Non avvenga che

… “Non avvenga che si offra come dono di carità ciò che è dovuto a titolo di giustizia” …

La “tre giorni del volontariato, della solidarietà, della cittadinanza”, promossa con molta fantasia e modernità a Torino da Radio notizie in collaborazione con i centri di servizio del volontariato del Piemonte, il Forum del volontariato e il Forum del Terzo settore nei giorni 24-26 settembre 1999, apre nuove prospettive alla pratica della solidarietà sociale e insieme pone alcuni aspetti problematici sia sul piano teorico che su quello operativo.

Il tema di uno dei seminari organizzati nell’ambito della “Tre giorni” – «Il senso della gratuità nell’azione sociale» – li ha fatti emergere abbastanza chiaramente.

I due fatti nuovi di questa Tre giorni, che conta ormai una storia di sette anni, è l’introduzione del tema del dono, che ha occupato le due relazioni scientifiche del prof. Alain Caillè dell’Università Sorbona di Parigi e del prof. P. Paolo Donati dell’Università di Bologna, e l’estensione della gratuità a tutta l’azione sociale, almeno a tutta quella del terzo settore.

Credo sia una grande conquista del volontariato aver fatto passare la cultura della gratuità, che originariamente gli è propria, anche ad altre espressioni di solidarietà, come il privato sociale e in genere il non profit. Dieci anni fa questo discorso non sarebbe stato recepito.

È un po’ singolare che la cultura della gratuità e del dono vada estendendosi, almeno in alcune sedi accademiche, proprio mentre sembra diventare sempre più dominante la cultura del mercantilismo, del mercato, del profitto che hanno poca affinità con la gratuità e col dono: è una ricerca, che chi ne possiede gli strumenti, potrebbe meritoriamente fare a vantaggio di tutti.

Che siamo in una fase di evoluzione culturale lo dimostra il fatto che la Tre giorni di Torino due anni fa aveva come leit-motiv la “reciprocità” come superamento della gratuità; quest’anno invece ha il “dono”.

In questa evoluzione però si intravedono alcuni problemi teorici e alcuni problemi pratici.

Ci sono problemi sul significato del dono.

Il dono non è necessariamente sinonimo di gratuità. Nel seminario di Torino si è parlato di gratuità “gratuita” e di gratuità “finalizzata”. I doni ad esempio che pervenivano ai parlamentari, soprattutto quelli che contavano, in occasione del Natale, così copiosi e imbarazzanti che si rese necessaria una ordinanza per impedirne l’accoglimento, erano gratuiti…, ma ben finalizzati.

I doni che Naaman Siro portò al re di Israele perché lo guarisse dalla lebbra erano gratuiti…, ma ben finalizzati.

È gratuito invece il dono come segno di amicizia; ancor più se è segno di amore, come i doni del fidanzato alla fidanzata, o della sposa allo sposo; e ancor più i doni di cui ci ricopre Iddio.

Anche in questi casi c’è una reciprocità, ma non mercantile, bensì nella risposta di amicizia e di amore.

Il dono riferito al volontariato pone un altro problema: nel volontariato prevale la categoria del dono o quella del servizio?

Se ben guardiamo, la questione del dono riguarda più il volontario e le sue motivazioni che il beneficiario dell’azione volontaria: a questi interessa soprattutto che la prestazione di cui ha bisogno sia di buona qualità e sia data in modo che rispetti la sua dignità; si aspetta cioè un buon servizio, più che un buon dono.

Il dono suppone un rapporto anche affettivo, che non rientra necessariamente nel rapporto di aiuto, né dell’operatore professionale, né del volontario.

Gli aspetti etici poi del rispetto, della cortesia, della considerazione della persona, ciò che si usa chiamare umanizzazione dei servizi, sono elementi costitutivi di un buon rapporto di aiuto e della stessa professionalità.

E qui si pone un altro problema: il rapporto fra dono e diritto.

La Costituzione italiana garantisce una serie di diritti, che sono legati al riconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo e all’adempimento degli inderogabili doveri di solidarietà politica, economica e sociale, che non sono oggetto di dono, ma di adempimento di precisi doveri di giustizia.

Si è sentito dire in quel seminario da persona autorevole che la tutela dei diritti corrisponderebbe ad una cultura superata, antiquata.

C’è forse sotto l’idea che la tutela dei diritti dei cittadini non tocchi più allo Stato (cioè alla società civile organizzata e alle sue istituzioni regolate da leggi, ma alla libera iniziativa della società civile?

È significativo che si sia parlato di “dono assistenziale” e di “relazione sociale” invece che di azione sociale.

Sono temi che hanno bisogno di approfondita e vigile riflessione, non dimenticando l’insegnamento della enciclica “Quadragesimo anno” di Pio XI, ripreso poi dal Concilio: “non avvenga che si offra come dono di carità ciò che già è dovuto a titolo di giustizia”

(Cost. sull’apostolato dei laici, n.8). (………..)

Articolo tratto dalla “Rivista del volontariato” n°2, IX, 1999