Qualche riflessione sulla violenza maschile contro le donne

Qualche riflessione sulla violenza maschile contro le donne

La paura della libertà delle donne è strettamente connessa a quella paura del futuro e del “diverso” che spinge alla ricerca e all’invenzione di identità culturali pseudo omogenee, pseudo tradizionali, e la violenza maschile, in specie verso le ex-partner, me ne sembra una spia assai significativa.

di Tamar Pitch*

di Tamar Pitch*

In questa relazione[1] parlo di una questione che è stata variamente nominata: violenza di genere, violenza domestica, violenza familiare, ecc. Le diverse definizioni non si equivalgono, anzi esse riflettono punti di vista, paradigmi e infine soluzioni giuridiche e politiche diversi, come sempre accade. Io preferisco la lunga locuzione “violenza maschile contro le donne”, perché dice esattamente che si tratta qui di uomini che maltrattano (fisicamente e/o psicologicamente) donne, talvolta (non raramente) fino ad ucciderle. E perché dice che si tratta di una violenza sistemica e sistematica, non casuale né occasionale, che ha a che vedere con la modalità egemone di relazione tra i sessi, sottesa dalla diseguaglianza di potere e risorse economiche e sociali. Chiamare questo tipo di violenza violenza di genere oscura precisamente questo, perché se mette in rilievo la componente di “genere” non dice chiaramente che essa è agita da uno dei due generi sull’altro. Non a caso, infatti, la definizione violenza di genere è stata usata anche per parlare di occasionali violenze agite da donne contro uomini.

La violenza maschile sulle donne è esercitata perlopiù da uomini che hanno o hanno avuto una relazione con le donne che maltrattano, di solito una relazione familiare o sentimentale. Questo specifico familiare o relazionale, fino a poco tempo fa virtualmente invisibile, fa parte di un continuum di sopraffazione maschile sulle donne, ossia, come dicevo, non è un fenomeno che attiene alla famiglia o alla relazione sentimentale in quanto tali, ma piuttosto alla modalità di relazione degli uomini con le donne.

Benché esistano ormai da molti anni significative esperienze di contrasto e aiuto, nonché riflessioni e studi sulla violenza maschile nelle relazioni, questo aspetto fatica a raggiungere, in Italia, lo statuto di problema sociale, come è del resto testimoniato dal modo come i media raccontano gli ormai numerosi episodi di omicidio di donne da parte di partner o ex-partner (la solita solfa della gelosia, della follia, ecc., quando si tratta di italiani; barbarie imputabile ad un cultura arretrata, quando si tratta di stranieri). Dal punto di vista legislativo nazionale, si è avuta l’introduzione dell’ordine di protezione, che è un provvedimento preso dal giudice civile e, in questa legislatura, la legge contro lo stalking. Quasi tutte le regioni si sono invece dotate di leggi volte a far fronte, mediante politiche ad hoc, a questo problema.

Il problema, tuttavia, dicevo, stenta ancora a acquisire la dimensione pubblica che ha in altri paesi, ma la sua emersione (scoperta o costruzione, o tutte e due, a seconda della prospettiva sociologica che si assume) si deve al movimento politico delle donne, rispetto a cui possiamo rilevare due diversi approcci nel corso del tempo. Per un verso la campagna per mutare la legge contro lo stupro,  la quale ha avuto esiti ambivalenti, giacché si è mossa sul piano della criminalizzazione e dell’uso politico del potenziale simbolico del penale, finendo per legittimare una lettura emergenziale del fenomeno come agito da una minoranza di stupratori criminali (magari, oggi, stranieri). Per altro verso, i centri antiviolenza, che ormai da anni hanno messo in piedi non solo misure di aiuto e sostegno, ma anche e soprattutto un’ampia serie di ricerche e riflessioni e hanno cercato di evitare l’assistenzialismo e la professionalizzazione, con il suo esito di riduzione a vittime delle donne, e  enfatizzato viceversa la dimensione politica della questione, attraverso una modalità di lavoro basata sulle relazioni.

E’ cambiata inoltre significativamente la percezione che le donne hanno del modo in cui gli uomini gestiscono e interpretano le relazioni con loro: la soglia di tolleranza di comportamenti e atteggiamenti prima considerati normali, o comunque accettabili, si è abbassata, allargando così l’ambito di ciò che è considerato “violenza”. Questo si deve certamente al di più di libertà conquistata dalle donne in questi anni, libertà però minacciata dalla scarsità di risorse economiche e sociali con cui concretamente esercitarla.

L’unica ricerca, finora, fatta a livello nazionale (Istat, 2007), dà conto della pervasività e trasversalità della violenza nei rapporti familiari e di intimità. Ne sono vittime donne di tutti i ceti sociali e di tutte le età. Più difficile dire se questo tipo di violenza sia effettivamente in aumento o sia aumentata soprattutto la disponibilità delle donne a denunciarla. Certo è che, se ci basiamo su quel tipo di violenza che, ahimè, non può essere occultata, ossia gli omicidi, possiamo rilevare che: a) mentre il tasso di omicidi si è ridotto, la percentuale di donne uccise si è invece alzata (un omicidio su quattro riguarda una donna);

b) vi sono più omicidi di donne al centro-nord che al sud.

Questi dati, pur assai scarni, permettono alcune riflessioni.

