Qual è il posto dei bambini?

La crescente regolamentazione di un uso autonomo dello spazio pubblico da parte dei bambini e la stessa carenza di spazi non solo “per” i bambini ma “dei” bambini, da un ambiente in cui cambiarli sino a spazi pubblici nelle città, sono espressione di un’attenzione parziale e rivelano una certa idea di bambino.

Mi trovo in un ristorante di una città italiana del centro Italia meta di un crescente turismo nazionale e soprattutto internazionale. È sabato ed è l’ora di pranzo. Il locale è pieno, sebbene non affollato. Poco dopo di me entra una coppia con un bambino piccolo. Si dirige ad un tavolo prenotato in fondo alla sala e colloca la carrozzina nell’unico spazio disponibile, sul lato esterno del tavolo che è anche una via di passaggio. I camerieri danno il menù ai due adulti e si profondono in grandi sorrisi, parole e complimenti al bambino. Lui sembra molto socievole e risponde con risatine, piccoli gorgheggi e gridolini com’è nel copione di un infante di pochi mesi. La scena si ripete pressoché invariata ad ogni portata, dal primo sino al dolce. I genitori sembrano gradire le attenzioni del personale e osservano sorridenti e rilassati gli scambi affettuosi che avvengono con il figlio. Arrivata l’ora del caffè il bambino inizia a dare alcuni segni di insofferenza. La madre a quel punto si alza, lo osserva, lo prende in braccio e si dirige verso la porta del bagno. Dopo pochi secondi è già fuori, ritorna al tavolo scuotendo la testa, scambia qualche parola con il compagno, si guarda attorno e al passaggio della cameriera che li aveva serviti chiede se nel ristorante è presente un fasciatoio. «No – risponde la cameriera senza particolare imbarazzo – no signora, non ce l’abbiamo». «E allora come posso fare per cambiarlo?» dice la donna guardandosi attorno, nel locale ormai quasi vuoto. «Può cambiarlo dentro la sua carrozzina. Si può mettere nello spazio all’ingresso del locale, tanto lì non dà fastidio a nessuno».

Credo che questo breve spaccato di vita quotidiana di una coppia qualunque con un bambino racconti molto di più della semplice assenza di un fasciatoio in un locale pubblico, ma sia espressione e metafora dell’ambiguo ruolo riconosciuto all’infanzia nella società italiana. Al di là delle retoriche sull’importanza sociale dei bambini, in Italia un figlio è ancora una questione privata, un carico o un lusso della famiglia di appartenenza. Se da un lato i bambini sono trattati come soggetti affettivi dal valore inestimabile[1], e non più come meri soggetti produttivi all’interno dell’economia familiare, dall’altro, non appena prendono corpo e si fanno spazio nella società, la loro presenza non è più oggetto di un’accettazione incondizionata. La crescente regolamentazione di un uso autonomo dello spazio pubblico da parte dei bambini e la stessa carenza di spazi non solo “per” i bambini ma “dei” bambini[1], da un ambiente in cui cambiarli sino a spazi pubblici nelle città, sono infatti espressione di un’attenzione parziale e ancor più rivelano una certa idea di bambino.

Qual è dunque l’idea dominante negli immaginari adulti sull’infanzia?

