Procreare tra realtà e fantasia

“Ritratti” di fecondazione artificiale

Mentre in Italia parlare di fecondazione artificiale suscita ancora dubbi e perplessità, sia dal punto di vista etico che legale, ci sono Paesi dove l’idea di ricorrere alle tecnologie procreative è ritenuta normale e accettabile.

In America, ad esempio, è pratica talmente diffusa da divenire argomento, affrontato in maniera diretta, ancorchè ironica, di alcune puntate della celebre serie televisiva Friends, rivolta a un target d’età compreso tra i 20 e i 30 anni.

Nel primo degli episodi che ci interessano Monica, uno dei sei personaggi della serie, viene lasciata dal maturo fidanzato perché desidera un figlio, mentre lui non ne sente la necessità, avendone già avuti due, ormai grandi, dalla prima moglie. La ragazza, dopo una lunga depressione, decide di realizzare il suo progetto da sola ricorrendo ad una banca del seme; grazie però alle parole di un amico, che le ricorda come il suo sogno fosse di avere sì dei bambini, ma da un uomo che ama, abbandona il suo proposito: per lei la completezza è sempre stata associata a una famiglia di tipo classico mentre dei bambini senza un padre renderebbero la sua felicità incompleta.

Ancor più risalto è stato dato, poi, alla vicenda dell’utero in prestito, articolata stavolta su un intero ciclo di episodi, che coinvolge l’intero gruppo di amici, sconvolgendone le abitudini: Phoebe, la più eccentrica tra i personaggi, riceve dal giovane fratello Frank e dalla cognata Alice, troppo matura per poter rimanere incinta, la proposta, che la lascia completamente sgomenta, di fare loro da madre portante. Per aiutarla a prendere una decisione ponderata sua madre le affida per alcuni giorni un cucciolo di cane: quando ormai Phoebe gli si è affezionata, torna a riprenderlo, per mostrarle quanto possa essere duro il distacco da chi si è imparato ad amare, sottintendendo che sarebbe senz’altro peggiore se si trattasse di neonati. Alla fine la ragazza, decisa ad aiutare la coppia, accetta di farsi impiantare in grembo i loro embrioni.

Nel susseguirsi delle puntate sono descritti l’impianto e la gravidanza: anche se il tutto è mostrato con deliziosa ironia, non viene nascosto il progressivo attaccamento della madre “in prestito” ai tre feti, e nemmeno che l’adeguamento ad abitudini totalmente differenti dalle proprie non sia più solo per generosità, ma per il fatto che lei comincia a sentirsi madre a tutti gli effetti.

Questi episodi sono andati in onda in Italia in un periodo particolare, quando la cronaca aveva divulgato il caso della coppia romana che voleva generare grazie a un’amica, che avrebbe prestato il proprio corpo per farsi impiantare gli ovuli fecondati della coppia e portarne avanti la gravidanza: si è trattato, dunque, di un caso perfetto di proiezione della fiction nella realtà.

Ciò che di queste situazioni inquieta è che la famiglia, cessando di essere il nucleo dell’affettività, si estenda al di fuori dei legami parentali stretti includendo i fratelli (come nel caso della Phoebe del telefilm) o addirittura estranei (nel caso di Monica, ancora in Friends, e della coppia romana nella cronaca).

Nel nostro Paese infatti la fecondazione eterologa, che prevede il ricorso ad un donatore esterno alla coppia, è vietata dalla Legge, per cui viene praticata solo in strutture private con tutta una serie di limitazioni autoimposte dai medici. Sono in molti ad aver dimenticato che la causa prima che scatena questo forte desiderio di maternità a tutti i costi è la sterilità. Per una donna, oggi, non avere figli è una “menomazione narcisistica lancinante” (Vegetti Finzi, 1997), una prova difficilmente superabile senza che traumi e ferite profonde si sedimentino nell’animo.

Anche il cinema si è spesso occupato di questo tema, segno della sua profonda incidenza socioculturale. Nel film Il grande freddo di Lawrence Kasdan, 1983, una delle protagoniste, single in carriera, è decisa ad avere un figlio prima che il suo “ritmo biologico” glielo impedisca. Chiede quindi a ciascuno degli scapoli del gruppo di aiutarla in questo desiderio, ma non trova consenso; alla fine la sua più cara amica le “presta” per una notte il marito, dopo avergli lei stessa chiesto questo gesto generoso. Tutta la delicata vicenda è trattata con molto garbo e dolcezza, ma Kasdan ha comunque scelto di sottolineare, al suo interno, quanto sia forte la solidarietà femminile nell’ambito della maternità.

