Quando il bambino “precipita” dalla mente dei genitori

Riflessioni sul film “L’INNOCENZA DEL DIAVOLO” di Joseph Ruben

Sinopsi della trama del film

Mark, un bambino di circa otto anni, rimane orfano della madre.

Per motivi di lavoro, il padre è costretto a lasciarlo temporaneamente presso la famiglia degli zii costituita  da padre, madre (Susan), un figlio coetaneo di Mark (Henry) e una bambina più piccola (Connie). Gli zii hanno perduto di recente il terzogenito Richard annegato, inspiegabilmente, durante l’assenza della madre mentre faceva il bagnetto.

In un primo momento, Mark pare ben inserirsi all’interno della famiglia e legare particolarmente con Henry, che lo coinvolge da subito nelle proprie attività.

Il protagonista ben presto si rende conto che i giochi del cugino hanno un risvolto inquietante: la salita alla casa sull’albero si rivela pericolosa per la propria incolumità
e gli attentati agli animali sono solo un piccolo assaggio dell’episodio più grave di Mister Cavalcavia (fantoccio che, gettato da un cavalcavia, provoca una catena di incidenti).

Mark comincia perciò ad esternare quelle che erano fino a quel momento soltanto intime sensazioni e ne parla apertamente, richiamando l’attenzione del cugino sulle conseguenze dei suoi comportamenti.

Da questo momento si assiste ad una escalation di episodi connotati da violenza e distruttività che mettono a repentaglio la vita dell’ intera famiglia (si scopre ora che è stato Henry ad uccidere il fratellino Richard).

Soltanto Mark riconosce come pericolosi i comportamenti del cugino, mentre gli adulti a cui si rivolge per chiedere aiuto, gli zii e una psicologa, pensano che i suoi timori dipendano dal trauma subito per la morte della madre. La situazione esplode quando Susan capisce che i messaggi di Mark hanno un fondamento.

A questo punto Henry tenta di ucciderla gettandola da una scogliera. Mark sopraggiunge, avendo intuito il dramma in atto e, in una colluttazione, Susan rimane affacciata sullo strapiombo trattenendo entrambi i bambini per le mani. Ella non può salvarli entrambi: lascerà cadere Henry. Solo per mezzo del  tragico finale i genitori possono rendersi conto del  motivo per cui  la sofferenza aveva impedito una diversa risoluzione dei conflitti.

Il dolore per la perdita

Ricorrente per tutta la durata del film è il tema della morte, verbalizzata apertamente da Henry o vissuta intimamente da Susan e Mark. Anche gli altri protagonisti, il padre di Henry e il padre di Mark, a loro modo vivono questo evento.

Ad ogni  morte, fa seguito un periodo di lutto.  In psicologia viene considerato lutto uno stato mentale conseguente alla perdita di un oggetto significativo che ha fatto parte integrante dell’ esistenza. La perdita può essere di un oggetto esterno, come la morte di una persona o l’abbandono di un luogo, oppure interno, come un fallimento personale.

Dal lutto si esce attraverso un processo di elaborazione psichica che prevede uno stadio di diniego in cui il soggetto rifiuta l’idea che la perdita abbia avuto luogo, uno stadio di accettazione in cui la perdita viene ammessa e uno stadio di distacco dall’ oggetto perduto con reinvestimento su altri oggetti della libido ad esso collegata.

Si può ritenere che Susan non abbia elaborato il lutto per la morte di Richard. Il suo atteggiamento sembra essersi fissato alla prima fase del processo di elaborazione. Non vuole cambiare nulla nella cameretta di Richard, figuriamoci accettare che vi possa dormire il nipote o chiunque altro. Non si dà pace per quanto è successo ed è talmente assorbita dai suoi “pensieri” che perde l’aspetto “vigilante” nei confronti dei figli, limitandosi a salutarli dopo la prima colazione, lasciandoli andare da soli con la piccola Connie a pattinare sul ghiaccio, e non curandosi minimamente delle “attività” svolte da Henry durante la giornata.