Pur con le inevitabili semplificazioni imposte da queste poche pagine, risponderò alla domanda assumendo la prospettiva della nuova sociologia dell’infanzia che, sostenendo una visione del bambino come attore sociale in relazione e non semplice ricettore passivo di processi di socializzazione adulta[2], indaga e approfondisce la posizione dei bambini nella società valorizzandone la soggettività e l’agency[3]. In particolare, all’interno di questa corrente l’approccio qui adottato è quello cosiddetto decostruttivo che considera l’infanzia una costruzione sociale nutrita di miti e immaginari adulti che, lungi dal rimanere nella sfera simbolica, hanno delle ricadute sulla vita quotidiana dei bambini e meritano pertanto di essere riconosciuti e svelati[4]. La dimensione che più incide sulla posizione sociale dei bambini nella nostra società è quella generazionale[5]: l’infanzia è infatti costruita in relazione all’età adulta, i bambini sono definiti in opposizione agli adulti e considerati all’interno di un paradigma interpretativo lineare e progressivo dello sviluppo per quello che non sono “ancora” e non sanno ancora fare. Le rappresentazioni che sono ormai diventate senso comune, pur venendo presentate come naturali, sono il risultato di determinate condizioni storico-sociali, economiche e culturali e in quanto tali andrebbero analizzate criticamente per scoprire i meccanismi di potere e le ideologie che le sostengono. Ad esempio, le rappresentazioni che li dipingono come soggetti prevalentemente “con bisogni”, enfatizzandone da un lato la vulnerabilità e l’innocenza (il c.d. mito del bambino angelo) e dall’altro la prepotenza e la furbizia (il c.d. mito del bambino selvaggio[6]) sono costruzioni sociali non neutre su cui si progettano politiche, servizi e interventi a favore dell’infanzia. Il rapporto adulto-bambino, il sistema di relazioni in cui tale rapporto si inserisce non possono essere considerati sotto una lente interpretativa acritica, come mero perseguimento del bene o dell’interesse del “minore”, o almeno non unicamente sotto questo aspetto. Si tratta in sintesi di riconoscere i legami e i condizionamenti reciproci che uniscono la costruzione sociale dell’identità infantile a quella dell’identità adulta. L’altra faccia dell’immaturità, della dipendenza, della vulnerabilità, dell’incapacità del bambino infatti non è altro che la maturità, l’indipendenza, la forza e la capacità dell’adulto. Gli adulti, siano essi genitori, educatori, insegnanti o qualsiasi altra figura professionale che gravita intorno al bambino detenendo un sapere specifico e legittimato, hanno quindi un interesse a mantenere e rafforzare questa visione del bambino in condizione di bisogno. Sia esso un bisogno di cure, di apprendimento, di gioco, di sport o di “stimoli”, quello che rimane costante è che il soggetto pronto o preparato per soddisfarli è un adulto.

La particolarità di questa riflessione non risiede tanto nell’affermare che vi è una relazione asimmetrica di dipendenza ma nello svelare, seguendo Bateson, le «premesse implicite»[7] su cui si fonda tale asimmetria. Le immagini prevalenti del bambino come “non ancora” risultano quindi tutt’altro che insignificanti poiché su di esse si basa la costruzione dominante della relazione adulto-bambino e la giustificazione sociale della figura dell’adulto educatore che lo aiuterebbe a far emergere o a “estrarre”, come suggerisce l’etimologia della parola educazione (ex-ducere), le sue potenzialità. Questo ruolo demiurgico che ogni adulto dovrebbe ricoprire “naturalmente” nei confronti dei bambini è espressione di una cultura adultocentrica che ha fatto del bambino l’altro attraverso cui l’adulto costruisce la sua identità[8].

Il loro presente con il loro quotidiano, i loro desideri e le loro capacità finiscono così per essere spesso messi tra parentesi in un discorso scritto e declamato dagli adulti. Si potrebbe dire che i bambini si trovano in un limbo temporale tra proiezione future (sono gli adulti del domani, il “nostro futuro”) e regressioni nostalgiche del passato (il ricordo di un’infanzia perduta da parte dell’adulto). Così pure lo spazio che non c’è o che gli viene concesso – l’esempio dell’ingresso del ristorante in cui non “dà fastidio a nessuno” ma le stesse aree gioco recintate nelle città dove dietro ragioni di cura e protezione l’infanzia viene confinata[9] – non è altro che la rappresentazione in termini spaziali di una visione del bambino e delle modalità in cui una società regola i rapporti tra le generazioni. Nell’analisi della vita dei bambini lo spazio risulta centrale proprio perché, come ampiamente descritto da Ariès nella sua opera storico-culturalista sull’infanzia, insieme alla scoperta del «sentimento dell’infanzia» comincia progressivamente la ricerca di spazi in cui collocarli[10]. Anche la stessa camera del bambino nello spazio domestico nasce come soluzione al “problema del gioco” del bambino che viene così isolato in un’area ben delimitata diversa da quelle abitate dagli adulti[11]. La configurazione dello spazio dedicato ai bambini è pertanto simbolo delle relazioni intergenerazionali ma allo stesso modo condizione di queste relazioni.

Sebbene la criticità del rapporto con lo spazio sia un qualcosa che riguarda tutte le persone, poiché tutti siamo soggetti a «divieti geografici e spaziali»[12] più o meno espliciti, per i bambini tale rapporto diventa una condizione esistenziale perché non sono sempre loro a definirne la forma. Una delle condizioni che può, infatti, con evidenza accomunare tutti i bambini è che «più di qualsiasi altro gruppo di persone, sono regolati dai luoghi e dagli spazi»[13] in cui, sino al raggiungimento della maturità sociale, passano la maggior parte del loro tempo separati dagli adulti. Il concetto di luogo esprime sia la posizione e lo status socio-economico che una persona ha nella società sia quello che occupa nello spazio fisico[14]. Il posto dei bambini perciò «diventa una questione relativa al loro status nell’ordine generazionale della trasmissione socio-culturale in cui essi, essendo piccoli, vengono incorporati nella società sotto la guida di vari operatori ed educatori adulti»[15].

