Per conoscere Giovannino

Nel 1975 la Caritas italiana organizzò a Napoli il primo convegno nazionale del volontariato.

Allora affioravano appena alcune punte di questo iceberg che è il fenomeno del volontariato. Fu una scoperta per il numero delle associazioni partecipanti e per la carica etica e politica che le animava.

Di quel convegno però non si trova nessuna traccia né nella letteratura né sulla stampa di quei giorni. Allora era considerato un fenomeno marginale e insignificante che non interessava né gli studiosi, né i politici.

Quando negli anni successivi andò rapidamente sviluppandosi suscitò mano mano l’interesse dei sociologi, dei politici, degli economisti che si occupavano di economia sociale, ora vedo anche degli psicologi.

Naturalmente come sempre avviene “quidquid recipitur ad modum recipientis recipitur”: ogni ambito e ogni disciplina recepisce anche il fenomeno del volontariato secondo i suoi interessi, i suoi schemi culturali, i suoi metodi di indagine, il suo linguaggio.

Sul linguaggio occorre farsi una domanda: a chi deve servire la vostra impegnata indagine psico-analitica? Agli psicologi ricercatori o ai volontari?

Se deve servire anche ai volontari il linguaggio che usate deve consentire loro di comprendervi, tenendo conto che la grande maggioranza di loro non sono psicologi specialisti in psicanalisi.

Vi confesso che leggendo soprattutto la parte centrale del vostro studio ho avuto notevoli difficoltà a comprendere il significato di quello che dite. So bene che voi potete dirmi: è il linguaggio tecnico, se non lo capisce, peggio per lei, studi la psicanalisi.

Quarantacinque anni fa ad un seminario sul servizio sociale di comunità a Frascati mi sono sentito rispondere proprio così da un sociologo che parlava con un linguaggio tecnico per me incomprensibile. Ma proprio per questo ho posto la domanda iniziale. A chi deve servire la vostra analisi?

Penso valga sempre il detto di quel pedagogista vecchio ma saggio: “Se vuoi insegnare il latino a Giovannino, che cosa devi conoscere? Mi dirai: il latino. Io ti dico: no, prima devi conoscere Giovannino”.

Qui sorge l’altra domanda: non mi è chiaro se chi ha steso questo studio con molto impegno e competenza professionale conosca sufficientemente “Giovannino”, cioè il volontariato, e soprattutto se lo conosca dal di dentro, attraverso una esperienza non occasionale.

Personalmente in tutta la parte centrale dello studio mi è riuscito molto difficile fare il collegamento fra quanto vi si dice e il volontariato: infatti di tanto in tanto dovevo verificare se si parlava ancora di volontariato o se si era passati ad altro argomento.

Sul primo capitolo: “Che cos’è il volontariato? Chi fa volontariato?” avrei desiderato maggiore precisione e completezza sulla definizione di volontariato, sulle sue motivazioni, sulla gratuità.

a) Il termine “volontariato” è estremamente generico, indica soltanto che si fa una cosa non perché è comandata, ma perché si decide liberamente di farla. I militari del nuovo esercito professionale sono “volontari” ben pagati; i giovani medici che fanno il tirocinio in ospedale sono “volontari” perché non possono farsi pagare. Nessuno ha diritto di dire che non sono volontari.

La legge quadro sul volontariato (n. 266/1991) per fare chiarezza si è data una definizione: “Ai fini della presente legge per attività di volontariato deve intendersi quella prestata in modo personale, spontaneo e gratuito (…) senza fini di lucro anche indiretto ed esclusivamente per fini di solidarietà”.

La indeterminatezza del termine però nel linguaggio corrente ha portato molte confusioni, cioè ha fatto dare il nome di volontariato a ciò che volontariato non è: ad esempio le cooperative sociali, gli enti non profit, le fondazioni non sono volontariato, come pure l’associazionismo di promozione sociale non è volontariato.

b) Ridurre le motivazioni soltanto a “volontà di potenza” mi sembra molto riduttivo. Ci possono essere motivazioni eticamente valide, altre deboli, altre fasulle, comunque sempre complesse.

