Pratiche di libertà 

L’invito di fondo di queste riflessioni sulla libertà è quello di un esercizio critico, che permetta di aprire lo spazio della riflessione al presente.

Cercare oggi di ragionare intorno al termine libertà, soprattutto per la rivista, poteva (e forse può ancora) esporre ad una serie di equivoci.

Il primo rischio era quello di cadere in una sorta di esaltazione della libertà in modo acritico, facendo riferimento ad una stato di natura perennemente mortificato dalle relazioni sociali che mirano a distruggere la libertà intesa come spontaneità. Ci pare che questo pericolo sia stato scongiurato.

Negli articoli si coglie molto bene la declinazione della libertà nelle istituzioni, siano esse di natura pedagogica o sociale. Il nesso tra libertà e istituzioni viene interrogato e problematizzato. Soprattutto attraverso figure come la costruzione del nemico, il necessario conformismo nell’appartenenza alle istituzioni, il ruolo che esse svolgono.

Freud, nel Disagio della civiltà, sostiene che la civiltà è uno scambio; essa reca in dono la sicurezza, in quanto libera dalla paura. In cambio pone delle restrizioni alla libertà individuale, gli istinti sono tenuti a freno o del tutto soppressi.

Nel testo originale, Freud parla di Sicherheit, termine che riesce a sintetizzare efficacemente almeno tre concetti: security (sicurezza esistenziale), certainty (certezza) e safety (sicurezza personale). L’assenza o l’insufficienza di una delle tre produce pressoché lo stesso effetto. Il dissolversi della sicurezza di sé, la perdita di fiducia nelle proprie capacità e nelle altrui intenzioni, alimentando ansia, circospezione, tendenza a trovare capri espiatori, all’aggressione.

Proprio il legame tra libertà e sicurezza può determinare una specificazione del nesso precedente tra libertà e istituzione, permettendo una lettura del rapporto tra le masse e i capi meno superficiale. La declinazione che questo legame assume nei testi che seguono (penso agli articoli di Villa, Recalcati, Calvetto…) ci mostra come siano necessari al totalitarismo l’adesione e il consenso, indicando una via originale per pensare e attualizzare il termine stesso totalitarismo. Senza affrontare il problema del consenso, il totalitarismo viene esorcizzato e non compreso, non viene colto come pericolo insito nelle democrazie, ma solo come male assoluto situato altrove. Ricercare i meccanismi del consenso e dell’adesione, le richieste di padri e padroni, sin nella quotidianità dei rapporti che fondano e reggono le istituzioni, indicare la continuità tra il discorso pubblico e quello privato, superando la distinzione artificiosa tra le due dimensioni di libertà insite nel liberalismo è uno dei punti più rilevanti di questo numero.

Allora l’invito di fondo di queste riflessioni sulla libertà diviene quello di un esercizio critico, che permetta di aprire lo spazio della riflessione al presente, cogliendo del passato (in particolare nelle forme storiche in cui il totalitarismo si è realizzato) quel che non è ancora passato né può passare, ma anzi permane come pericolo nell’oggi. In un testo recente La democrazia degli altri, Amartya Sen, interrogandosi sulla democrazia, sottolineava come società oggi autoritarie avevano avuto in passato forme sviluppate di democrazia, a conferma che alcune conquiste non sono permanenti e astoriche, ma sono agite e abitate sotterraneamente dai loro opposti, e che solo questa consapevolezza ci può permettere di ripensare il rapporto tra libertà e istituzioni.

Un secondo rischio rilevante era relativo al problema della sicurezza come valore. Il termine lo si può riferire alla prevedibilità del mondo in cui viviamo. Prevedibilità ardua e difficile, soprattutto se riferita al rapporto tra gli esseri umani. Qui si tocca un nervo scoperto della politica, o forse un punto a cui la politica e le istituzioni non possono dare una risposta esaustiva, ed è anche un bene che sia così. In fondo vivere è correre dei rischi, assumersi dei desideri in termini più precisi. Il riferimento alla curiosità fatto da Pievani, ad esempio, ci porta a considerare la sicurezza in altri modi: non dico a negarla, ma sicuramente a ripensarla. L’atteggiamento curioso è un atteggiamento che nega la sicurezza, che si espone al mondo interrogandolo, e riflettendo questi interrogativi in domande di senso. La curiosità permette di evitare di cadere nella paura, nella trappola di difendersi dal mondo, ritagliando tra il noto e l’ignoto secondo coordinate stabilite a priori. In questo ambito si fonda un esercizio della consapevolezza critica e un’assunzione di responsabilità radicale. L’esercizio critico è quel che ci può evitare di cadere in un meccanismo di paura che si autoriproduce e che cancella la libertà.

La domanda di libertà se non fa i conti con questi aspetti diviene petizione di principio che può incarnarsi in un oggi che la nega rinviando ad un domani che la realizza (o meglio che promette di realizzarla rinviando sine die).

Allora le ultime righe dell’articolo di Recalcati possono essere lette in una forma diversa, non solo come smentita del sapere medico, ma, riferite al complesso del discorso sul padre, come possibilità di rischiare nonostante le difficoltà. C’è un’eclissi della figura paterna, ma nonostante questo si rischia la paternità. La consapevolezza non diviene inibizione alla scelta, ma porta a rischiare sapendo di non essere esenti dai pericoli che quell’eclissi comporta per noi.

Dalla pedagogia alla psicoanalisi, alla scienza, alla convivenza civile, un filo rosso tiene insieme il discorso sulla libertà, interrogando quello dell’autorità e dell’istituzione senza pensarsi innocenti o garantiti a priori sia dalle appartenenze sia dalla ragione. Le scelte impongono un’assunzione radicale di responsabilità in cui non possiamo essere sostituiti. Forse nell’assunzione di questa responsabilità si configura uno spazio di libertà differente.

*Psicologo, Psicoanalista

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