Nuove emergenze formative: tecnologia di ultima generazione e rischi globali

Nuove emergenze formative: tecnologia di ultima generazione e rischi globali

Se oggi i rischi sono globali anche le risposte devono essere globali e dunque dobbiamo prescindere da una formazione parcellizzata e tecnocratica. L’etica stessa deve entrare in una relazionalità complessa e dinamica che rispetti le interdipendenze della struttura globale della vita. Una saggezza epistemologica sistemica è la risposta più efficace ai rischi globali che minacciano il nostro mondo.

Fernando Sancén Contreras*, Anita Gramigna*

Nuove emergenze formative: tecnologia di ultima generazione e rischi globali

Se oggi i rischi sono globali anche le risposte devono essere globali e dunque dobbiamo prescindere da una formazione parcellizzata e tecnocratica. L’etica stessa deve entrare in una relazionalità complessa e dinamica che rispetti le interdipendenze della struttura globale della vita. Una saggezza epistemologica sistemica è la risposta più efficace ai rischi globali che minacciano il nostro mondo.

Fernando Sancén Contreras*, Anita Gramigna*

Introduzione

Il rapporto scienza-società-tecnologia rappresenta un nesso epistemico: comprende sia la struttura della tecnologia elaborata dalla scienza che quella della società. Tale nodo fa riferimento ai processi di costruzione, organizzazione e divulgazione della conoscenza, come alle interrelazioni dinamiche che costituiscono la società. Questo ha evidenti ricadute sul potere di intervento e di manipolazione del reale come della coscienza dei singoli. Così, la correlazione sapere-potere ci porta alla questione della responsabilità, oggi più che mai attuale a fronte dei nuovi rischi globali che incombono sul nostro mondo. Se la natura della relazione scienza-societàsapere-potere, è relazionale e trasformativa, il suo rapporto con la verità è nei processi di costruzione di un sapere che è esso stesso storico ed evolutivo. Come la scienza non può essere neutrale né perseguire verità assolute, così la responsabilità che siamo chiamati ad esercitare non può che essere dinamica, relazionale e complessa. Molta parte della nostra responsabilità morale oggi si gioca in rapporto alle tecnologie di ultima generazione: dalle biotecnologie, alle nanotecnologie sino alle più recenti sperimentazioni nel campo della fecondazione assistita, delle manipolazioni genetiche, eccetera.

La tecnologia produce una geografia valoriale che deve essere decifrata, per potervisi orientare con competenza critica. Di qui, la necessità di formare una consapevolezza epistemologica tesa alla costruzione di un’etica creativa che sa fare i conti con il carattere ibrido della scienza e della tecnologia attuali.

Se oggi i rischi sono globali (minaccia nucleare, nuove pandemie, terrorismo internazionale, degrado ambientale), anche le risposte devono essere globali e dunque dobbiamo prescindere da una formazione parcellizzata e tecnocratica, perché questa formazione prepara i nostri giovani, e dunque il nostro futuro, a cercare e a trovare risposte parziali. L’etica stessa, in quanto dinamica e processuale non può centrarsi sul benessere immediato e contingente del singolo ma deve entrare in una relazionalità complessa e dinamica che rispetti le interdipendenze della struttura globale – che è relazionale – della vita e che non può essere in contrasto con il benessere della gran parte della popolazione mondiale come del pianeta. Una saggezza epistemologica sistemica è la risposta più efficace ai rischi globali che minacciano il nostro mondo. Di qui la proposta educativa che qui formuliamo.

Riteniamo che un obiettivo educativo cruciale nel mondo contemporaneo è dato dalla costruzione di una conoscenza che mira alla condivisione di un codice dinamico, a grandi maglie: una conoscenza etopietica. Si tratta di un sapere che ci aiuti a rendere intelligibile il rapporto scienza-società-etica, e, trasparenti, le retoriche mass mediali.

