Progettiamo il futuro

Progettiamo il futuro

Ecco, in questi due concetti, quello della sicurezza e quello dell’accoglienza, ci giochiamo molto del nostro futuro e soprattutto di quello dei nostri figli.

Andrea Garbin*

Progettiamo il futuro

Ecco, in questi due concetti, quello della sicurezza e quello dell’accoglienza, ci giochiamo molto del nostro futuro e soprattutto di quello dei nostri figli.

Andrea Garbin*

L’anno scorso sono stato a vedere La Paura siCura, titolo evocativo di un docufilm di Gabriele Vacis, un progetto dedicato ai ragazzi delle scuole e frutto del lavoro con ragazzi di sei diverse realtà territoriali.

Mi ha colpito molto la frase di un ragazzo rivolta al funzionario dell’Assessorato alla sicurezza credo del Comune di Genova.

La domanda era perché l’avessero chiamato “Assessorato alla sicurezza” e non “all’accoglienza”.

Ecco, in questi due concetti, quello della sicurezza e quello dell’accoglienza, ci giochiamo molto del nostro futuro e soprattutto di quello dei nostri figli.

La globalizzazione ci ha tolto molte sicurezze e ci spaventa perché abbiamo perso le coordinate delle nostre comunità.

Bauman in Dentro la Globalizzazione[1] fa cenno alla Città di Brasilia, creata come uno spazio a misura d’uomo dove siano assenti rischi quali quelli di assembramenti tumultuosi e minacce di ogni tipo, una vita non umana, asettica e impermeabile a ogni cambiamento.

Nella rassegna di cinema che propongo da diversi anni, con un titolo anche qui evocativo, Niente da Capire[2], abbiamo proposto il film La Zona di Rodrigo Plà.

Un quartiere a Città del Messico ai bordi dell’enorme distesa di misere abitazioni, completamente recintato con guardie private e cancelli, con una propria legge, che viene messa a dura prova da uno squarcio che si apre in un muro in una notte di temporale.

Lo squarcio nel muro e quello che ne consegue apre contraddizioni negli abitanti della zona, fino a far dire a un genitore: come farò a dire a mio figlio che viviamo dietro un muro?

La metafora è evidente, rappresenta il mondo globalizzato in cui una minoranza privilegiata si costruisce un muro per difendere i propri privilegi dalla massa di diseredati che preme per sopravvivere.

E’ anche confortante che tanto
nelle parole del ragazzo che chiede perché un assessorato non sia meglio chiamarlo all’accoglienza quanto nelle parole del genitore che si chiede come rispondere al proprio figlio rispetto al vivere dietro un muro per paura di quello che sta al di là stiano possibili risposte in positivo alla paura.

L’idea di una comunità sembra quella pensata sulla base dell’identicità che esclude la diversità, così abbiamo assistito proprio qui da noi in Italia alla demonizzazione del clandestino, fonte di ogni possibile male e soprattutto della globalizzazione che comporta perdita di lavoro e di sicurezza.

In questi anni abbiamo visto come si possa utilizzare la paura verso la diversità come un meccanismo in grado di generare consenso e procedere così al governo della sicurezza delle città fondato sulle telecamere e il ricorso all’esercito.

In un paese dove tre regioni sono in mano alla criminalità organizzata, che poi estende le sue mani sul resto del territorio nazionale con evidenti e accertate infiltrazioni nella politica e nella gestione dell’amministrazione dello stato, si mette in pasto all’opinione pubblica che il problema è la presenza di fatiscenti campi Rom.

La crisi che sta attraversando il nostro mondo è economica, sociale, culturale, politica.

E’ un mondo dove milioni di persone si stanno ribellando con forme diverse e mille contraddizioni, dalle piazze del Nord Africa alle periferie londinesi, dove siamo rimasti perplessi di fronte alle immagini che oltre alle fiamme mostravano ragazzi che accaparravano beni non di prima necessità, come televisori e computer.

