Progettare il Nido ..

Qualche anno fa, per chi si occupava di Asili Nido, la battaglia pedagogica verteva intorno alla dignità, appunto, pedagogica di questo servizio; si discuteva intorno alla necessità di consolidare una logica programmatoria che – senza ridurre il nido ad omologazioni didattiche con la scuola materna e senza scontare il tributo di nascita alla natura assistenziale dei primi asili prebellici – fosse una sorta di guida  per l’azione educativa e permettesse di poter “progettare al nido”.

Sconfiggere le logiche riduttive di chi vedeva nel nido una valenza pressocchè soltanto custodialistica era per gli operatori di asilo, e per i pedagogisti che si trovavano ad affiancarli nella formazione permanente, molto più che un semplice obbiettivo: diventava, talvolta, il senso di una intera vita professionale.

Appariva “normale” che, data una certa struttura edilizia e, qualche volta, certi arredi di base, l’esercizio progettuale – fatti salvi, per fortuna, gli aspetti più squisitamente procedurali, comunicazionali e pedagogici – potesse finire con l’esplicarsi solo nella scelta degli arredi di complemento e nella selezione da pletore di cataloghi di giochi e materiali didattici.

Era normale che gli aspetti strutturali, spazio-temporali fossero, appunto, dati e che quindi, come era normale che gli orari di funzionamento del servizio fossero fissati dall’amministrazione comunale nella persona del funzionario preposto o del segretario comunale, altrettanto normale fosse che le caratteristiche strutturali dell’edificio fossero decise dall’amministrazione per mano – o testa, se si vuole – dell’architetto/progettista.

Tu ti trovavi in quegli spazi, con quegli spazi dovevi fare i conti e ti consolava solo il poter esercitare il sacrosanto diritto al mugugno: alzi la mano chi non ha imprecato almeno una volta contro progettisti, accusati, qualche volta a torto ma più spesso a buon diritto, di non saper neanche come fossero fatti i bambini e di progettare spazi e divisioni senza mai chiedersi che cosa mai potessero farci in quegli spazi gruppi di 6/8 bambini; perchè pensassero, prevedendo certi “hangar/soggiorni”, a bambini dai tre mesi ai tre anni come a torme di disperati ed ansanti corridori; perchè ipotizzassero che una educatrice potesse tranquillamente portare in bagno un bambino alla volta, lasciando gli altri sette da qualche parte, e così via lamentandosi.

Francamente, personalmente, non ci speravo più all’ipotesi che un’amministrazione comunale, sia nella sua componente politica sia in quella tecnico-amministrativa potesse concepire che per realizzare un asilo nido, o un altro servizio alla persona, fosse utile consultare dei tecnici dell’educazione, oltre a – o addirittura prima che – uno studio di architetti.

Evidentemente, dopo trent’anni di discussioni, di confronti – penso con simpatia a quelle figure che hanno fatto la storia dei nidi in Italia; qualcuno non c’è più ma le loro intuizioni, le sistematizzazioni, le abbiamo presenti e tutti dobbiamo loro qualcosa; citiamo Malaguzzi, Goldschmied, Mantovani, Becchi, Gay, Ghedini, Salvadori, Galardini, Trevisan, Casali e tanti altri ancora che alla prima infanzia ed ai luoghi e ai modi dell’educare molto hanno dedicato – dopo tanti convegni e coordinamenti, la semina ha dato buoni frutti, anche su questo atipico terreno della progettualità di opere edilizie, regno incontrastato di ingegneri ed architetti, talvolta supponenti e raramente orientati all’interdisciplinarità.

Certo, lascia da pensare,  e da strabiliare, l’anticipo a 2 anni e mezzo dell’ingresso alla scuola materna proposto dalla nuova manager-ministra, ma pare utile uscire dalla lamentazione ed allenarsi a cogliere e consolidare i segni del cambiamento. E’ utile evidenziare gli sforzi positivi condotti negli ultimi anni dal ministero condotto dalla Livia Turco in materia di infanzia e di servizi alla persona; è utile cercare tali segni non solo a livello di politiche governative, ma anche laddove si fa la politica quotidiana, dove il rapporto tra amministratori ed amministrati è più stretto: in periferia, negli enti locali.

E’ per questo che ci è sembrata degna di una testimonianza su Pedagogika l’esperienza del Comune di Lentate sul Seveso.

C’è qualcosa di nuovo, una mentalità nuova che pare farsi strada nei risicati spazi lasciati vuoti tra le angosciose urgenze burocratiche e le sofferte priorità della politica. Non sappiamo attraverso quali percorsi e ragionamenti l’amministrazione di questo comune, in Provincia di Milano ma a ridosso di quella di Como, sia arrivata alla determinazione di rivolgersi ad una Cooperativa di servizi socioeducativi per uno studio di fattibilità, ma lo hanno fatto e ci hanno permesso di fare un’esperienza nuova, coinvolgente e, ora speriamo, non unica.

