Nel labirinto delle relazioni educative

Operare come educatore professionale significa essere “agente di cambiamento”

Una premessa: funzioni e ruolo di un educatore professionale in ADM

Da una attenta analisi di molti servizi di Assistenza Domiciliare ai Minori (ADM) si può notare come gli interventi siano spesso attivati senza un’effettiva consapevolezza delle potenzialità che essi offrono e senza un’effettiva conoscenza del ruolo e delle funzioni di un educatore professionale.

Sono sempre più diffusi, ad esempio, interventi che, in un contesto di relativa valorizzazione professionale, sacrificano le finalità educative per soddisfare bisogni di baby sitting e di sostegno scolastico; o che hanno lo scopo di sopperire alla carenza di altri servizi, come nel caso dell’assolvimento di attività diagnostiche sul nucleo famigliare.

Nell’iniziare questo articolo vogliamo ribadire alcuni elementi costitutivi della figura dell’educatore, elementi che spesso non trovano riscontro nei servizi in cui le attività sono svolte al domicilio del minore (a partire dai servizi voucherizzati, dove le prestazioni lavorative sono pagate ad ore).

L’intervento educativo, in tale ambito, non è semplicemente un servizio per un’altra persona, ma si identifica in un’attività di lavoro che si svolge con l’utente e che è intesa a produrre un cambiamento.

Operare come educatore professionale significa essere “agente di cambiamento”, accompagnare il minore nel suo percorso di crescita e non “fornire al minore una prestazione”. A tale fine non è possibile esimersi dall’entrare in contatto e dal considerare e interagire
con le diverse dimensioni esistenziali che contraddistinguono ogni individuo: la corporeità, l’ambiente di vita, la dimensione psicologica e quella relazionale.

In questo modo è possibile operare a favore dei soggetti ai quali ci si rivolge per la costruzione di un progetto di vita che sia in grado di integrare le risorse personali con le risorse esterne. E’ importante rimarcare, infatti, che i cambiamenti che l’educatore attiva e favorisce non riguardano mai un singolo minore ma coinvolgono, in varia misura, anche l’insieme delle sue reti di relazione ed i suoi spazi di vita. Svolgere tutte queste funzioni è ben altro che fare i compiti con un bambino, stare a casa sua quando i genitori sono assenti o “fingere di giocare con lui” solo per verificare l’adeguatezza o l’inadeguatezza dei genitori.

L’incontro tra l’educatore e il minore deve tendere ad instaurare una relazione educativa, alla costruzione di un significativo coinvolgimento attivo del minore, in assenza del quale si determina la impossibilità di qualsiasi forma di maturazione o cambiamento.

Molte attività dell’educatore professionale sono legate al quotidiano, al fare con ed alla condivisione di tempi e spazi con il minore. Tali azioni sono strumenti che servono ad instaurare una relazione educativa ed a produrre un cambiamento all’interno di un rapporto circolare dove il dare e avere è riferito sia all’educatore che all’utente.

Nell’attivare questi interventi l’attenzione dell’educatore professionale non è posta solo a quello che egli compie ma anche a quello che l’utente percepisce. Un intervento può risultare teoricamente ineccepibile, ma perdere di efficacia se rispetto ai suoi intenti la percezione dell’utente è totalmente diversa.

Le attività che l’educatore svolge a diretto contatto con il minore, al centro delle quali, cioè, vi è proprio la relazione educatore–utente, devono essere mirate ad obiettivi precisi e non improvvisate. In altri termini, esse devono essere caratterizzate da intenzionalità. Proprio la capacità di procedere avendo in mente finalità, obiettivi e tempi dell’intervento è l’elemento qualificante del lavoro dell’educatore professionale all’interno un servizio di assistenza domiciliare. Per fare questo, egli deve recuperare il tempo per svolgere, anche attraverso un lavoro all’interno dell’organizzazione di appartenenza, tutte quelle attività indirette (come la progettazione, programmazione, la verifica, la supervisione, etc), nelle quali il focus è rappresentato dall’organizzazione e dai processi dell’intervento.