In sintesi, gli snodi concettuali che strutturano nostra proposta sono i seguenti:

a) la scienza e la società sono in una interdipendenza relazionale dinamica che le co-costituisce entrambe;

b) la relazione viene colta come principio ontologico;

c) il principio di responsabilità, con la conseguente costruzione dei valori di un società e dunque con la conseguente percezione di quello che si decide di chiamare rischio o risorsa o sicurezza, risiede in questo spazio creativo che è dentro la dinamica Scienza-Società;

d) la sicurezza sociale deriva in gran parte dalla consapevolezza il più possibile estesa dei processi relazionali sottesi a questa dinamica e dalla conseguente necessità di pensare ad un’etica creativa, che, in questo dinamismo scienza-società, sappia sempre inseguire il benessere dell’umanità;

e) di qui l’importanza di una profonda formazione epistemologica a tutti i livelli del sistema formativo sia per gli studenti, sia per gli scienziati, nonché

f) di una scienza che, proprio in quanto prodotto sociale, non può essere neutra e, benché trovi in se stessa le sue strutture eidetiche, i propri valori-guida, per la sicurezza sociale, deve essere orientata al bene dell’umanità (e non di un certo tipo di mercato, o di impresa), perché nel mondo globale la nostra dipendenza reciproca ha dimensioni planetarie e quindi siamo oggettivamente responsabili gli uni degli altri;

g) di una tecnologia che non esaurisce la sua natura nell’applicazione della scienza stessa e di cui occorre chiarire una definizione per capirne, insieme alla sua struttura anche i suoi percorsi evolutivi;

h) la proposta è, ad un tempo, tecnologica, pedagogica ed etica, perché mira ad una profonda opera di coscientizzazione epistemologica.

L’interdipendenza creativa

Il sapere nei confronti della natura – che si traduce nella capacità e nel potere di dirigerla e di manipolarla – è alla radice dei cambiamenti sociali, come emerge con chiarezza in questo nostro tempo, unico nella storia dell’umanità, proprio perché è caratterizzato dall’intervento umano persino nella conformazione più minuta della materia; cosa che sta portando a cambiamenti radicali del soggetto e della società. Più che mai, in questo frangente storico, la conoscenza si muta in potere di trasformazione della natura, di costruzione del futuro e di condizionamento degli individui. Questo fenomeno che apre a scenari epocali sul piano del miglioramento delle condizioni di vita degli individui ma anche di rischi globali che vanno da un superinquinamento di nanoparticelle le cui conseguenze ci sono del tutto ignote, alla manipolazione della coscienza dei soggetti. La tecnica, a partire dallo studio e dall’applicazione delle leggi naturali, elabora dispositivi artificiali e meccanismi che oltrepassa quelli che sino a poc’anzi consideravamo come invalicabili limiti naturali, cosa che provoca non pochi quesiti etici insieme ad un diffuso senso di disorientamento, acuito dalla distanza che separa il crescente specialismo delle conoscenze tecnologiche e scientifiche dal sapere della gente comune.

Ma, come scrive lo studioso americano Arthur, questi processi ci preoccupano in quanto possono aprire nuovi e inediti problemi proprio nel mentre ne risolvono di vecchi aprendo la speranza di un futuro migliore. “Tuttavia, in quanto umani, non siamo in sintonia con questa speranza […] Nel profondo ci sentiamo in sintonia con la natura, con condizioni e ambiente originari: abbiamo familiarità con la natura, una confidenza che proviene da una convivenza lunga 3 milioni di anni. Noi abbiamo fiducia nella natura[1]. Quando le tecnologie tendono a sostituirsi ai processi della vita intervenendo sui meccanismi naturali i rischi possono assumere connotazioni di tipo psicologico, religioso ed etico che richiedono una diafanizzazione epistemologica sulla struttura dei fenomeni che attengono al complesso mondo della scienza e della tecnologia. Di qui il nostro tentativo di chiarire la definizione di scienza e di società, nonché la natura della loro relazione, per arrivare ad un chiarimento del concetto di tecnologia, perché è a partire da questa precisazione e dalla sua analisi che possiamo più efficacemente capire l’evoluzione della tecnologia e, con essa, offrire una risposta ai rischi che spesso la accompagnano.

Il controllo della scienza e della tecnologia, rappresentano l’elemento principale di conformazione e di trasformazione della società e degli individui che la compongono.