Le donne sterili che desiderano un figlio hanno invece due possibilità: l’adozione e la fecondazione assistita. La medicina infatti principalmente “mira a sostituire il processo generativo e ottenere per altre vie il suo prodotto”(Vegetti Finzi, 1997). Le biotecnologie si prefiggono proprio il compito di offrire alla coppia incapace di procreare un neonato “in carne ed ossa”, benché portino degli squilibri all’interno della struttura edipica che regge l’inconscio del singolo e i suoi rapporti con la società: con il moltiplicarsi confuso delle figure genitoriali e parentali il bambino è costretto, infatti, a porsi domande più precise sulla sua provenienza e sulle persone che gli stanno intorno, arrivando o a fantasticare più del normale sulla sua nascita, nel corso della formazione del suo “romanzo familiare” o a rinchiudersi in se stesso privandosi di ogni forma di curiosità.

Nei secoli passati le fantasie inconsce perturbanti sono state elaborate tramite il sapere collettivo del mito, in modo che l’angoscia di fronte ad esse potesse essere controllata, esperita attraverso la narrazione.

Oggi invece, a causa dello scarto troppo ampio tra la rapidità con cui avviene l’esperienza e la possibilità di riuscire a pensarla, viene a mancare la capacità di elaborazione degli avvenimenti: di conseguenza viene meno anche la capacità di operare delle scelte e di vivere esperienze pienamente consapevoli.

La realtà finisce quindi per impedire ogni possibilità d’elaborazione delle fantasie corrispondenti, le stesse che sono all’origine degli atti compiuti in essa, all’origine delle scoperte scientifiche e delle applicazioni tecnologiche. Il reale perde di conseguenza il collegamento col mondo fantasmatico sottostante (AA. VV., 1999).

Il problema della “pensabilità” di nuove esperienze rientra anche nell’ambito della psicoanalisi, che è indotta a ridefinire il proprio campo di conoscenze per poter affrontare e comprendere i disagi creati dalle tecnologie genetiche e biologiche: il trauma, l’accadimento mai sperimentato, diventa campo di condivisione tra l’analista e il paziente, proprio per la discrepaznza esistente tra i ritmi di simbolizzazione e teorizzazione e quelli che caratterizzano gli eventi.

Certamente la crisi che ne deriva è utile allo sviluppo di nuove posizioni etiche, per cui il conflitto è un’esperienza transizionale che consente di simbolizzare e metaforizzare l’esperienza. È a questo punto che la fantasia e la creatività entrano in gioco, per elaborare nuove immagini mentali.

Il reale tende a confondersi con l’immaginario: ciò che una volta era fantascienza, funzionale per libri e film, inquietante ma proprio perché frutto d’immaginazione utile a esorcizzare fantasmi inconsci, oggi prepotentemente entra a far parte della realtà. La fantasia continua tuttavia a cercare soluzioni con cui rendere possibili nuovi pensieri.

È interessante notare come, nell’ambito della letteratura, un’ipotesi di ricostruzione dell’intera specie umana grazie a tecniche “artificiali” abbia trovato una realizzazione quasi fantascientifica in un libro di Kurt Vonnegut del 1993, Galapagos. I protagonisti della vicenda che più interessano per il nostro discorso sono Mary Hepburn e il Comandante, progenitori della nuova umanità perché, dopo l’estinzione della razza umana a causa di una vera e propria fine del mondo, ripopolano la terra e pongono le basi per una nuova stirpe di uomini. Infatti grazie alla geniale intuizione della donna, insegnante di biologia in pensione, dotata delle capacità necessarie per affrontare “il supremo test darwiniano della forza e dell’astuzia” (Vonnegut, 1993), vengono evitati legami incestuosi tra i loro discendenti: ella attua una sorta di inseminazione artificiale, ponendo lei stessa manualmente lo sperma, lasciatole dall’uomo un paio di volte al mese, nell’utero
di sei ragazze sopravvissute alla catastrofe. Il Comandante diventa così il padre o il nonno di tutti i giovani dell’isola, appartenenti ad una specie umana con nuove caratteristiche genetiche.

Altrettanto indicativo di come la fantascienza abbia intuìto talune tracce di sviluppo della realtà, è il precoce racconto Innesto centauriano di Marion Zimmer Bradley, 1954. Su un pianeta ostile alla sopravvivenza terrestre, la giovane Beth decide comunque di restare incinta. Riceve allora l’offerta di un’aliena del luogo, Cassiana, che si offre di accogliere nel proprio corpo il feto di Beth, per consentire al bambino di sviluppare gli anticorpi adatti alla sopravvivenza sul pianeta. Al termine del racconto Beth sarà madre di un bambino centauriano, poiché per attuare lo scambio Cassiana ha dovuto inserirle in grembo il suo feto, ma non prova ripulsa grazie al legame che aveva instaurato con la madre “in prestito” e con il feto, che considera suo a tutti gli effetti.

