Qui quel che appare macroscopicamente occultato è il desiderio di divenire genitori, il desiderio di un figlio, ma non vi è sapere che possa precedere o mettere al riparo da quel che l’evento (inteso come incontro con il proprio desiderio) possa significare per il soggetto. Né, tanto meno, da questo incontro possiamo estrarre un sapere universale, trasmissibile e  trasferibile. D’altra parte anche  inneggiare alla supposta “naturalità” di questo evento, significa occultare i conflitti, le inquietudini, i dubbi, che agitano il soggetto, lo attraversano nei momenti di passaggio, quando sta a lui, solo a lui poiché nessuno lo può sostituire, operare delle scelte.

Qui allora vediamo come la separazione tra naturale ed artificiale appaia inutile, a meno di negare quel che accade e quindi ridurlo a uno dei due poli, seguendo quell’intenzione che caratterizza l’essere nel mondo.

(Ma, venendo all’essere genitori, vorremmo rimandare all’articolo “Apologia del genitore inadeguato” comparso su questa stessa rivista numero VII-6, per evitare di perdere spazio riducendo altresì la complessità dell’argomento).

Prendiamo un altro passaggio, quello della maternità. Non vogliamo entrare nella disputa sulla nuova legge sulla fecondazione artificiale, esula dai nostri scopi. Soffermiamoci però sull’impazienza che a volte accompagna la fecondazione artificiale, sui gesti  piegati ad uno scopo, da cui sparisce la spontaneità, la dimensione di ricerca dell’altro. Oppure sul tempo che viene compresso sui ritmi del corpo, un corpo che si pensa di poter  governare interamente, non più segnato dal desiderio  ma dall’imposizione. L’artificialità che la fecondazione artificiale introduce sembra occultare il corpo, piegarlo alla volontà, all’onnipotenza di un tempo programmato, stabilito, definito, padroneggiato dal soggetto. Soggetto che ordina il biologico, il bios, la vita, secondo una propria volontà. Vi è forse qualcosa di più artificiale di questo proposito declinato secondo la “naturalità”? Non stiamo forse sostituendo nell’immaginario a Frankenstain il cyborg, plasmabile, riparabile, intercambiabile che popola la fantascienza?

Il tema del corpo e quello del tempo si legano così lungo la dimensione dell’onnipotenza. Pensiamo anche di poter stabilire i tempi della morte, basandoci sulla presenza del dolore. Così, in un cerchio che si chiude, stabiliamo l’inizio e la fine, dove i criteri artificiali poggiano su una supposta “naturalità”, quasi che la natura avesse in sé fini etici che attendono solo di essere svelati e generalizzati.

Tra il governo assoluto di scopi e trame che ordinano il mondo, la supposta naturalità degli stessi, oscilla la nostra onnipotenza, staccandoci dal corpo per  governarlo, tranne essere traditi dallo stesso per abbandonarlo.

Se quindi il mondo artificiale ci sembra segnato da questi percorsi, non riteniamo comunque che il ritorno al naturale possa essere una soluzione. Questo naturale ci sembra segnato da quello stesso sguardo che ha permesso l’estrazione dell’artificiale, ponendo una dicotomia oggi poco utile, se non a capire come questo possa essere accaduto.

Si può allora tentare una via di recupero di un tempo della comprensione, non più segnato dal naturale, ma neppure confinato nell’artificiale (in questo  solidali nel  loro esclusivo scorrere). Un tempo che implica la presenza del soggetto al mondo, il suo sguardo che gli dà significato, intrecciato con gli sguardi e i tempi che ci hanno preceduti, abitati da un conflitto che ci ha tolto la padronanza nella nostra casa, consapevoli della divisione che ci attraversa e ci segna come soggetti.

Tra nostalgia dell’origine e negazione dell’origine si apre lo spazio possibile per la soggettività.

Perduta l’innocenza, si tratta di sfuggire all’onnipotenza, per abitare il tempo, per prenderci tempo, segnati dai limiti che ci separano dalla natura e in parte ad essa ci ricongiungono.

Lungo questo crinale possiamo evitare  di rimpiangere i tempi andati o di esultare per i tempi futuri, nello spazio esile, fragile che segna il presente.

Note Bibliografiche

1 J.Monod, Il caso e la necessità, Mondadori, 1976

Bibliografia

S. Amsterdamski, Enciclopedia Einaudi, Naturale/Artificiale