Non profit in Lombardia: spazio per 7 mila nuovi occupati

Nel 1999 si creerà lavoro retribuito nelle cooperative, nelle associazioni e nelle fondazioni. è il risultato di una ricerca svolta dal Ce.R.G.A.S.-Università Bocconi di Milano

immagine relativa articolo

L’impresa solidale quale soggetto economico per creare nuove opportunità occupazionali in Lombardia” è il titolo di una ricerca svolta dal Centro di Ricerche sulla Gestione dell’Assistenza Sanitaria (Ce.R.G.A.S.) dell’università Luigi Bocconi di Milano, commissionata dall’assessorato alla Famiglia e alle Politiche sociali della Regione Lombardia.
Il risultato, in cifre, si traduce nella previsione di 7 mila nuove occasioni di occupazione nel prossimo anno all’interno della regione, confermando come l’economia solidale del vasto e complesso mondo delle imprese non profit possa rappresentare un’efficace area di decompressione rispetto a una situazione di disoccupazione, non più ciclica, ma definita dagli esperti “strutturale”, caratterizzantesi, cioè, quale elemento stabile non solo del mercato del lavoro, ma anche di tutte le dinamiche sociali attuali.
La necessità di una ricerca in Lombardia è nata dalla presenza via via più forte nel tessuto economico regionale delle imprese solidali, che da tempo sono emerse con evidenza nel “terzo settore”, delineandosi non solo come trainanti, ma così sviluppate da costituire un polo importante di crescita.
Tre sono stati i segmenti indagati: le associazioni solidali, le cooperative sociali e le fondazioni, che hanno fornito un quadro estremamente eterogeneo e diversificato, nel quale le aree di intervento sono varie, ma soprattutto svolte nell’ambito del sociale: dall’assistenza sanitaria alla ricerca, dall’educazione e formazione alla valorizzazione del patrimonio storico e artistico, dalla promozione di attività culturali all’assistenza alle categorie sociali più deboli, dalla tutela dell’ambiente alla promozione dei servizi alle persone.
Tra le caratteristiche notevoli del settore delle imprese solidali, occorre citare sicuramente la capacità di rispondere a bisogni che rimangono ancora oggi insoddisfatti e che, nonostante la prevedibile espansione
sotto la spinta demografica e socioculturale, continueranno a non trovare una corrispondenza completamente adeguata ed esauriente da parte delle strutture pubbliche. Una caratteristica conseguente a tutto ciò è, inoltre, l’essere labour intensive: in altre parole, cioè, le imprese del terzo settore forniscono una particolare tipologia di servizi, nei quali l’apporto del lavoro delle risorse umane non è sostituibile attraverso le tecnologie avanzate. Dunque, il quadro che è emerso dalla ricerca è quello di un’estrema dinamicità del non profit, che da subalterno all’impresa pubblica, finisce con il diventare alternativo o, addirittura, servizio per l’amministrazione pubblica stessa, trasformandosi quest’ultima, a sua volta, in utente. Traendo conclusioni di tipo generale dalla vasta ricerca del Ce.R.G.A.S., è possibile affermare che le imprese solidali sono coscienti di rappresentare una valida risposta ai problemi sociali, capace di adeguarsi in modo flessibile e rapido al mutare della domanda e al differenziarsi dei bisogni. Inoltre, l’incremento dei finanziamenti da fonti private, favorito dalle recenti normative in materia di defiscalizzazione e agevolazioni per le donazioni, apre la possibilità di una consistente espansione del terzo settore stesso.

L’indagine del Ce.R.G.A.S.

Tre sono le tipologie delle imprese non profit lombarde prese in esame: le associazioni solidali, le cooperative sociali e le fondazioni. Settemila 245 questionari sono stati distribuiti ad altrettante imprese solidali, la maggior parte delle quali di piccola o di piccolissima dimensione; 6358 sono state le associazioni contattate, 555 le cooperative, 332 le fondazioni. Circa un quarto di tutte queste imprese ha risposto, permettendo di formulare un campione ritenuto validamente rappresentativo della realtà.

