Piccoli incontri, grandi occasioni per crescere

L’esperienza di uno Spazio Famiglia Interculturale

Momo, questo era il suo nome, “… sapeva ascoltare in tal modo che ai tonti, di botto, si affacciavano alla mente idee molto intelligenti. Non perché dicesse o domandasse qualche cosa atta a portare gli altri verso queste idee, no: lei stava soltanto lí e ascoltava con grande attenzione e vivo interesse. Mentre teneva fissi i suoi vividi grandi occhi scuri sull’altro, questi sentiva con sorpresa emergere pensieri – riposti dove e quando? – che mai aveva sospettato di possedere”. Né l’ascolto era limitato agli esseri umani, Momo ascoltava tutto e tutti: “… cani e gatti, grilli e rospi, sicuro, anche la pioggia e il vento tra gli alberi. E con lei ogni cosa parlava il proprio linguaggio”. (M.Ende, MOMO, Longanesi, Milano 1984)

Da diversi anni l’équipe interculturale di Stripes affronta il tema dell’educazione interculturale in contesti scolastici ed extra-scolastici procedendo nella faticosa ma progressiva definizione di un modo specifico di impostare l’incontro con l’alterità; potremmo definire tale modello come centrato sull’ascolto. Le parole con cui Ende descrive la stupefacente capacità di Momo di ascoltare le persone, valorizzando i linguaggi di ciascuno e offrendo loro sguardi singolarizzanti e peculiari,  possono forse aiutarci nella comprensione di un modello che ha poco di originale ma che interpreta la realtà quotidiana in cui molti educatori e insegnanti operano.

Non è semplice parlare di un vero e proprio metodo di lavoro, mentre risulta più comprensibile parlare di approccio poiché la questione interculturale caratterizza le condizioni normali di vita, i modi di ragionare e di rapportarsi agli altri. Così come la cultura di ciascuno si presenta articolata, segmentata, in tensione tra identità ed appartenenze multiple (pensiamo ad esempio agli  adolescenti che vivono una  tipica condizione di transizione, di trasformazioni, caratterizzate dal cambiamento e dalla tensione verso il futuro e il nuovo), anche le comunità locali sono sottoposte a tensioni identitarie nella relazione, spesso conflittuale, tra locale e globale, tra gruppi sociali, tra generazioni. Fanno parte di questo paesaggio la presenza e l’interazione con persone e gruppi sociali che provengono da altre parti del mondo e che esprimono una cultura diversa e, spesso, apparantemente insondabile.

L’équipe interculturale della Cooperativa Stripes nasce nella primavera del 1998, con l’avvio dello Spazio famiglia Interculturale, un’esperienza di sostegno alla relazione genitori-figli nell’ambito della legge 285/ 97, detta anche Legge Turco. Sin dal suo esordio lo Spazio famiglia Interculturale
si caratterizza come un tempo ed uno spazio offerti a genitori e bambini  al di sotto dei cinque anni per stare insieme, imparare a giocare, imparare a conoscersi meglio. Solitamente il servizio è aperto il pomeriggio ed il sabato mattina. Uno degli aspetti più interessanti e innovativi è, senza dubbio, la possibilità per i genitori di interagire con altri genitori impegnati negli stessi intensi e complessi compiti educativi. L’esigenza di incontrarsi, scambiarsi pareri, parlare degli stessi argomenti e, anche, sorridere delle gesta dei propri figli non riguarda ovviamente solo i genitori italiani.

è opportuno oggi più di ieri farsi domande su come i Servizi per l’infanzia possano aprirsi agli stranieri diventando istituzioni in grado di favorire l’integrazione dei bambini immigrati e delle loro famiglie nella cultura dominante del paese ospitante, senza provocare la perdita della loro identità e senza che subiscano uno sradicamento culturale. Per avviare un percorso orientato alla valutazione positiva della diversità culturale, ieri come oggi lo Spazio Famiglia Interculturale si è caratterizzato come luogo per progettare incontri e come sede privilegiata di scambio dal punto di vista etnico e culturale.

Uno degli aspetti più importanti per la realizzazione di un luogo di incontro che tenga conto delle esigenze di persone che appartengono a culture di origini diverse è l’attenzione alla strutturazione degli spazi e degli arredi: l’ambiente deve essere accogliente e connotarsi in modo flessibile per mettere a proprio agio sia persone che amano sedersi per terra con i loro bambini sia persone che preferiscono stare sedute su divani o sedie; ovviamente lo stesso tipo di flessibilità è richiesto in merito alla fattura dei giocattoli, al tipo di merenda offerto etc.