Di qui, la centralità, nella nostra proposta, di una competenza epistemologica e di una sapienza metaforica. Ovvero, l’importanza tutta pedagogica di acquisire il metodo “archeologico” e “genealogico” per de-costruire la struttura e le rappresentazioni che animano il discorso intorno alla tecnologia, a partire da una sua definizione condivisa che funga da chiave interpretativa dei problemi che essa risolve e/o solleva. Un primo problema riguarda una sorta di disagio, un disorientamento che una competenza epistemologica e metalinguistica può aiutare a decifrare. Si tratta del malessere generato da un contrasto di conoscenze: da un lato conosciamo molto bene le procedure ed i materiali dei singoli prodotti tecnologici, dall’altro non abbiamo le idee chiare sulla natura, sui principi di fondo, sulla struttura logica di quello che chiamiamo tecnologia. La percezione del rischio sociale dipende molto anche da questo iato conoscitivo perché ci impedisce di comprendere a fondo il meccanismo dell’innovazione, la sua direzione, i suoi scopi, le sue sudditanze. Così come una logica che non chiarisca cos’è concettualmente la tecnologia, manca una spiegazione coerente della sua evoluzione e dunque dei rischi ai quali ci espone. Il concetto di tecnologia che utilizziamo, nel mentre che ne elaboriamo i manufatti, struttura non solo le strategie intellettuali adottati, ma anche le procedure; infine, orienta le nostre domande in merito ai suoi rischi. Capire la sua architettura logica significa individuare la gerarchia costruttiva di elementi, strumenti, metodi e procedure che legano con coerenza il suo principio-guida agli scopi che insegue. Tale coerenza logica può essere definita anche “programma”. Il programma si avvale degli esiti della conoscenza formale come delle sue digressioni, dei suoi salti e rotture: è qui il centro del rapporto scienza-tecnologia. Ogni manufatto tecnologico attiene ad un vocabolario che ne fluidifica l’uso sociale; di più, la sua struttura organizzativa e operativa può essere concepita come un’espressione linguistica, la sua progettazione infatti è una composizione argomentata di strumenti, procedure e scopi. Di qui, l’importanza di una competenza linguistica e destrutturante che ci consente di individuarne le grammatiche peculiari, le quali si basano su di un insieme organizzato di simboli condivisi. Conoscere il processo che lega un problema ad una tecnologia in grado di risolverlo significa penetrare nell’epistemologia sia del problema sia della risposta tecnica e dunque degli effetti collaterali e dei rischi ad essi connessi. Questa conoscenza epistemologica ci può aiutare: a migliorare le prestazioni tecnologiche, ad adattarle a funzioni differenti e comprenderne le possibili concatenazioni causali. In breve: ad affrontarne i rischi.

Infine, al contrario di quanto avviene comunemente, noi riteniamo che rientri in questa categoria tutto l’insieme di mezzi concettuali, strategici e metodologici che fanno riferimento anche ai metodi e agli strumenti qualitativi delle scienze cosiddette umanistiche. Oggi più che mai, come mostra la più recente evoluzione delle nanotecnologie, una dicotomia netta e oppositiva fra scientismo e umanesimo non ha alcun fondamento epistemologico.

Una scienza ed una tecnologia orientate alla Polis

Cos’è la tecnologia? Il suo etimo ci suggerisce una definizione per così dire generativa, ovvero che l’analisi di questa definizione suscettibile della gemmazione di ulteriori concettualizzazioni: tékne significa arte-conoscenza in azione. È un fare-conoscere che si muove. Dunque, dato il suo legame con la scienza, concordi con molti dizionari, possiamo affermare si tratti di una scienza applicata, a questa definizione, in quanto filosofi, aggiungeremo che tale applicazione utilizza e produce conoscenza secondo scopi che sono pratici. Possiamo desumerne che si tratti di un mezzo – in quanto metodo, procedura, strumento sia concettuale che fisico – per giungere a dei risultati nella soddisfazione di bisogni, ma anche nella loro nuova elaborazione. Insomma, essa può essere macchina, prassi, componenti, strategia che condividono una logica.

