Psicoanalisi e poesia

“La neve era sospesa tra la notte e le strade come il destino tra la mano e il fiore” Cristina Campo1

Il “fare” analitico si nutre di immagini che aprono su mondi, spazi, luoghi, appartenenze della memoria, aprono all’infinito, all’inconcluso della psiche. Ogni volta che qualcuno decide di fissare in un’immagine definitiva – e la chiama forse “interpretazione” – il “perché” di un momento di vita, tradisce la dinamica della psiche. Non è che non sia giusto farlo (e soprattutto quando si inizia a esercitare come analisti in qualche modo è inevitabile); è che è davvero troppo poco. Ci sono pensieri-parole che ingabbiano, che tradiscono il fluire dell’inconscio, incanalandolo per comodità – forse anche per pigrizia – in alvei troppo noti.

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Si agisce per difesa, si consolidano le dighe per impedire straripamenti del fiume dell’inconscio (e della vita) oltre il già dato. Ma sarà questo un buon lavoro? Non sarà il modo per stare tranquilli, tutti un po’ uguali, un po’ più uguali di quando si è iniziato il confronto con l’altro e con la incandescente materia analitica? Essere analisti impone una cura dell’immaginazione, propria e dei pazienti; bisogna imparare umilmente a riconoscere quanto non capiamo, non sappiamo, quanto tutti siamo sempre “pazienti dell’immaginazione” (come dice Hillman). Traghettare dalla pratica consolidata dell’interpretazione alla inquietante e creativa pratica della costruzione in analisi è anche una modalità del lavoro analitico suggerita da Freud in uno degli ultimi scritti. Jung peraltro ha fondato la sua teoria e pratica sul “principio di individuazione”, portando a compimento l’intuizione che ciascuno di noi per trovarsi deve percorrere un lungo cammino di conoscenza unico e non sovrapponibile con altre storie. Se queste sono le condizioni di partenza, ogni analista è in grado di portare i pazienti solo fino al punto in cui è arrivato nella propria storia personale, nel proprio cammino di individuazione. La cura di sé, della sorgente creativa – a partire da cui “costruire” – dura per tutta la vita. Non si deve certo relegare il compito al solo periodo della formazione, che pure deve esserci, a lungo, in strutture consolidate e riconosciute. Ma la formazione dura per sempre e ciascun analista è chiamato a diventare se stesso, portando così gli analizzati a vivere la stessa esperienza.
Questa premessa mi sembra utile prima di raccontare – come mi è stato richiesto – del rapporto tra psicanalisi e poesia. Non lo so definire in senso teorico: so che per me, nella mia storia personale, nel mio modo di inventarmi la vita, di esprimermi creativamente, l’intreccio è fondamentale.
Se incontro ad esempio in un verso di Sylvia Plath una intuizione mirabile che mi dice quanto sta accadendo in un preciso momento dell’analisi, non mi serve nella comunicazione analitica diretta, ma mi nutre, mi muove dentro una possibilità di identificazione empatica che si fonda su un luogo simbolico. Eppure il “fare” della poesia, come il “fare” dell’analisi non è qualcosa che nasce per caso, la cui immediatezza sarebbe solo una resa di tipo sentimentale.
Entrambe le esperienze sono frutto di una ricerca teorica e pratica, di cui a me tocca essere il tramite: il linguaggio – dell’analisi come della poesia – nasce dall’inconscio e di lì (con la mediazione del conscio) si muove nella vita, oltre le barriere delle infinite razionalizzazioni.
L’essere “pazienti dell’immaginazione” apre a una libertà creativa in cui ciascuno è chiamato a riconoscere il luogo in cui è più fertile. Se questo luogo per me si chiama poesia non significa certo che ho inventato la “poesia-terapia” (Dio non voglia che qualcuno ci faccia un business), ma che la materia poetica per me è la più affine – per sensibilità, per storia personale, per “individuazione” – a vivere l’immaginazione in modo integrato, intero. Quando trovo un verso di Cristina Campo e diventa il titolo del mio libro, posso solo sentire con gratitudine un’appartenenza comune, e restituirla agli altri perché con me ne possano godere, come si fa con una musica o con un film. Forse questo è il modo per me, non poeta, di ringraziare con amore i poeti, e di essere analista con la mente e con il cuore.
1 C. Campo, La Tigre assenza, Adelphi, Milano, 1991, p.25

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