Vi è certamente ancora una buona percentuale di violenze per così dire “tradizionali”, ossia agite dagli uomini sulla base di una cultura patriarcale che non le considera violenze, ma strumenti legittimi di “controllo”: possiamo annoverare tra di esse anche i casi che avvengono nella famiglie di immigrati. Io ritengo tuttavia che oggi molta violenza maschile contro le donne sia indizio non del patriarcato, ma della sua crisi. E che questa crisi assuma contorni e dia luogo ad effetti drammatici in relazione ad una situazione generale connotata da insicurezza e paura. Negli ultimi dieci anni o più, la paura del futuro, alimentata dalla precarietà del lavoro, dal venir meno delle protezioni dello stato di welfare, ecc. non solo si è diffusa e approfondita, ma è stata utilizzata ampiamente per governare, dirigendola verso la criminalità di strada e gli stranieri. La sicurezza è stata presentata come minacciata da stranieri che, tra le altre cose, stuprano e uccidono le “nostre” donne, a riprova della loro inciviltà, della loro pericolosità, del loro dover essere caratterizzati e trattati come “nemici”. Sessismo e razzismo vanno insieme e si rafforzano l’un l’altro: la donna è il primo Altro dell’uomo, e dunque destinataria di una diffidenza analoga. Ma le donne sono anche,  nell’immaginario collettivo, depositarie del futuro, della continuità dell’identità culturale e nazionale (di qui la costruzione dello straniero come stupratore e, dunque, contaminatore di questa identità). E allora le donne bisogna tenerle strettamente sotto controllo, tanto più, quanto più, come oggi, dispongono di una certa libertà sessuale e riproduttiva. E vanno, naturalmente, “protette” (da notare l’ambivalenza del termine protettore in italiano). Insomma, è la mia ipotesi, la paura della libertà delle donne è strettamente connessa a quella paura del futuro e del “diverso” che spinge alla ricerca e all’invenzione di identità culturali pseudo omogenee, pseudo tradizionali, e la violenza maschile, in specie verso le ex-partner, me ne sembra una spia assai significativa.

Tutto si tiene: le campagne contro gli stranieri (ladri, violentatori, rapitori di bambini) e l’odore di scandali “sessuali” a carico dei nostri più o meno ex-governanti, (prove, più che del disprezzo verso le donne, della necessità di tenere a bada un’impotenza non solo fisica, ma ormai pienamente simbolica, un’impotenza che parla della crisi verticale della maschilità tradizionale); leggi come la L.40 sulla procreazione medicalmente assistita, volte a cercare di limitare la libertà sessuale e riproduttiva delle donne; le ricorrenti campagne antiabortiste (di oggi il secondo cimitero per i feti italiano). La conquista di maggiore libertà da parte delle donne conduce dunque da un lato all’estendersi di ciò che viene chiamato violenza maschile, proprio perché essa non viene accettata più come qualcosa di naturalmente connesso all’esercizio di un’autorità riconosciuta, ma invece come potere arbitrario, lesivo della propria dignità e autonomia; ma dall’altro lato questa stessa conquista non riduce né limita la strage, al contrario, perché libertà e potere femminili fanno paura. La violenza maschile che si esprime nelle aggressioni, nelle persecuzioni, nelle botte, nelle uccisioni è allora in relazione alla violenza di leggi repressive e lesive della libertà sessuale e riproduttiva delle donne.

Paura, rifugio in “comunità di complici” (Bauman), esaltazione della famiglia cosiddetta tradizionale e dei rapporti primari, ricerca di identità di “sangue e suolo” riposano tutte sul controllo, la disciplina, infine sulla violenza sulle donne. La storia sembra antica, e certo lo è, ma solo in parte, perché è proprio quando, come adesso, le identità, le comunità si rivelano illusorie, le famiglie inesorabilmente plurali e diversificate, i legami costitutivamente fragili, che il controllo diventa violenza esplicita, segno di impotenza e frustrazione, piuttosto che di un senso di autorità legittima.

Che fare, dunque? In attesa di un mutamento radicale dell’identità maschile tradizionale (che, certo, può essere aiutato da campagne educative e informative, ma infine non può darsi senza una presa di consapevolezza maschile generalizzata), e pur dentro una crisi economica e culturale assai difficile,  ciò che si può fare è aumentare le risorse economiche, sociali e culturali a disposizione delle donne, in modo che sia più agevole, per chi vuole, uscire da legami familiari oppressivi, nonché sostenere – creare là dove non ci sono – reti e luoghi di sostegno e produzione di autonomia femminile, come molti degli attuali centri antiviolenza sono stati e sono. La paura si sconfigge con misure atte a creare fiducia generalizzata, piuttosto che con misure dirette a rafforzare la cosiddetta “sicurezza”. E queste misure non possono che partire dal rafforzamento
delle basi dell’autonomia, di tutti, e soprattutto delle donne: non c’è libertà senza eguaglianza, e dunque senza risorse dedicate a diminuire le disuguaglianze, ma non c’è libertà neanche senza il sostegno a e la produzione di relazioni orizzontali e verticali, tra le persone, tra le istituzioni, e tra le persone e le istituzioni.

* Professore ordinario di Filosofia del diritto presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Perugia.


[1]             Questo articolo è qui pubblicato su gentile concessione della Rivista AUR&S, semestrale dell’Agenzia Umbria Ricerche, sulla quale è apparso nel numero 7-8/12 ed è tratto dall’intervento della Prof.ssa Tamar Pitch ad un seminario tenutosi a Perugia nel gennaio 2012 da titolo: “Contro la violenza degli uomini sulle donne. Per una nuova civiltà di rapporti e di convivenza”.

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