Sempre nell’ambito di fecondazioni artificiali poco ortodosse rientra anche la vicenda narrata da Daniel Pennac in Signor Malaussène, 1997: Julie, la protagonista femminile, è costretta ad abortire per motivi di salute, ma si verifica una specie di maternità surrogata, senza che i genitori del bambino ne siano a conoscenza. Il dottore che ha praticato l’interruzione di gravidanza, infatti, mentre la giovane donna fugge dall’ospedale per il dispiacere, si ritrova con un embrione sano, che decide di reimpiantare nell’utero di Gervaise, una suora che ha un ruolo di rilievo nella vicenda narrata. È significativo il fatto che Julie, prendendosi cura di Gervaise per consolarsi della perdita del suo bambino, assuma man mano gli atteggiamenti tipici delle partorienti, proprio come se fosse stata anche lei all’ottavo mese di gravidanza; può sembrare assurdo ma, riconoscendo inconsciamente il bambino come suo, Julie se ne riappropria come se, dinanzi al grembo rimasto vuoto, la sua mente fosse ancora gravida della presenza del figlio.

Ancora il cinema ha espresso i fantasmi inquietanti che nella realtà odierna si proiettano dall’inconscio con un film del 1990, Il racconto dell’ancella di Volker Schlöndorff. Vi si narra di un futuro orwelliano devastato dalla sterilità, in cui le poche donne fertili vengono condannate alla procreazione coatta. Kate, una di loro, decide però di ribellarsi, lanciandosi in una fuga disperata con il bambino.

Uscendo dalle suggestioni letterarie, l’ambito in cui è importante agire per quanto riguarda le biotecnologie, specialmente procreative, è quello della normativizzazione degli interventi. Ciò è giusto e importante, ma si rischia di tralasciare un aspetto cruciale della questione, il rapporto affettivo con i genitori, il legame psichico tra individui consanguinei. Fulvio Scaparro scrive: “Di fronte al mistero del nostro concepimento c’è la realtà della nostra esperienza e delle nostre relazioni con genitori che si sono assunti la responsabilità di introdurci nel mondo. I conti, anche se talvolta non tornano, è bene continuare a farli con loro” (Scaparro, 2000).

Come si può, tuttavia, considerare totale l’esperienza della maternità quando comunque essa è mediata da un passaggio meccanico, o addirittura quando essa non avviene all’interno del proprio corpo?

Inoltre il concepimento “tecnologico” perde la dimensione di accadimento propria della maternità naturale: per quanto programmata, solo quest’ultima può essere avvertita nella coscienza come un piccolo “miracolo” che ci avvicina al divino, perché anche l’essere umano si fa creatore. Quando si ricorre alla tecnologia, ogni minimo particolare deve essere programmato, con il risultato che la componente di mistero che tocca la gravidanza va forse irreparabilmente perduta.

E’ ben vero che la fede nel lògos scientifico è il frutto principale della modernità, e che essa ha per molti versi sostituito la religiosità classica. Tuttavia, con ogni evidenza il pensiero scientifico non è in grado di incidere sul mistero fondamentale dell’esistenza, sull’idea di corpo “sacro tempio dell’anima” di biblica memoria, e della generazione che ne è il momento cruciale.

Tali squilibri, ogni qual volta emergono notizie riguardanti l’uso della tecnologia procreativa, si estremizzano in prese di posizione differenti, da parte sia dei laici che dei credenti, ma si perde gradualmente di vista il problema principale: se esista un diritto a raggiungere la felicità, e quali mezzi siano leciti per ottenere questo scopo.

*Laureate in Lettere Moderne con indirizzo in

Storia del Teatro e dello Spettacolo

presso l’Università degli Studi di Pavia.

Bibliografia

AAVV, Nuove geometrie della mente, Laterza, Roma, Bari 1999.

Pennac, Daniel, Signor Malaussène, Feltrinelli, Milano 1995.

Scaparro, Fulvio, La via inglese alla bioetica, in Corriere della Sera, 26 aprile 2000, Milano.

Vegetti Finzi, Silvia, Volere un figlio, Mondadori, Milano 1997.

Vonnegut, Kurt, Galapagos, Bompiani, Milano 1993.

Zimmer Bradley, Marion, Innesto centauriano, in Le più belle storie di Marion Zimmer Bradley, Teadue, Milano 1993.

Filmografia

KASDAN, Lawrence,  Il grande freddo, Columbia Pictures, USA 1983.

SCHLÖNDORFF, Volker, Il racconto dell’ancella, Usa/RFT 1990.

Kauffman, Martha, Crane, David, Friends, USA 1999.