Perchè ce la faremo

Intervista a Marco Roveda*

Marco Roveda, milanese, ha 50 anni. Applicando il paradigma “studia che poi lavori, lavora che poi guadagni, guadagna che poi sei felice”, a poco più di vent’anni ha già due imprese di costruzione. Ma trova soltanto la gratificazione materiale. Decide così di dare una svolta.

La sua personale ricerca della felicità gli fa capire che doveva dare un senso alla sua vita e il senso lo trova cercando di promuovere un mondo migliore, che per lui significa una civiltà ricca di valori e di ideali. Con Fattoria Scladasole, nata nel 1986, si rivolge a quella che allora era una nicchia di persone già pronte a recepire un nuovo messaggio. Attraverso un prodotto alimentare, un prodotto quindi di largo consumo, vicino alla gente, diffonde coscienza ecologica e una filosofia di vita. Scaldasole in breve diventa la prima azienda in Italia nel comparto del biologico, contribuendo a rendere il nostro Paese il maggior produttore di biologoco. Terminata questa esperienza, nasce in Marco Roveda il desiderio di continuare a impegnarsi, non più lavorando solamente nel mercato, ma con le persone.

Nel 2001 nasce LifeGate, che diventa subito il centro di aggregazione delle persone e delle aziende che hanno già fatto propri i principi dell’etica, dell’equosolidale e dell’ecosostenibile.

LifeGate è la piattaforma del mondo ecoculturale, si esprime con un network composto da una radio, un magazine e un portale Internet. www.lifegate.it

Di recente pubblicazione il libro di Marco Roveda “Perchè ce la faremo”, in cui si individua nel cambiamento della civiltà dei consumi in civiltà dei valori e degli ideali la via per la felicità.

La redazione ha posto all’autore
alcune domande sui temi del dossier.

1- Come rispondere ai bisogni della società umana nel rispetto del mondo naturale?

Da una parte approfondendo la ricerca e l’applicazione di nuovi fonti energetiche, di nuove modalità produttive, di nuove strategie di risparmio energetico e di riciclaggio; dall’altra favorendo la  diffusione di nuovi valori che non pongano più l’accento sull’avere – stimolo all’eccessivo consumismo – ma sull’essere, sul fare qualche cosa di utile anche agli altri, alla società di cui si fa parte, al mondo circostante.

Solo una vita in armonia con l’ecosistema può darci la felicità, perché sentirsi soddisfatti di ciò che si fa dà un piacere impagabilmente più alto di una macchina di un metro più lunga, di un orologio firmato.

2- E’ possibile conciliare le ragioni del profitto con le ragioni etiche?

Stiamo subendo le conseguenze di una scala di valori capace di preoccuparsi solo del profitto. Le relazioni che più hanno sofferto sono amicizia e amore. Quando la ricerca del bene “materiale” diventa spasmodica, le relazioni si trasformano solo in un’occasione di scalata sociale. È uno dei prezzi del sistema capitalistico, una distorsione del nostro naturale modo di socializzare, un inaridimento dei rapporti umani…

Il profitto è uno strumento. Non è il male. Ha un posto importante nella vita quotidiana di ognuno di noi, come si può negare? Tutti abbiamo bisogno di profitto. Oggi, per vivere, ma anche per sopravvivere, occorre del denaro. Ma per “profitto” intendo il giusto ricavo per l’attività svolta che compensa quello che metti in gioco. L’onesto guadagno, non la speculazione, l’appropriazione delle ricchezze altrui o la spoliazione delle risorse naturali! Tra profitto e speculazione c’è la stessa differenza che tra pagare i giusti  interessi e sottostare all’usura.

Vi sono tre concetti molto importanti, alla base di una ridefinizione del rapporto tra profitto ed etica, che devono essere legati tra loro. “People”, “planet” e “profit”.

“People”, la gente, siamo noi. Il rispetto dei singoli esseri umani, l’attenzione alla qualità della vita devono essere alla base di qualsiasi ragionamento e iniziativa.

“Planet” è il nostro pianeta. Se non prendiamo in considerazione i bisogni del pianeta, miniamo la base stessa della nostra esistenza, perché non possiamo più vivere alle spalle dell’ecosistema.

“Profit” è il profitto. Ed è arrivato il momento di renderci conto che senza le altre due “p”, senza prendere in considerazione sia la gente che il pianeta, non c’è armonia di vita. Non c’è neanche vita.

Se il profitto è incanalato verso i valori, legato alle aspirazioni della gente e al rispetto del pianeta, si raggiunge la civiltà dei valori, una civiltà etica, eco-compatibile, giusta, solidale.

3- Potrebbe la globalizzazione, inteso come processo inarrestabile,  conciliarsi con uno sviluppo ecocompatibile?

Si, anzi la globalizzazione stessa può favorire la diffusione di nuove tecnologie e nuove modalità di produzione. La globalizzazione non è in sé né negativa, né positiva. E’ un processo che ci fa crescere, amplifica la nostra conoscenza e le nostre azioni.

Come si fa a essere “contro” qualcosa che non può essere arrestato? E’ inutile.

La globalizzazione è l’effetto delle comunicazioni, delle nuove tecnologie, grazie alle quali oggi possiamo conoscere, vedere e fare cose dall’altra parte del mondo. Una nuova visione, senza precedenti, che ogni singolo abitante della Terra può oggi avere di sé e del luogo in cui vive.

Il termine “globalizzazione” invece viene spesso associato solo al processo economico che impone gli stessi modelli di consumo sovrapponendosi e a volte distruggendo  le culture e le ricchezze locali, l’ambiente; e così suscita ostilità. Ma questo è solo il lato negativo di un processo molto più vasto.

Quello che dobbiamo fare è agire per fare sì che dalla globalizzazione sorga un mondo migliore. E’ la sfida di questo millennio.

4- Da dove nasce l’esigenza diffusa al giorno d’oggi di essere nuovamente dominati dalla “naturalità”?

Non “dominati”, ma “accompagnati”! Dall’essere dominati siamo passati al dominare, ora possiamo trovare un dialogo, una collaborazione. L’essere umano non è staccato e indipendente dalla natura; ritrovare le connessione con l’ambiente di cui facciamo parte aiuta ad avere una visione più chiara di sé e dei propri legami col mondo circostante e con la vita.

5- Come si potrebbero trasmettere le idee e i valori proposti nel suo libro alle nuove generazioni?

Attraverso la scuola e attraverso programmi educativi e ricreativi che portano i bambini in campagna, nei boschi, in montagna e permettono loro di conoscere da vicino piante e animali. I bambini hanno già spontaneamente, nella maggior parte dei casi, l’amore, il rispetto, la curiosità e l’entisiasmo per la natura. Si tratta di metterli in condizione di non perdere questa predisposizione e di poterla esprimere liberamente.

*Autore di

“Perché ce la faremo”