Il padre di Mark, dal canto suo, appare piuttosto assente in un momento così traumatico per il bambino e non solo perché ha deciso di partire. Le rare e brevi telefonate non infondono speranza al figlio, che deve fare i conti non solo con la sua sofferenza e il suo senso di colpa, ma con un cugino che mette a dura prova la sua “capacità di pensare”. Si può ritenere, tuttavia, che il padre di Mark sia un genitore sufficientemente buono (Winnicott), ma anch’ egli deve “fare i conti” con il proprio dolore.

Mark dimostra di possedere un “buon oggetto interno” (M. Klein) che gli consente di affrontare con coraggio i momenti terribili che si trova a dover affrontare; un bambino che ha vissuto con genitori sufficientemente buoni riesce in pratica ad attingere ad una figura interna di madre e padre nei momenti più “difficili” (oggetto combinato, M. Klein). Per questo motivo Mark è così sicuro che prima o poi il bene prevarrà sul male.

Il padre di Henry appare piuttosto assente. Le sue parole nei confronti di Susan a proposito della cameretta di Richard non danno conforto e speranza alla moglie che reagisce con il pianto e con un’ ulteriore fuga dalla realtà.

Henry sembra indifferente alla morte in generale. E’ come se il suo sviluppo psicologico si fosse fissato alla fase onnipotente tipica di un bambino piccolo. Una sua affermazione emblematica è: “Quando sai che puoi fare qualunque cosa, sei libero”. Che cosa gli permette di fare qualunque cosa? Come si è già detto Susan non ha “spazio mentale” per i figli. Ella è una madre “inaccessibile”. Durante la “fase di latenza”, periodo in cui anche nel gioco ci si identifica con l’ eroe o con l’ oppressore, con il bene o con il male, i bambini sperimentano vissuti di paura, fallimento, successo, vittoria. Quando la distruttività prende il sopravvento, i bambini che impersonano i cattivi possono diventare davvero “crudeli” ed incutere paura e terrore negli altri. Per questo motivo è necessario essere in grado di contenere la sofferenza depressiva, ovvero la “sofferenza implicita nella crescita”.

Per questo motivo la presenza di un genitore che viene percepito come capace di contenimento può, mediante l’introiezione, rafforzare nei bambini la capacità di contenere la sofferenza da soli. Ma nel caso in cui questa capacità non sia accessibile né internamente (per introiezione) né esternamente (per l’accessibilità dell’adulto) si può sconfinare in comportamenti pericolosi e dalle conseguenze imprevedibili, come accade nel film.

Mark ed Henry

Come possono, due coetanei, apparire così differenti nel  comportamento?

Henry si presenta subito con un approccio aggressivo e un’incognita circa la sua identità: porta infatti una maschera sul viso e ne offre una anche a Mark.

Durante il periodo che trascorrono insieme, l’incolumità di Mark è spesso messa a repentaglio (per esempio la salita alla casetta sull’albero). Egli viene trascinato in avventure inquietanti e pericolose che hanno il carattere trasgressivo delle “prove” adolescenziali (le sigarette nascoste nel pozzo, gli attentati agli animali o l’uomo cavalcavia), ma vengono messe in atto con l’ incoscienza, la spregiudicatezza e l’intento di chi non conosce i limiti nel creare scalpore nell’altro.

Mark, invece, porta sulle spalle tutto il peso della solitudine in cui si trova e il senso di colpa per avere “lasciato morire” la madre, per non essere stato all’altezza della promessa fattale sul letto di morte (“Io non ti lascerò morire”). Potremmo vedere in questo vissuto il delirio dettato dalla disperazione e la conseguente regressione nel potere onnipotente allucinatorio tipico della primissima infanzia: Mark sente davvero la “colpa” di aver lasciato morire la madre.

Al di là delle apparenze, ambedue i ragazzi stanno vivendo un periodo di grande infelicità, l’uno più chiaramente motivata, l’altro in un modo meno “visibile”, ma non meno perturbante: se la situazione dovesse persistere immutata, avrebbero ben poche possibilità di diventare degli adulti equilibrati.