I risultati e le previsioni

Secondo la stima fatta dagli esperti del Ce.R.G.A.S., le persone coinvolte a vario titolo nel non profit in Lombardia sono circa 600-650 mila, di cui un gran numero volontari, con un impegno settimanale limitato, che risulta comunque essenziale per la maggior parte delle imprese.
Svolgono un lavoro retribuito circa 40 mila persone, delle quali circa 25 mila sono dipendenti a tempo pieno. Nelle fondazioni il personale dipendente a tempo pieno rappresenta l’83 per cento del totale dei dipendenti, mentre questa percentuale scende notevolmente nelle cooperative e nelle associazioni. In queste ultime la figura del dipendente a tempo pieno rappresenta meno del 15 per cento del totale, mentre nelle cooperative la percentuale si avvicina al 50 per cento. Accanto ai lavoratori dipendenti a tempo pieno sono presenti molte altre figure, i lavoratori “atipici”, cioè collaboratori coordinati e continuativi, collaboratori occasionali, lavoratori con borsa-lavoro e contratto di inserimento lavorativo.
La fetta più grande di tutte le professionalità presenti nel complesso delle imprese solidali è rappresentata da donne.
I giovani sono presenti in modo significativo nelle cooperative, mentre la loro presenza è poco rilevante nelle fondazioni e nelle associazioni. Ma veniamo alle previsioni. Sempre in base alle stime degli esperti che hanno svolto la ricerca e la successiva analisi dei dati ottenuti, le nuove posizioni professionali retribuite che si apriranno nel 1999 saranno circa 7mila. La metà di queste saranno ricoperte da altrettanti lavoratori che troveranno spazio all’interno di circa 500 cooperative. Duemilacinquecento dipendenti dovrebbero essere inseriti in 800-900 associazioni e altri 1000 in circa 100 fondazioni. Dall’analisi della quantità degli occupati nel terzo settore in Italia, rispetto al totale degli occupati è, inoltre, facile stabilire come si tratti di un settore ancora sottodimensionato. Rispetto ai paesi maggiormente sviluppati, infatti, in questo campo l’Italia è decisamente ultima, con un 1,8 per cento. In Giappone la percentuale è del 2,5%, in Germania del 3,7%, in Gran Bretagna del 4%, in Francia del 4,2%, per arrivare al 6,8% degli Stati Uniti, dove, del resto, il non profit è nato, a partire dalle fondazioni e dalle charity, a scopo soprattutto educativo, culturale, sociale.

La radiografia dei 7 mila nuovi inserimenti del 1999

I settemila nuovi inserimenti in previsione per il 1999 avverranno in modo differente a seconda delle diverse aree funzionali.
Il 60% dei nuovi occupati nelle associazioni solidali sarà impiegato nella gestione degli interventi e nell’erogazione dei servizi; il 15% nell’organizzazione, nella gestione delle risorse umane e nella formazione; il 10% nella contabilità e nella gestione patrimoniale.
Nelle cooperative sociali il 91% dei nuovi inseriti dovrà gestire gli interventi ed erogare i servizi, mentre il restante 9% prenderà parte alle attività di organizzazione, di gestione delle risorse e di formazione.
Nelle fondazioni il numero più elevato di risorse umane sarà assorbito dalla gestione degli interventi e dall’erogazione dei servizi, con una percentuale del 63,8%, mentre il 14,5 per cento dei nuovi occupati entreranno nell’area funzionale della gestione patrimoniale, mentre un altro 14,5 per cento si occuperà delle politiche del marketing e della raccolta dei fondi.
Per ciò che concerne le posizioni contrattuali, tre saranno le figure prevalenti: il dipendente, il collaboratore occasionale e coordinato e continuativo, il consulente. La previsione per le associazioni solidali è di inserire il 22% di lavoratori a tempo pieno, il 20% di collaboratori coordinati e continuativi, il 30% di collaboratori occasionali, il 12% di consulenti.
Per le cooperative, invece, prevarrà l’inserimento secondo la formula più tradizionale del lavoratore dipendente. Il 46% delle cooperative prevede assunzioni di personale dipendente a tempo pieno, il 39% di personale dipendente part-time.
Per le fondazioni, infine, il 19% saranno assunzioni ordinarie a tempo pieno, il 13% part-time. Il 35% saranno invece collaboratori occasionali, mentre il 13% consulenti esterni. Per ciò che riguarda le figure professionali più richieste, nelle associazioni confluiranno insegnanti, formatori e animatori, infermieri, assistenti e tecnici sanitari, fisioterapisti, medici.
Nelle cooperative sociali di tipo A, infermieri e assistenti sanitari, insegnanti e formatori, economisti/ragionieri; nelle cooperative sociali di tipo B, operai generici, addetti alle pulizie, agricoltori, economisti/ragionieri.
Infine, nelle fondazioni confluiranno infermieri e assistenti sanitari, economisti/ragionieri, medici; vi saranno opportunità professionali anche per insegnanti, informatici, programmatori, assistenti sociali e psicologi.