Il computer, la scomposizione nano dei materiali ed il loro riassemblaggio, i microchip, lo schema di una intervista strutturata o semistrutturata, le griglie di valutazione di un elaborato scolastico sono tecnologie. Apparecchi, processi, strategie entrano a pieno titolo nel variegato mondo che chiamiamo tecnologia. Ma cosa ci induce a riunire in un unico insieme elementi tanto differenti? Quale sarebbe la struttura che li connette, per citare ancora una volta Bateson, in un habitat di significazione? Quale è il principio che li accomuna e come si realizza in prassi operativa? Rispondere a queste domande, a nostro avviso, aiuta ad affrontare lucidamente la questione dei rischi connessi all’evoluzione della scienza e della tecnologia. Un primo carattere che questi prodotti tecnologici hanno in comune è l’autopoiesi. Ogni manufatto – fisico o concettuale, procedurale o strategico – produce i suoi stessi miglioramenti o genera oggetti più evoluti che tuttavia tengono conto dei predecessori. Nulla nasce dal niente: le strumentazioni più sofisticate spesso sono il risultato di assemblamenti, di combinazioni di elementi, che a loro volta sono tecnologie o ne rappresentano lo sviluppo, il quale, come ancora una volta ci suggerisce Artur, ha una funzione combinatoria, perché implica una certa continuità trasversale – di elementi – e verticale – evolutiva – secondo progressive costruzioni assimilatore e sintetiche. In questo senso affermiamo che la tecnologia è autopoieica, che crea se stessa organicamente, dal punto di vista concettuale, per la struttura che la organizza, ma anche attraverso procedimenti meccanici, per assimilazione, sintesi, accumulazione, ricombinazione. Una prima conseguenza di questo carattere saliente della tecnologia è che ogni costrutto tecnologico può divenire parte di una nuova invenzione o combinazione secondo il principio dell’assemblaggio (di parti, concetti e funzionalità adeguate) e/o dell’evoluzione. Di qui l’autopoiesi.

Un altro carattere in comune riguarda l’operatività pragmatica, la procedura, il metodo o lo strumento che conseguono uno scopo inerente alla singola struttura operativa che può contenere un gerarchia di elementi tecnologici. Tale scopo può essere – e di fatto spesso lo è – il soddisfacimento di un bisogno o la soluzione di un problema, ma può anche suscitare nuovi bisogni e creare nuovi problemi. Cos’è che regola questo flusso? Quale è la finalità intrinseca di questo gioco bisogno-tecnologia-nuovo bisogno-nuova tecnologia? L’economia. Ovvero, questa economia media e dirige il senso delle innovazioni tecnologiche e delle ricerche scientifiche. Pertanto il fine ultimo di questo processo risiede nel profitto, nell’utile economico più che nella soluzione dei problemi o nella prevenzione dei rischi.

La sua natura autopoietica ci induce a considerare la tecnologia come qualcosa che ci è estraneo, che ha una sua vita indipendentemente dalle nostre scelte e dunque anestetizza il nostro senso di responsabilità a fronte dei rischi. Capire la natura di quello che di cui stiamo parlando ci aiuta a recuperare una postura etica perché acquisiamo cognizione di causa, comprendiamo la natura dei processi che condizionano il nostro futuro ed il futuro dei nostri figli. Ma questa comprensione profonda tesa all’acquisizione di una sguardo epistemologico critico e auto-sorvegliato deve appartenere anche agli scienziati – scientisti o umanisti che siano – perché è il concetto che abbiamo della tecnologia a strutturare i processi attraverso i quali si combinano e si generano nuove tecnologie.

Per potere affrontare criticamente la questione dei rischi legati alla scienza e alla tecnologia di ultima generazione è utile fare anche un’altra operazione: discernere il mezzo dallo scopo, affinché il mezzo non cada nella rete ammaliante del mito mutandosi in fine ed affinché i processi di autodeterminazione dei soggetti non li portino a pensarsi come funzionari della tecnica, bensì come fruitori il più possibile consapevoli, autonomi e creativi.

La nuova formazione deve aiutare scienziati, ricercatori in formazione e studenti ad elaborare le informazioni, a manipolare i prodotti tecno-scientifici in quanto simboli e sulla base di regole etiche. Così il soggetto può partecipare con cognizione al suo mondo di significati in sviluppo. E parteciparvi significa costruirlo.