Essendo poi la relazione educativa principalmente una relazione tra persone, essa pone ulteriromente la necessità del mantenimento di un equilibrio tra il coinvolgimento e il distacco. Non è concesso lasciarsi prendere dalle situazioni vissute dal minore, ma non si può neanche distaccarsene troppo, altrimenti si corre il rischio di mostrarsi disinteressati.

Il mantenimento dell’equilibrio tra queste due dimensioni è spesso molto difficile perché chiama in causa aspetti altamente personali dell’educatore che attengono alla sua sfera emotiva ed affettiva più che a quella riflessiva.

Educare in un labirinto di relazioni

Osservando dall’alto un labirinto, esso ci appare come un disegno geometrico ben delineato ed armonico, un disegno piacevole; ma se lo guardiamo dall’interno la prospettiva diviene completamente diversa.

Cerchiamo quindi di abbandonare l’approccio meta-descrittivo dell’assistenza domiciliare ai  minori per offrire una sua visione dal punto di vista di chi, come l’educatore professionale, in contatto quotidiano con minori in difficoltà, ne condivide tempi, spazi e luoghi, addentrandosi in un ambito e in un progetto che spesso, come un labirinto, crea una sensazione di smarrimento e non svela sin dai primi passi la via d’uscita.

Nell’intervento l’educatore professionale si colloca in una posizione definibile metaforicamente come un “ponte” tra diversi soggetti: ad esempio tra il Tribunale per i Minori ed i Servizi Sociali, tra l’assistente sociale ed il “caso” in carico di sua competenza, tra i genitori e ancora i Servizi Sociali, tra i genitori e i figli.

Egli, precisamente rappresenta un ponte che deve agevolare la comunicazione, la conoscenza, l’emergere dei bisogni di ogni singolo soggetto, rendendo visibile e condivisibile, il progetto educativo più adeguato attraverso una mediazione tra le diverse realtà.

Intorno al minore sono presenti una serie di soggetti formali (Servizi Sociali, Tribunale per i Minori, Unità operativa di Neuropsichiatria per l’Infanzia e l’Adolescenza, Scuola, etc…) ed informali ( genitori, parenti, volontari, amici, etc…), che spesso sembrano avere istanze divergenti, a volte interferenti con la progettualità stessa dell’intervento di assistenza domiciliare.

L’educatore, consapevole di operare in un servizio connotato da una forte tendenza all’imprevedibilità ed alla complessità, deve comunque far precedere ad ogni intervento momenti di riflessione sul cosa fare e sul come farlo.

Per evitare di ridurre la pratica educativa dell’assistenza domiciliare ad un fare fine a se stesso o ad un attivismo dettato da necessità operative immediate, è vitale allora trovare spazio, insieme a tutta l’èquipe, per pensare, per riuscire a tratteggiare i problemi sui quali si intende agire, in modo da rappresentarli, conoscerli, elaborarli, costruendo ipotesi, percorsi di lavoro.

Tuttavia, trovare questo tempo è sempre più difficile, in quanto molti servizi agiscono “sempre in urgenza”, sollecitati, ad esempio, da un decreto del Tribunale per i Minori.

Può capitare, infatti, che il Tribunale prescriva l’assistenza domiciliare, rendendo l’intervento “legge” e, conseguentemente, “obbligando” il Servizio Sociale ad attuarlo.

Esiste però una sostanziale differenza tra rispondere al mandato del Tribunale e inviare un educatore a domicilio.

È a questo punto che la competenza dell’educatore e la progettualità del servizio stesso entrano in gioco.

Per attuare un intervento sono necessarie alcune condizioni:

– una conoscenza del nucleo familiare (dinamiche tra i suoi membri, punti di vista dei diversi soggetti, compreso quello dei minori, identificazione delle risorse residue che lascino ipotizzare un progetto educativo possibile ed efficace)

– una minima disponibilità e collaborazione da parte dei genitori che nell’ambito del progetto vengono considerati come parte attiva sui cui fondare il progetto di cambiamento e di evoluzione del nucleo intero

– l’esclusione di situazioni di pregiudizio e di rischio tali da fare immaginare un altro tipo di intervento.