Le iniziative della Regione a sostegno dello sviluppo delle imprese solidali

Il presidente della giunta regionale lombarda, Roberto Formigoni, in occasione della presentazione dello studio del Ce.R.G.A.S., ha ricordato l’impegno dell’amministrazione da lui guidata, a favore del non profit e del privato sociale. Nel 1997 sono stati stanziati dalla regione 12 miliardi per sostenere e accompagnare iniziative in risposta ai bisogni di bambini, malati e persone anziane, promosse da famiglie e aggregazioni di famiglie. La giunta regionale e i rappresentanti delle categorie produttive, dei sindacati e delle associazioni non profit lombarde hanno inoltre sottoscritto lo scorso maggio il “Patto per lo sviluppo”, mentre nel Programma Regionale di Sviluppo sono stati inseriti due progetti: uno per la promozione dell’associazionismo e del volontariato, l’altro, per l’attivazione di strumenti finanziari innovativi a favore delle cooperative sociali. Ultimamente, la cooperazione, relativamente ai servizi alla persona, è stata inserita nel progetto di legge regionale che recepisce i provvedimenti governativi di semplificazione burocratica e amministrativa (legge Bassanini).

Le associazioni e le organizzazioni di volontariato

I rapporti numerosi con la pubblica amministrazione indicano come la comune finalità sia il raggiungimento dell’interesse generale della collettività di appartenenza, contemporaneamente a una diversificazione mirata del soddisfacimento dei bisogni espressi. La moltiplicazione delle risorse da mettere a disposizione di questi attori sociali corrisponde alla necessità di dare una risposta alla domanda che sempre più chiaramente viene espressa da parte delle comunità. Se l’attuale tendenza si esprime nel fatto che nell’erogazione dei servizi alla persona la pubblica amministrazione deve mantenere il ruolo di regolatore e di garante delle politiche del benessere e deve essere capace di promuovere continuamente nuove opportunità, è importante che la scelta degli operatori e degli erogatori diretti dei servizi stessi avvenga su basi di efficienza e di efficacia. Anche in questo ambito, infatti, si sta affermando il criterio del controllo e della certificazione della qualità dei servizi offerti. Secondo i ricercatori del Ce.R.G.A.S. che hanno svolto l’indagine in Lombardia, a sostegno delle attività del volontariato “in questo ambito sono da proporre iniziative tese all’investimento nella formazione e nel costante aggiornamento delle risorse umane, in particolare per quei profili professionali maggiormente a contatto
con i fruitori di servizi e nell’ambito della gestione delle associazioni. Per garantire la continuità dell’erogazione dei servizi e per sostenere lo sviluppo dei diversi settori di attività è tuttavia indispensabile il sostegno all’inserimento di personale remunerato e dipendente, specie per quanto riguarda le due aree di attività che risultano più deboli: le relazioni esterne/marketing e la raccolta di fondi, e la direzione e gestione strategica. Le esigenze di flessibilità da parte delle associazioni nella gestione dei rapporti di lavoro possono essere favorite da iniziative che vedano la Regione e gli enti locali interlocutori di primo piano nei confronti delle forze sociali”.

