A quale albero di nave legarci?

La lettura del saggio che è risultata molto impegnativa ed interessante meriterebbe, per la complessità degli argomenti trattati, una riflessione puntuale e articolata su ogni tema proposto. Essendo ogni capitolo così ricco di richiami, spunti e rimandi che afferiscono a molteplici ambiti del sapere, limiteremo, per poca padronanza da parte nostra, le riflessioni sulla materia esposta ad alcuni nuclei tematici che ci hanno particolarmente coinvolto interrogandoci sulle pratiche.

Una prima questione è legata allo sguardo. Costatiamo che nelle esperienze delle realtà associative frequentemente gli insuccessi e i fallimenti non vengono interrogati, pur tendendo a riproporsi con le medesime modalità. Perché non ci interroghiamo? Dove ci può condurre questa interrogazione? E’ la paura? Paura di cosa? Cosa siamo disposti a pagare pur di non affrontare questa paura? La menzogna? Su di noi? Da noi a noi, di noi di fronte agli altri? E cos’altro ancora? Perché preferiamo essere ciechi, far finta che questi fallimenti non ci siano o non dipendano da noi? Come si passa dalla replica alla difesa? Un lavoro è detto, ma cosa è un lavoro? “Una incessante interrogazione”?

Una seconda questione è legata al desiderio. Che cosa tiene insieme un gruppo di volontari? “Cosa” lo paga della perdita (di tempo, fatica, energia, denaro)? E perché una perdita esibita dovrebbe riempire ciò che una perdita tout cort non riempe? L’assenza dello scambio è detto, ma è questo basta? E ancora: quale desiderio parla di noi? Cosa evita il rischio della deriva di un desiderio onnipotente?

Terza questione. Tori-bird. La sua è la paura di incontrare la differenza, l’altro è detto. Ma chi è quest’altro? Cosa ha di così spaventevole? Cosa ci richiama? Di fronte a cosa ci inchioda? Cosa, di noi, ci costringe a riconoscere?

Allargando
le questioni. E’ stato detto che il dinaminsmo psichico non è più costruito sul paradigma edipico, sulla dialettica tra desiderio-divieto. Al mito dell’Edipo si è sostituito quello delle Baccanti, dove il desiderio regna incontrastato e non c’è limite al consumo. Tutto è divorato e divorante fino all’annientamento. Eppure anche la mancanza di desiderio segna una morte psichica. I divieti e i limiti mortificano la nostra natura di esseri desideranti. Quale politica del “limite” può ridefinirlo come risorsa, come elemento di salvezza? Quale politica del desiderio può riattivarlo e allo stesso tempo non farsi dilaniare da esso? Possiamo permetterci di attraversare questo mare, senza rinunciare al canto delle Sirene, e non schiantarci contro gli scogli, come fece Ulisse? A quale albero di nave legarci? con quali corde?

*Operatrici della “Comunità

di via Gaggio” – Lecco