è stata assunta dagli operatori pedagogici  come finalità dello Spazio Famiglia l’affermarsi di uno spirito dialogico continuo e sempre vivo che animasse il dibattito tra i genitori a partire dalla visione di film, dalla lettura di libri, dall’organizzazione di feste etniche. Sono stati proposti stimoli letterari, cinematografici, aggregativi che potessero animare il dialogo intorno al tema della multiculturalità. Nello specifico la narrativa si è configurata come un vero e proprio ponte verso l’interculturalità. Stendhal sosteneva che “leggendo opere pensate si impara a pensare e a sentire”. Nello stesso modo i genitori sono stati invitati soprattutto ad utilizzare la narrazione della  fiaba come strumento privilegiato per farsi conoscere e per entrare in relazione con l’altro. Le fiabe scelte andavano da Le Mille e una notte a Le Fiabe del Burkina Fasu e da Le Fiabe di Praga a Le Fiabe persiane. Sono stati inoltre approntati scaffali multietnici con libri per l’infanzia nelle lingue madri dei piccoli. Presupposto fondamentale di tale percorso è stato indubbiamente quella capacità di ascolto alla quale accennavamo al principio del nostro contributo ed alla quale gli operatori dello Spazio Famiglia hanno dedicato importanti momenti di sensibilizzazione e formazione.

Ulteriore presupposto che ha guidato il faticoso operato degli operatori come di tutti i genitori presenti è stato il seguente: per avvicinarsi ad altre culture non è sufficiente acquistare su di esse conoscenze puramente teoriche, bensì serve raccogliere stimoli ed esperienze, ovvero sperimentare un coinvolgimento affettivo. I bambini e gli adulti sono stati pertanto coinvolti nelle gesta di personaggi appartenenti a diverse culture, in spazi narrativi condotti dagli stessi genitori  ambientati di volta in volta in un diverso luogo della Terra: dall’Africa alla Ex-Jugoslavia, dall’Italia alla Cina. Le narrazioni, sempre diverse e ricche di riferimenti culturali, hanno così gettato le basi per lo sviluppo di riflessioni e di modelli comportamentali centrati sull’empatia, sulla tolleranza e sulla solidarietà.

Un altro importante filone è rappresentato dalla lingua: per apprezzare pienamente le funzioni sociali del linguaggio dobbiamo ricordare che le parole sono termini che etichettano delle categorie di esperienza; esse ci mettono in grado di raggruppare eventi e sensazioni differenti sotto un unico titolo e di discriminarli da altri eventi e sensazioni. Può risultare interessante, in un contesto come quello descritto, cercare di individuare parole che definiscono oggetti concreti (probabilmente più facili da imparare per i bimbi) e provare a creare un nuovo vocabolario interno al servizio dove alcuni oggetti hanno due, tre o più nomi a seconda delle etnie presenti e tutti,  bambini e genitori, conoscono più di un termine per dire palla, mamma, bambino. La questione della lingua si ripropone inoltre in quello che gli operatori dello Spazio Famiglia hanno chiamato  laboratorio linguistico per le mamme: in alcuni momenti prestabiliti i bambini sperimentano attività ludiche con le educatrici mentre un mediatore culturale e un facilitatore linguistico affrontano un compito non semplice e molto delicato: l’approccio alla lingua italiana .

Uno degli ambiti in cui è più evidente la differenza culturale con le popolazioni immigrate è proprio quello relativo alla cura e all’allevamento dei figli: ecco perché diventa decisiva, nella situazione dello Spazio Famiglia, la presenza di un mediatore culturale che insieme agli educatori orienti i genitori ad un metodo di confronto che si connoti come dispositivo in grado di garantire il mantenimento di legittime diversità.

In conclusione ci sembra importante sottolineare come nell’esperienza descritta l’équipe degli operatori, costituita da persone capaci di organizzare l’esperienza dell’altro in forma aperta, disponibili all’ascolto, all’attenzione, alla conoscenza ed allo scambio di significati, valori, visioni del mondo ha costituito il vero e proprio strumento di lavoro che ha permesso e che permette ancora oggi di riflettere in modo coraggioso sulla relazione con la diversità e sulle possibilità di comprendere e di ridefinire i propri modelli interpretativi e di azione alla luce delle sollecitazioni che l’incontro/scontro con la diversità produce.

*Pedagogista