Le cooperative sociali

Anche per le cooperative sociali si è individuata la necessità di un intervento di promozione e sostegno. “L’analisi svolta consente di definire alcuni elementi utili in sede di definizione ed implementazione di interventi atti a promuovere la crescita occupazionale in queste imprese solidali. Accanto a un notevole sviluppo del settore si rilevano infatti alcuni punti di debolezza gestionali e le esigenze ( o aspettative) in termini di servizi reali e finanziari che queste imprese esprimono nei confronti delle amministrazioni pubbliche.
Un primo segnale di debolezza si è evidenziato relativamente ai bassi livelli di attività di formazione svolta nelle cooperative unitamente ai bassi livelli di scolarità, non soddisfacenti in relazione al tipo di servizi offerti, rilevati per tutte le categorie di persone coinvolte (compagine sociale, personale retribuito, volontari).
Un secondo elemento è dato dalla forte dipendenza di questo settore dalle scelte e dagli orientamenti delle amministrazioni pubbliche. Occorre creare, invece, le premesse per la costituzione di un vero e proprio “mercato sociale”. Le cooperative sociali devono essere sostenute sulla strada della vendita di servizi al mercato, ai cittadini e alle loro associazioni. Su questo mercato esse hanno le caratteristiche per sostenere la competizione con altri soggetti, soprattutto in termini di qualità dell’offerta.
Un terzo elemento è costituito dal forte accento che le cooperative hanno posto sul tema dell’accesso agevolato a finanziamenti per lo sviluppo delle loro attività e dell’occupazione. Questo punto rimanda al più generale tema di come favorire il trasferimento tecnologico anche per le piccole o piccolissime imprese, come in effetti sono le cooperative sociali. Operando su un mercato sempre più aperto alla concorrenza, le cooperative sociali lombarde evidenziano precisi bisogni di sostegno e agevolazione nelle strategie di appropriazione tecnologica. Questo discorso vale sia per le cooperative di tipo A, per i sempre maggiori livelli di professionalità e contenuto tecnologico richiesti nei loro interventi sociosanitari ed educativi, sia per le cooperative di tipo B, in cui la “protezione” garantita per alcuni loro interventi dalla formula convenzionale tenderà in prospettiva a diminuire nell’ottica di favorire la concorrenza” (ricerca Ce.R.G.A.S.).

Le fondazioni civili

Anche per ciò che riguarda le fondazioni civili la ricerca commissionata dall’assessorato lombardo ha evidenziato alcuni punti di debolezza, identificabili, ancora una volta nello scarso ricorso alla formazione e all’addestramento del personale che si occupa di gestione patrimoniale e di relazioni e di raccolta dei fondi. Le linee di sviluppo individuate, quindi, vanno verso una maggiore apertura e verso il consolidamento organizzativo.
“Nella prima serie di interventi rientrano azioni volte ad aumentare la raccolta di risorse finanziarie attraverso criteri e tecniche manageriali, soprattutto favorendo l’introduzione e lo sviluppo degli strumenti della “finanza eticamente orientata” – conti etici, fondi comuni di investimento e obbligazioni etiche -, nonché programmi che favoriscano le relazioni istituzionali delle fondazioni civili con le fondazioni bancarie, il territorio e l’insieme del terzo settore. All’interno di interventi tesi al consolidamento organizzativo sono invece da privilegiare forme di sostegno a processi di formazione in campo, di tipo strettamente specialistico, in accordo con i programmi delle università lombarde e delle azioni promosse nell’ambito del fondo Sociale Europeo”.

Author