Abbiamo bisogno di una scienza ed una tecnologia consapevoli di sé, dei congegni epistemici, economici, culturali che attivano, e di un’etica che vada ben oltre la deontologia professionale e procedurale di tanta ricerca contemporanea. Nel presente questo significa interrogarsi in modo competente attorno ad alcuni nodi cruciali: se la combinazione fra molecole organiche e inorganiche, intervenendo nel metabolismo cellulare, può indurre il problema dell’auto-replicazione, in che modo si potranno controllarne le conseguenze? Quali saranno le ricadute economiche e sociali dell’utilizzo commerciale dei prodotti tecnologici di ultima generazione? Quale potrebbe essere il loro possibile utilizzo bellico o a scopo terroristico? In che modo potrà modificarsi l’identità umana? Quali sono i rischi reali dell’inquinamento da nanoparticelle per l’ambiente e per la salute? E quali sono i rischi connessi alla possibilità di condizionare il sistema nervoso nonché di controllare il comportamento delle persone?

Sul piano dei processi di costruzione della conoscenza questo significa andare alla ricerca delle strutture connettive dei fenomeni entro la tessitura di relazioni con il contesto, quindi individuare i nodi che rendono interdipendenti le parti di un sistema e il sistema stesso in rapporto ad altri sistemi. Una conoscenza complessa che considera il ricercatore stesso incluso nel contesto che è oggetto della sua analisi. Un approccio alla conoscenza che non disdegna l’elemento qualitativo, perché solo la capacità di discernimento della qualità delle relazioni può indurci a maturare una postura etica consapevole; consapevole della sua epistemologia, ovvero del farsi della conoscenza nel mentre che cambiamo il mondo e delle enormi conseguenze che questa costruzione accende. Questo sapere può orientarci nei confronti sia del pessimismo che pretende di fermare la tecnoscienza sia di quel facile ottimismo che non tiene conto dei processi in atto e delle loro dinamiche. La nozione epistemica di ecologia ci spinge a strutturare il pensiero e gli sguardi in termini di relazione, e coglie nella natura, nell’uomo, nella cultura un’immagine organicistica di reciproche interconnessioni. La relazionalità si pone nella sua primarietà logica e diventa imprescindibile per ogni discorso educativo.

Spesso la scienza è stata esautorata dalla riflessione etica in base all’assunto che le questioni morali riguarderebbero solo l’applicazione del sapere scientifico e tecnologico, e non la sua generazione. La scienza è nel tessuto più profondo della nostra società, fa parte della vita stessa degli individui che, fra l’altro, per molti aspetti della loro esistenza, ne sono il risultato. La nostra società deve conoscere i meccanismi che la determinano e la trasformano; il più importante fra questi è senza dubbio la scienza con i suoi elaborati: la tecnica. La scienza contemporanea opera una rottura con le istanze etiche alle quali siamo abituati, per questo è indispensabile un’analisi di questa relazione per capire il senso ed il peso che la scienza ha nel sociale. Ma, più in generale, esiste anche un motivo di fondo che sostiene la nostra esortazione ad una formazione epistemologica quale base per ogni riflessione sull’etica nonché per ogni discorso sulle teorie e sulle politiche formative: riteniamo che il problema della conoscenza, della sua costruzione e del suo governo sia al centro del problema della vita stessa.

Il Movimento Universale della Responsabilità Scientifica (MURS) presieduto dal premio Nobel Jean Dausset, propone di aggiungere alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo il principio irrinunciabile che le conoscenze scientifiche devono essere utilizzate solo per servire l’umanità, la dignità, l’integrità e il divenire dell’essere umano. E dunque non pensiamo che etica e tecnologia parlino linguaggi differenti o che debbano inseguire interessi distinti. Crediamo che siano semplicemente due punti visuale da dove parte un unico agire dell’uomo sul mondo. Per migliorarlo e per migliorarci.

*Docente presso la UAM, Università Autonoma Metropolitana di Xochimilco, Città del Messico

**Docente di Pedagogia sociale e Pedagogia della marginalità presso l’Università di Ferrara


[1]              W. Brian Arthur, La natura della tecnologia. Che cos’è e come si evolve, Torino, Codice Edizione, 2011, tit. orig. The Nature of Technology. What It Is and How It Evolves, p. 5.