Professionalità degli operatori e nuovi bisogni

(Sintesi dei lavori del convegno 12-13 marzo ’98) In un momento in cui c’è un dibattito molto vivo sulla pubblica utilità degli ordini professionali, noi assistenti sociali, presenti da oltre 50 anni sullo scenario dei servizi, dando vita al nostro ordine abbiamo voluto fortemente che il valore del nostro lavoro fosse riconosciuto non per scopi puramente corporativi, ma perché venisse reso visibile, un lavoro sommerso che viene portato avanti a favore dei cittadini secondo un?etica e dei principi ispiratori della professione, fondati sulla solidarietà e sulla giustizia sociale.

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La capacità quindi di stare in relazione con l’utente, di progettare in maniera condivisa, la conoscenza dei bisogni e delle risorse di un territorio, fanno della nostra figura professionale un nodo strategico per l’avvio del processo di soluzione dei problemi, dei bisogni e di promozione del benessere del singolo e della collettività. Tutti i giorni si opera concretamente per ristabilire i diritti dei bambini e dei ragazzi, per arrivare a quello che in uno stato libero e democratico si chiama il diritto ad un sano e completo sviluppo psicofisico. Lo sanno molto bene anche gli educatori e le educatrici, gli animatori sociali le animatrici, gli psicologi senza i quali i progetti degli assistenti sociali, e gli interventi non possono essere portati a compimento. Siamo insieme in questo percorso con orgoglio, integrando i nostri saperi, confrontando le diverse figure professionali che operano nel campo minorile, consapevoli che questo è l’unico modo possibile.
Un altro valore che è peculiare, che è espresso dalla collettività, è l’apporto prezioso del lavoro del volontariato e di tutto quell’universo rappresentato dal privato sociale, cioè quel privato che assume il contesto del territorio quale obiettivo della propria impresa, capace di produrre una buona qualità delle prestazioni, dove l’utile economico è lo strumento per nuovi investimenti sperimentali e per il consolidamento delle esperienze da trasfondere per creare sempre nuova cultura. Riteniamo, infatti, che solo alti livelli di professionalità ottenuti con questa modalità sono capaci di stare al passo con la complessità dei nuovi bisogni. Un privato sociale che deve essere capace comunque di stare in rapporto con la realtà istituzionale del pubblico con il quale condivide l’obiettivo finale della realizzazione del benessere individuale e collettivo.
Per ciò è necessario perseguire una realtà di integrazione dove il soggetto pubblico rimane titolare della competenza istituzionale dei servizi socio-assistenziali ed educativi e se ne assume responsabilmente la regia e il coordinamento delle risorse.
Nella nostra regione, la Lombardia, un tempo considerata all’avanguardia per le innovazioni legislative portate avanti in un passato molto recente, attualmente gli operatori stanno patendo un momento di grande confusione, che porta incertezza del futuro, dove nuove logiche non sembrano garantire un’espansione evolutiva delle esperienze volute e maturate nei servizi anche attraverso l’impegno massiccio degli operatori.
“Qualcosa di nuovo” è l’idea della legge 285 che era già stata presentata nelle premesse del ministro Livia Turco nel settembre 1995 a Milano. E’ nuova l’idea della promozione di una cultura dell’infanzia che salvaguardi da subito il diritto del cittadino minore: bambino, bambina, ragazzo, ragazza. Sottesa vi è l’offerta di una risposta ai genitori che faciliti loro il compito da sempre difficile, ma fondamentale, sostenendoli con l’istituzione di servizi realmente adeguati, affinché si possa finalmente parlare di una reale qualità della vita.
Un concetto, quello della qualità della vita, che permea ormai da anni la cultura degli operatori sociali, psicosociali-educativi, e che già da 20-25 anni si ritrova nelle tesi degli studenti delle scuole di formazione.
Penso di interpretare il pensiero di molti, chiedendo che il quadro legislativo e i regolamenti attuativi che verranno emanati ci forniscano gli elementi e le risorse perché le linee tracciate nella 285 possano tradursi in servizi concreti, adeguati e capillarmente diffusi, vicini, quindi, ai bisogni della popolazione e vincolando le regioni, le province e i comuni e la sanità locale alla realizzazione di tutto questo, garantendo la qualità delle prestazioni erogate e privilegiandole alla logica del risparmio tout court.
Restiamo in attesa della riforma dell’assistenza e auspichiamo che, in sintonia con la legge 285, si vada a superare una visione obsoleta, assistenzialistica e ottocentesca dello stato sociale. Questo significa superare il concetto di assistenza, che lasciamo soltanto per le persone che hanno situazioni gravi di cronicità e che quindi vanno assistite.
Tutto il resto della popolazione ha bisogno di altro: diversamente, si mantengono le persone in situazioni di dipendenza. Vogliamo dei servizi che promuovano l’autonomia e le risorse di tutti i cittadini, perciò ribadiamo la necessità che le nuove politiche sociali, alle quali gli operatori psicosociali educativi vogliono concorrere, portando l’apporto della loro esperienza quotidiana, vadano a creare opportunità di promozione delle persone, garantendo l’informazione e l’accesso a un sistema integrato di servizi sociali sanitari ed educativi, in grado di lavorare in rete tra loro.

*presidente dell’ordine degli assistenti sociali della Lombardia

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