In assenza di tali prerequisiti, ai quali si perviene attraverso un lavoro di conoscenza e di osservazione svolta dall’èquipe dei Servizi Sociali, l’educatore professionale non può dare inizio alla sua attività .

Se essa inizia senza i presupposti citati e senza una approfondita analisi del bisogno espresso dalla famiglia, ci si troverà nella condizione di lavorare con un alto rischio di fallimento. Ad esempio, se l’educatore non è accolto, con un minimo di consapevolezza progettuale dai genitori, sarà molto difficile che possa entrare in casa ed essere investito di una simbolica possibilità di cambiamento e di trasformazione; più verosimilmente egli sarà vissuto come elemento persecutorio ed espulso in breve tempo.

Per l’assistente sociale, dal momento in cui un educatore entra nell’ambiente domestico, cresce in modo esponenziale la possibilità di conoscere il nucleo famigliare in carico. Ciò accade perché l’educatore si espone personalmente, accetta di correre il rischio di mostrarsi agli utenti per ciò che anch’egli è, instaurando, come già detto, una relazione educativa e reciproca, che spesso consente di raggiungere la persona negli spazi intimi della sua vita, contribuendo così ad approfondire e comprendere le ragioni del disagio per cui si è intervenuti.

L’assistente sociale accoglie i contributi dell’educatore come una ricchezza, un patrimonio di conoscenza e di informazioni che gli permettono di guardare avanti, verso l’evoluzione della situazione, ipotizzando il momento in cui il nucleo potrà camminare con le sue gambe e, quindi, si potrà “chiudere il caso” o, meglio, portare a termine il lavoro.

Si evidenzia chiaramente la “difficoltà” del ruolo dell’educatore: sapere stare sia da una parte (il servizio inviante) che dall’altra (il nucleo famigliare), finalizzando il proprio intervento e avendo sempre in mente le mete progettate.

Per l’educatore è importante integrare il suo progetto
educativo con il progetto complessivo del Servizio Sociale, affinché entrambi operino nella stessa direzione con un’attività omogenea e coerente. L’integrazione protegge l’educatore dal rischio di schierarsi da una sola delle due parti.

A tal fine è indispensabile mettere a disposizione dei professionisti, che sono parte integrante di un progetto di assistenza domiciliare (assistenti sociali, educatori professionali, psicologi) la possibilità di lavorare in èquipe, intesa come il luogo del pensiero, dell’ideazione di progetti, della verifica e valutazione, e non come il luogo del passaggio di informazioni espresse in poco tempo tra un’urgenza e l’altra.

In mancanza di un tale approccio metodologico – che purtroppo la realtà attuale vede sempre più spesso sacrificato -, gli operatori restano soli nella loro realtà operativa, spesso anche fisicamente, in quanto viene meno la stessa appartenenza al contesto lavorativo.

L’educatore si sente solo con il nucleo famigliare che gli è stato assegnato, e la gestione individuale del peso emotivo di ciò che vive nella realtà famigliare, lo induce a disinvestire e a proteggersi, minimizzando l’intervento e riducendo drasticamente il suo potenziale evolutivo e terapeutico, contribuendo a rendere un intervento di grande portata un intervento “dicibile” “documentabile” “numerabile” per gli amministratori, del quale, però, non si conosce e non si indaga la qualità e la ricaduta sociale.

Per gli altri operatori dell’èquipe si riduce così la possibilità di sentirsi in contatto con il lavoro dell’educatore aumentando il rischio di non sentirsi coinvolti e partecipi del processo, facendo a volte scattare meccanismi di difesa in cui si rischia di svalorizzare il lavoro educativo, riducendolo alla richiesta di mero svolgimento di una mansione.