Nel rapporto tra la Cooperativa Stripes e l’A. C. Di Lentate fu subito chiaro il contenuto della “commessa”: si voleva uno studio preciso, dettagliato ed in tempi stretti, da azienda privata!

Si convenne, dopo due incontri propedeutici con la committenza, che in trenta giorni sarebbe stata fornita una relazione contenente:

•uno studio sulla potenziale domanda di servizio nel territorio comunale, sia in termini di comparazione demografica con realtà omologhe, sia attraverso indagine territoriale con questionari e interviste mirate;

•la definizione, in funzione dell’accertamento della domanda, del dimensionamento della struttura;

•la descrizione degli elementi strutturali e funzionali secondo gli standard regionali;

•la descrizione degli stessi elementi alla luce della nostra esperienza specifica di conduzione di servizi per la prima infanzia;

•la tipologia edilizia dell’edificio e la sistemazione del verde circostante, tenendo conto dell’esistenza, nell’area, di altri insediamenti di tipo scolastico e del tempo libero;

•il preventivo dei costi di realizzazione dei lavori;

•il piano preventivo dei costi di gestione a regime;

•l’articolazione di tali costi tra costanti e variabili in funzione della frequenza;

•ipotesi di entrate articolate tra rette a carico delle famiglie ed entrate da trasferimenti o convenzioni.

Per rispettare sia la sostanza che i tempi di tale accordo la cooperativa mobilitò le proprie risorse professionali costituendo un’apposita équipe composta da pedagogisti, educatori, ricercatori, intervistatori, amministratori.

Si rese necessario convenzionarsi con uno studio di architettura* che, riconoscendo la nostra esperienza, era disponibile ad operare su un piano di complementarità e di condivisione delle scelte e delle responsabilità e, soprattutto, si muoveva con una logica di ricerca e di sperimentalità.

Il percorso stesso della co-costruzione, prima ancora del risultato progettuale, diventò una sfida stimolante: per loro si trattava, ad esempio, di dimostrare che le nostre sensazioni erano frutto, se non di pregiudizi, almeno di esperienze sfortunate; quanto a noi eravamo lieti di avere l’opportunità di essere smentiti nei fatti.

I tempi furono rispettati ed il risultato del lavoro fu  valutato tanto positivamente dall’A. C. di Lentate che il passo successivo fu l’affidamento della realizzazione del progetto preliminare.

Il progetto, realizzato anch’esso in tempi strettissimi, fu portato in consiglio comunale ed approvato: dall’incarico per la realizzazione dello studio di fattibilità all’approvazione del progetto preliminare erano passati sessanta giorni. Ci sembra di poter dire che la combinazione tra chiarezza degli obbiettivi e capacità di scelta mostrata dai committenti pubblici e la competenza dei soggetti privati incaricati (sia pure di un privato particolare,
il privato sociale) abbia dato risultati inconsueti, almeno in termini di tempestività.

I passaggi successivi saranno quelli della gara di appalto per la realizzazione dell’opera e, successivamente, per la gestione. Inutile dire che siamo molto interessati a vedere l’opera realizzata  e che non ci dispiacerebbe avere una qualche parte, se non nella gestione, perlomeno nella progettazione pedagogica; anche se, a onor del vero, riteniamo che questa sia già iniziata in quanto alcune scelte di tipo funzionale nella distribuzione degli spazi comportano l’adozione di modelli organizzativi precisi: l’educatrice di riferimento, gli inserimenti di gruppo, la valorizzazione delle presenze genitoriali, l’integrazione con altri ordini scolastici.

In questa fase precoce, ancora precedente all’inizio dei lavori, ci è parso opportuno poter condividere con i lettori di Pedagogika alcuni elementi progettuali riportando alcune tavole.

Al di là del comprensibile orgoglio, quello che più ci ha stimolato alla pubblicazione è la voglia, consapevole e confessata, di poter provocare in chi ci legge il desiderio di andare anche oltre: pensiamo ad amministratori che possano fare scelte ed azioni politiche sempre più “illuminate”, ad altre cooperative che si “facciano avanti” e si propongano  alle amministrazioni come partners per la realizzazione di altre opere, ad educatori e pedagogisti che assumano in prima persona la responsabilità di essere non solo “operatori” di nido ma soggetti competenti in grado di contribuire in modo significativo anche al difficile lavoro di “progettare il nido”.

*Progettista

Dott. Arch. Angela Galbiati

Studio Galbiati-Pepe, Inverigo (CO)