Primi parallelismi

Riprendiamo in parallelo l’analisi dei due testi e del film che abbiamo utilizzato come esemplificazioni. Individueremo alcune categorie per cercare di cogliere delle sfaccettature che ci permettano di circoscrivere le situazioni. Categorie che, nella scelta arbitraria che abbiamo fatto, ci paiono indicare un insieme pertinente alla caratterizzazione della relazione d’aiuto nel volontariato, che ci possano aiutare a collocare il volontario rispetto all’altro. È un lavoro che riteniamo utile per decifrare una struttura di fondo che li accomuna, che possa fungere da filo conduttore per addentrarci nel discorso. Nel primo passaggio abbiamo l’incontro del soggetto con qualcosa di inatteso, qualcosa che viene a rompere lo scorrere del tempo, le abitudini, il quotidiano. Per il pastore l’incontro con l’orfanella, per Gerasim l’incontro con la malattia di Ivan Illic, per l’avvocato nero l’incontro con la malattia del suo collega e con la sua caduta. Comune ai tre eventi è l’incontro con qualcosa che urta, che sollecita una risposta, qualcosa di non simbolizzabile, è l’incontro con una sofferenza che eccede, che indica il limite dell’esistenza, che la riporta alla finitudine, alla precarietà. Questo incontro si connota come insopportabile, urge quasi una riparazione un ritorno al mondo quotidiano. L’incontro non è qualcosa che si inscrive nel registro della naturalità, qualcosa che accade e non lascia traccia. Occorre una presenza, qualcuno che lo registri, che ne prenda atto, che decida di vedere. Vedere presuppone un punto di vista, un luogo dal quale osservare, una posizione del soggetto nell’incontro, una possibilità di cogliere la discontinuità che l’incontro introduce, non si riduce a semplice registrazione, è un’occasione. Un passo del vangelo di Luca ci potrà aiutare ad esplicitare questa dimensione dell’incontro, è il passo dei discepoli di Emmaus. «Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino

per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discutevano e discorrevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo». Parlano di Lui senza saperlo. Quando arrivano al villaggio, Gesù si congeda da loro come un viandante che deve andare più lontano. Essi lo invitano a restare. È sera. Quando si siedono a tavola Gesù spezza il pane. «Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero». In questo passo evangelico, Natoli legge il reciproco incontrarsi degli uomini nella scoperta della loro comune fragilità. «Nella fractio panis, nella condivisione, gli uomini reciprocamente si affidano». Ma non sempre gli incontri seguono questa strada della reciprocità, spesso gli occhi sono velati, inglobando l’altro in una dimensione che precede l’incontro e quindi lo nega. L’incontro si può anche disporre in serie agli incontri che l’hanno preceduto o può essere inserito in un quadro ideale che di fatto lo riduce. Ma vediamo l’incontro nelle tre esemplificazioni:

• Nella prima l’incontro è cercato e la via che segue per realizzarsi è quella del fantasma indicata da Gide. Fantasma non interrogato, che permette di superare il trauma dell’incontro con la sofferenza senza interrogarsi. Il fantasma diviene quasi pregiudizio, poiché il soggetto viene esaurito nella sofferenza, la sofferenza è il soggetto stesso. L’esito disastroso stava tutto nelle premesse, ma proprio le premesse non sono state avvertite.

• Nella seconda situazione l’incontro è fortuito, il soggetto occupa una posizione socialmente determinata, di chi deve assolvere una funzione, la posizione di servo è in tal senso rilevante. In questo caso la via è quella di una bontà depositata in un soggetto storico, ed è la via indicata da Tolstoj. La figura del servo Gerasim è una figura disincarnata, priva di storia, ed assurge a simbolo e figura di tutti gli umili a cui è affidato il riscatto dal male. La potremmo definire come una via ideologica, che individua soggetti collettivi depositari dell’ideale a cui adeguarsi, depositari del bene.

• Anche nel terzo caso l’incontro è fortuito, e avviene su un piano delimitato: l’altro è riconosciuto come un collega che ha perso delle possibilità non a causa della malattia, ma in seguito a discriminazioni sociali che si accompagnano alla malattia. Questa è una via politica, che cerca di contenere il male nel diritto, di allargare i confini della cittadinanza, di ricomprendere la diversità nella cittadinanza. Prefigura una sorta di militanza attiva, una solidarietà dotata di razionalità. In questo caso la solidarietà è quasi imposta per legge, e il lavoro individuale consiste nel far applicare la legge. Ricordate le tre possibilità, vediamo di vederne i rischi sotto un altro aspetto, che radicalizzando le tesi di partenza senza sminuirle, ci permetta di evidenziare tali rischi.

• La radicalizzazione delle tesi di Gide ci porterebbe alla conclusione di diffidare di qualunque relazione di aiuto. Inficiata dal fantasma del soggetto, la relazione porta ad esiti indesiderabili, disperanti. Forse il lavoro di Gide è quello di renderci avvertiti dello scarto tra intenzioni ed esito. La conclusione che ne potremmo trarre rischia per certi versi di essere paralizzante, fa vacillare le nostre convinzioni comuni. Forse era proprio questo lo scopo di Gide, mostrarci come siano fragili le fondamenta della socialità. Nel momento in cui scava nell’intenzione soggettiva di un gesto caritatevole, Gide ne mostra l’ambiguità e la contraddizione.