Anche qui, come scordare le parole di Bauman sulla società liquida[3], dove esistiamo solo come consumatori, solo come persone che devono desiderare il desiderio senza soluzione di continuità?

Persone che devono trovare la loro individualità nell’essere uguali agli altri attraverso il mercato dei consumi e il conformismo.

«Per essere individui, nella società degli individui, bisogna tirar fuori i soldi, un sacco di soldi»[4]. Così anche la questione della sicurezza venduta come qualsiasi operazione di marketing da qualsiasi amministrazione di qualsiasi colore politico è senza soluzione di continuità, un bisogno da desiderare ma da non soddisfare fino in fondo, pena la perdita di consenso dettato dal desiderio.

E’ come una dipendenza, come la metafora della giara che viene utilizzata da Giulia Sissa[5] per spiegare la tossicodipendenza, come quel buco da riempire che nel nostro caso diventa il tarlo della sicurezza ad ogni costo.

Eppure anche nella crisi dobbiamo essere in grado di progettare il futuro, il futuro sono i nostri figli quelli che hanno un diritto molto affievolito di cittadinanza, quelli per cui l’Italia non è un paese per bambini, come ci dice il Libro Bianco 2011. La Salute dei Bambini[6].

Avremo una società fatta da nonni senza nipoti, una società senza futuro, perché sappiamo che uno dei fattori che possono risollevare la nostra economia è proprio quella di ripristinare le condizioni perché le donne possano lavorare potendo contare su servizi sociali per l’infanzia, sul lavoro dei giovani che spinga anche il desiderio di natalità, questo sicuramente più certo e più capace di essere davvero fonte di soddisfazione.

Dobbiamo poter ripensare ai tempi delle nostre città che significa riprendersi una qualità della vita che ricostruisca quelle comunità che cerchiamo di evocare entrando nei social networks, chiusi spesso nelle nostre case ma in movimento continuo nel cercare i legami del passato, le turbolenze del presente e lo sguardo nel futuro.

Certo anche il tema della mobilità ci rimanda all’effetto prodotto dalla globalità, ai barconi di disperati e alle barche da crociera, a chi può decidere di viaggiare e di restare e chi non può nessuna delle due cose.

C’è chi, come dice ancora Bauman, è turista per piacere e chi vagabondo per costrizione e necessità.

Chi come me lavora con i ragazzi e le ragazze, deve offrire luoghi di approdo, provare a ragionare sulla nostra vita di consumatori e sui nostri consumi, provare a suscitare emozioni al di fuori della logica del desiderio del consumo, mettere a disposizione spazi di cittadinanza, di discussione e di creazione di cultura.

L’esperienza di oltre dieci anni di una rassegna di cinema con gruppi di discussione, la citata rassegna Niente da Capire, ci permette di intercettare le voci di ragazzi che sono spesso relegati ad una cittadinanza silenziosa e marginale.

Ascoltare per una volta invece di fare lezioni magistrali cambia il punto di vista e ci consente di capire lo stato nascente, certo rende meno sicuri, pone domande e interrogativi che ci possono mettere in crisi, ma sicuramente siamo accoglienti, così come chiedeva quel ragazzo di cui accennavo all’inizio.

 *Blogger, responsabile dell’Area InformaGiovani del comune di Senigallia. Si è occupato di servizi sociali per circa venti anni e da oltre quindici si occupa di politiche per i giovani.


[1]             Bauman, Dentro la Globalizzazione, Laterza, capitolo 2 “Guerre Spaziali: una cronaca”.

[2]             http://nientedacapire.wordpress.com

[3]             Bauman, Vita Liquida, Laterza, 2006.

[4]             Bauman, Vita Liquida, Laterza, 2006, pag. 15.

[5]             Giulia Sissa, Il piacere e il male. Sesso Droga e Filosofia, Feltrinelli, 1999.

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