Ciò che spinge al volontariato può essere il bisogno di compensazioni – anche questo è un problema complesso –, il bisogno di affermazione di sé con il protagonismo, anch’esso complesso, un vantaggio derivato (ora faccio il volontario, poi chissà che mi assumano); ma ci può essere anche una motivazione di partecipazione alle difficoltà degli altri e di amore.

Credo che gli psicologi potrebbero aiutare i volontari a comprendere e analizzare le loro motivazioni, da cui dipende poi l’efficacia del loro lavoro; ma dovrebbero partire dall’analisi della realtà, non da schemi precostituiti.

c) Sul tema della gratuità qualche illustre accademico che cura gli studi sul terzo settore e sul volontariato rifiuta il termine “gratuità” e ha introdotto il termine “reciprocità, perché, secondo questi studiosi la gratuità è propria della beneficenza, della filantropia, dove uno dà e l’altro riceve e chi dà rende dipendente chi riceve, non si mette alla pari con lui e non lo aiuta a svilupparsi.

Mi sembra una concezione del volontariato piuttosto antiquata, anche se non sempre e non da tutti superata, e che il nuovo volontariato con la promozione della condivisione sul piano dei rapporti interpersonali e della promozione della partecipazione e del ruolo politico ha superato da tempo ponendosi in una fase molto più avanzata.

Ho l’impressione che la diffusa cultura economicistica cui si ispirano gli accademici che studiano i nostri problemi influisca anche nella concezione di volontariato: secondo loro è autentico il rapporto basato sullo scambio, sulla domanda e sull’offerta, dove si dà e si riceve: cioè sulla reciprocità.

In ogni rapporto umano c’è reciprocità; però di natura diversa e a livelli diversi.

Il rapporto economico che ha per finalità il profitto si basa certamente sulla reciprocità: si investe e si ricava un utile.

Il medico, l’infermiere dell’Usl che curano un anziano non autosufficiente, cronico, malato di Alzheimer, o un malato mentale dei residui manicomiali, o un malato di Aids all’ultimo stadio basano le loro prestazioni sulla reciprocità: il posto di lavoro, lo stipendio, la carriera.

E il volontariato dell’Avo, o dell’Avulss o del Vidas? Il loro lavoro è gratuito, quello del medico e dell’infermiere è pagato.

C’è anche qui reciprocità, cioè scambio, dare e ricevere? Certamente il volontario nel rendersi utile agli altri sente che dà un significato più pieno alla sua vita, partecipando alle sofferenze degli altri cresce in umanità, se fa una battaglia per rendere meno disumane le carceri o per promuovere forme alternative al carcere, dà un contributo alla società e cresce in maturità come cittadino responsabile.

Il fatto di non ricevere compensi per far tutto questo – cioè di fare un lavoro gratuito – diminuisce od ostacola la reciprocità, lo scambio, l’arricchimento reciproco di valori?

Mi pare proprio di no. La reciprocità è ad un livello più alto.

Nella donazione del sangue ad esempio c’è una reciprocità. Per qualcuno può essere semplicemanete un vantaggio per la sua salute; ma per la gran parte dei donatori è la soddisfazione e la gioia di aver dato qualche cosa di se stessi per essere utili agli altri.

Per chi ha il dono della fede poi la gratuità ha un modello cui riferirsi, che è centrale per la vita cristiana: “Avete ricevuto gratuitamente, gratuitamente date”.

Il punto di riferimento è l’amore di Dio per noi, totalmente gratuito.

Sul tema del “dono” mi trovo sostanzialmente d’accordo anche sui vostri punti interrogativi. Su questo argomento allego la prima parte di un articolo che ho scritto per la “Rivista del Volontariato”.

*Sacerdote Monsignore,

presidente onorario

della Fondazione Zancan