• Tolstoj ci mostra una strada diversa. Il legame sociale tiene, è fondato sul dovere di aiutare chi è in difficoltà. Ma va oltre, identifica un soggetto, non un soggetto concreto, ma collettivo, storico portatore di questa istanza: gli umili, gli ultimi. Per questo la figura di Gerasim assume una sorta di valore emblematico. Egli è il rappresentante degli umili, per questo è disincarnato, non sappiamo nulla di lui, dei suoi pensieri; si esaurisce come rappresentante emblematico di tutti gli ultimi cui è affidato il riscatto, il fondare il legame sociale su basi nuove, rigenerando l’umanità. La storia si è incaricata di mostrarci quanto sia impraticabile questa via, quanto sia illusorio saltare la mediazione rappresentata dal soggetto individuale, quanto nel collettivo si travasino e alberghino le contraddizioni che ci attraversano a livello individuale

• Il terzo esempio inscrive la solidarietà in uno spazio che oscilla tra la giustizia e la carità. È necessaria una scelta del protagonista del film per dare avvio al processo, ma questa stessa scelta è incapace di includere la sofferenza. Nella scena in cui l’avvocato malato alza il volume della musica dell’Andrea Chénier per dare parola alla sofferenza, le luci cambiano, quasi a ritagliare uno spazio a parte, qualcosa che la solidarietà non può cogliere, solidarietà che si riduce a giustizia. Certo la giustizia non può garantire dall’incontro con l’imponderabile, e il percorso tratteggiato nel film mostra tutti i suoi limiti, che sono i limiti segnati dalla giustizia e dal diritto. Una solidarietà che si esaurisce nel welfare, nelle istituzioni deputate a prendersi cura dei cittadini. Senza voler sottovalutare questo percorso, rileviamo che è lontano dalla dimensione del volontariato, o quantomeno non ci permette di coglierne la dimensione precisa, che lo caratterizza come atto di aiuto rivolto a qualcuno concreto, accanto, prossimo.

Vediamo ora in quali scenari questi incontri si situano.

• Nel primo caso lo scenario è dominato dalla dimensione interna. La ragazzina appare come sullo sfondo, in disparte, la scena è riempita dalla ricerca interna del pastore.

• Nel caso di Tolstoj lo scenario è tutto esterno, occupato dalla figura di Ivan Illic e dai suoi tentativi di dare un linguaggio alla sofferenza. La figura di Gerasim è sullo sfondo, in un luogo delimitato dal quale agisce.

• Nel caso del film lo scenario è esterno, ma viene man mano delimitato rispetto allo spazio. Dallo sfondo alcuni elementi vengono isolati, elementi che il diritto non può esaurire, calando quasi un sipario sulla sofferenza del protagonista. In questo senso le immagini della porta che si chiude sulla morte del protagonista dopo aver festeggiato la vittoria in tribunale, stanno quasi a sottolineare una tela che cala su ciò che non ha parole e non può essere compreso dal diritto. Ma il tema che domina la scena, pur relegato su uno sfondo a volte oscuro, è quello della sofferenza e del dolore, e la sua relazione con il tema della colpa nell’esistenza umana. Nei primi due casi il dolore individuale è inflitto, nulla di più che una incarnazione puntuale e locale nella sua casualità del dolore del mondo. Nel terzo caso la sofferenza è stata quasi cercata dal protagonista, attraverso rapporti sessuali casuali. Seguendo la direzione dell’imputabilità del male la relazione tra i soggetti assume curvature differenti nelle tre situazioni: nell’ultimo caso la colpa rimane, l’abreazione riguarda l’eccesso di pena, la dismisura tra l’atto compiuto e la scansione, per questo è rilevante la logica del diritto. Negli altri due casi assistiamo a soluzioni differenti: nel primo entriamo in una logica riparatoria, che azzera la storia precedente del soggetto sofferente; nel secondo la distanza, da cui si cerca di decifrare il linguaggio della sofferenza, inscrive la cura in una dimensione di naturalità. Una distanza segnata a priori dal rapporto servo-padrone, che permette al servo di cogliere la sofferenza del signore, raddoppiata dalla distanza giovane anziano che colloca la dimensione di aiuto in un quadro di sostegno tra le generazioni. In Philadelphia cogliamo anche i limiti della giustizia, del diritto, della solidarietà affidata alle istituzioni: l’eccedenza di sofferenza può essere tolta, ma il nodo della sofferenza rimane sullo sfondo come problema solo individuale. Nel caso del pastore di Gide, un delirio riparatorio pretende di annullare la sofferenza in un tempo secondo, senza chiedersi se sia possibile e legittima questa riparazione. Nel racconto di Tolstoj la cura è possibile perché la distanza, affidata quasi alla natura, rende possibile vedere l’altro. Ma questa distanza è dovuta ad una differenza storica, sociale, che assegna in partenza le parti e dove la sofferenza può essere accolta solo da una delle parti.