Nei servizi in cui gli operatori hanno reciprocamente un buon rapporto, frequente e di qualità, l’intervento diviene uno strumento prezioso a disposizione degli utenti che ne beneficiano, fonte di gratificazione e di continua formazione.

Un altro elemento di complessità è il luogo dell’intervento. L’educatore professionale si trova, infatti, ad operare in un setting imprevedibile: il domicilio del minore, che non possiede tutte quelle sicurezze presenti in un servizio organizzato e gestito dall’operatore stesso.

Dal momento del suo ingresso nella casa, l’educatore instaura dei legami con le persone che incontra, legami che, come già detto, deve saper mantenere entro i confini professionali, e in virtù degli stessi, simboleggia con la sua presenza, quel “ponte” tra Servizi Sociali e famiglia.

Per l’educatore è importante far conoscere agli utenti l’altra parte del ponte, ovvero essere chiari sin dall’inizio riguardo alla propria appartenenza. Per poter fare questa operazione è necessaria l’esplicitazione di un progetto, dove siano indicate e condivise finalità, obiettivi e metodologie. Se invece l’educatore è sganciato dal servizio inviante o ha rapporti conflittuali con assistenti sociali o psicologi, inevitabilmente l’utente cercherà con lui un’alleanza contro il servizio e viceversa.

Inoltre in un servizio di assistenza domiciliare è necessario definire ed esprimere chiaramente il tempo dell’intervento educativo, perché una persona sappia che il legame instaurato durerà per un periodo definito. Ed è altrettanto importante avere deciso insieme agli utenti, in quale direzione si debba andare (quali obiettivi) per avere sempre un tracciato al quale rifarsi quando nella quotidianità si perde di vista la meta e per poter vedere insieme la strada da percorrere.

Nell’intervento di assistenza domiciliare, l’educatore può diventare un “ponte” tra genitori e figli, diretto a mediare la relazione tra due mondi che, a volte, faticano a comprendersi o a conoscersi. Ciò diventa possibile solo in virtù di un adeguato coinvolgimento e responsabilizzazione dei genitori sulla proposta di intervento sui loro figli, in quanto tale intervento non è sostitutivo delle figure genitoriali ma è un intervento di sostegno alla genitorialità: l’educatore non entra solo nella “casa del bambino” ma entra soprattutto nella “casa della famiglia”.

E’ inefficace progettare interventi educativi sui minori se i loro genitori non sono consapevoli del loro ruolo e del loro potere relazionale e di cambiamento sui figli. Quando non lo sono, e spesso purtroppo è così, in quanto si tratta di persone fragili e che a loro volta hanno subito maltrattamenti e abbandoni genitoriali, è necessario che l’educatore lavori su questo aspetto con pazienza e con lungimiranza, cercando di sperimentare tutte le strade possibili per “restituire” un genitore ad un figlio e viceversa. Senza un lavoro educativo in questa direzione si attuano azioni tampone che una volta esaurite, ovvero una volta che l’educatore esce dal sistema familiare, faranno ricomparire il disagio con tutta la sua forza.

Questi sono solo alcuni elementi caratterizzanti il labirinto dell’assistenza domiciliare, che può essere attraversato dall’educatore e dagli utenti non solo con la sicurezza, data dal filo di Arianna di un ritorno al punto di partenza, ma con la sicurezza, data dal pro-getto (gettare-avanti), di andare oltre, verso una nuova uscita.

Educatore professionale e mediatore familiare, consigliere nazionale Associazione Nazionale Educatori Professionali.

Educatore professionale e formatore, lavora presso il Comune di Varese servizio ADM

Bibliografia:

W. Brandani, P. Zuffinetti Le competenze dell’Educatore professionale, Carocci, Roma 2004

M. Cardini, L. Molteni, a cura di, L’educatore professionale: guida per orientarsi nella formazione e nel lavoro, Carocci, Roma 2003

M. P. Gardini, M. Tessari, L’assistenza domiciliare ai minori, Nis, Roma 1992

C. Janssen, L’Educatore nella casa del bambino, Casa editrice Ambrosiana, Milano 2002