In questo senso l’educazione può svolgere un ruolo centrale a sostegno di una piena cittadinanza sostanziale dei bambini nella società a patto che assuma un altro sguardo sull’infanzia. Uno sguardo critico non tanto sui bambini ma sulle certezze sedimentate che gli adulti hanno sull’infanzia e che impediscono di vedere i bambini per quello che sono già ora e non unicamente per quello che diventeranno. Solo cominciando a valorizzarli sin dal loro presente, attraverso un’attenzione ai gesti quotidiani, alle loro parole, ai loro desideri ma anche ai loro capricci, alle culture che creano collettivamente con i loro pari, sarà possibile costruire su altre basi la relazione adulto-bambino, non per forza in termini educativi ma interculturali[16], perché, come scrive Corsaro, «il futuro dell’infanzia è nel presente»[17].

*Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Ferrara, collabora con il Centro nazionale di analisi e di documentazione per l’infanzia e l’adolescenza.

NOTE

[1]              Zelizer V. (1987), Pricing the priceless child. The changing social value of Children, Basic Books, New York.

[2]              Corsaro W. A. (1997), The sociology of childhood, Pine Forge Press, Thousand Oaks ; tr. it. Le culture dei bambini, il Mulino, Bologna, 2003; James A., Jenks C., Prout A. (1998), Theorizing Childhood, Polity Press, Cambridge; tr. it. Teorizzare l’infanzia, Donzelli, Roma, 2002; Belloni M.C., (2006), L’infanzia è diventata un fenomeno sociale? Contributi al dibattito sulla fondazione di un nuovo paradigma sociologico, in “Quaderni di sociologia”, vol. L., n.42. (3/2006), 7-39; Satta C. (2012a), Bambini e adulti: la nuova sociologia dell’infanzia, Carocci, Roma.

[3]              James A. (2009), Agency, in Qvortrup, Corsaro, Honig (eds.), The Palgrave Handbook of Childhood Studies, Palgrave Macmillan, Basingstoke, 34-45.

[4]           James A, Prout A. (eds), (1997), Constructing and Reconstructing Childhood, Falmer Press, Basingstoke.

[5]           Alanen L. (2004), L’infanzia come concetto generazionale, in Hengst H., Zeiher H. (a cura di), Per una sociologia dell’infanzia, Franco Angeli, Milano, 59-75.

[6]           Per un approfondimento sul mito del bambino angelo e sul mito del bambino selvaggio cfr. Jenks C., (1996), Childhood, Routledge, London.

[7]           Bateson G. (1988), Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano (ed. or. 1972).

[8]           Frønes I. et al. (1997), Editorial Introduction: Childhood and Social Theory, in “Childhood”, 4 (3), 259-263.

[9]           Cfr. Forni E.  (2011). La reclusione dell’infanzia. Com’è difficile crescere in città, in “La società degli individui”, 40 (1), 42-52; Satta C. (2012b), …nello spazio della differenza infantile. L’ordine generazionale della città, Franco Angeli, Milano, 112-119.

[10]          Ariès P. (2006), Padri e figli nell’Europa medievale e moderna, Laterza, Bari (ed. or. 1975).

[11]         Perrot M. (2011), Storia delle camere, Sellerio, Palermo, (ed. or. 2009).

[12]         James A., Jenks C., Prout A. (2002) Teorizzare l’infanzia, Donzelli, Roma, (ed. or. 1998), p. 37.

[13]          Jenks C. (2005), Journey into Spaces, in “Childhood”, 12 (49), 419-424, p. 419.

[14]          Tuan Y.F. (19749, Space and Place. Humanistic Perspectives, in “Progress in Geography”, 6, 211-252.

[15]          Olwig K. F. and Gulløv E., (eds.) (2003). Children’s Places. Cross-cultural Perspective. London: Routledge, p. 2.

[16]         Satta C. (2012a), Bambini e adulti: la nuova sociologia dell’infanzia, Carocci, Roma.

[17]         Corsaro W. A. Le culture dei bambini, il Mulino, Bologna, 2003 (ed. or. 1997), p. 282.