I problemi di Henry risalgono probabilmente a quando era molto piccolo, nella seconda metà del primo anno di vita, fase in cui l’individuo solitamente comincia il processo di differenziazione ed individuazione dalla madre, intesa soprattutto come processo mentale (6). Però crescere non vuol dire solo conquistare, significa anche perdere qualcosa: una parte delle proprie idee sul mondo, le credenze che tutto esista in funzione propria, una quota della dipendenza dagli altri.

E’ la difficoltà di accettare queste perdite che un bambino in genere vive a livello profondo quando non vuole crescere o fa troppa  fatica a farlo. Il tema di questa perdita sarà diverso e dipenderà dall’incontro fra lui, le sue potenzialità genetiche e la situazione di vita, la storia dei suoi genitori fino a quel momento. “Perché ogni bambino nasce in una famiglia diversa, anche tra fratelli” (Marcoli).

Il primogenito (è il caso di Henry) solitamente fatica maggiormente ad accettare l’arrivo di un fratellino rispetto agli altri figli, poiché ha vissuto un periodo di relazione esclusiva con i genitori, specialmente con la madre, non dovendo dividere con altri affetto, attenzione e disponibilità degli adulti.

Potremmo ipotizzare che Henry abbia particolari difficoltà ad operare questo passaggio e si sente preda di una così grande  sofferenza da arrivare a negarla, utilizzando un modo peculiare di entrare in contatto con il mondo, un’unica modalità aggressiva di sentirsi esistente, cioè essere attaccato agli altri (in questo caso alla madre) anche attirandone le reazioni negative.    D’altronde, ci possono essere genitori con alle spalle storie
tristissime, che faticano a vivere serenamente e, pur amando i figli, non riescono a capirne i comportamenti (in Henry sono ambivalenti e mascherati da un comportamento compiacente).  Cominciare a guardarlo con occhi diversi da prima (grazie a Mark che funziona spesso “come” una individuo adulto), è ciò che permette di vedere le cose con gli occhi del bambino (troppo tardi nel caso di Henry), disinnescando il meccanismo di rifiuto da lui vissuto, che può essere all’origine del suo comportamento distruttivo. Susan e il marito non vogliono, forse non possono, chiusi ancora nel dolore per la perdita del figlio minore, vedere, ascoltare, pensare. Pensare, considerato come funzione emotiva che contiene, modula, rende sopportabile la fatica del crescere e permette gradualmente al bambino di riconoscerla, tollerarla e superarla da sé.

Anche la psicoterapeuta non crede a Mark, spacciando ogni “allarmante” descrizione del comportamento del cugino (che coincide con una richiesta di aiuto) come un fraintendimento dovuto allo stato di disagio in cui si trova.

Gli episodi del film si susseguono in un crescendo di drammaticità fino al tragico finale in cui Henry muore. E con lui,  metaforicamente, muore il pensiero magico onnipotente, che se non  scisso dalla quotidianità si fa spazio di alienità, di follia, di morte del pensiero. Henry muore al nostro mondo, Mark invece vi rimane, per crescere.

Anche Susan, finalmente, può fare un “esame di realtà” e permette la crescita staccandosi, sebbene con struggente dolore, dal figlio.

La capacità di “preoccuparsi”

Il bambino (o l’adulto) che ha raggiunto la capacità di stabilire delle buone relazioni interpersonali ha “attraversato e oltrepassato la posizione depressiva” (Winnicott); bisogna cioè che si sia costituito come persona intera e, in quanto tale, abbia stabilito dei rapporti con delle persone intere. La madre di un bambino piccolo generalmente si adatta ai suoi bisogni con la tecnica delle proprie cure e il bambino impara a riconoscerle come parte della madre, così come il suo viso, i suoi occhi, i suoi atteggiamenti mutevoli. Ma la madre è anche l’oggetto dei suoi attacchi  aggressivi durante i momenti di tensione.

Quando il bambino piccolo avverte un senso di  disagio, quando è oppresso dalla fame, egli non è in grado di tollerare questo stato angoscioso e tenta di liberarsi di questa tensione penosa “buttandola” fuori (tossendo, vomitando, sputando …).

A questo punto la madre, e in prima istanza il suo seno, verrebbe sperimentata dal bambino a volte come seno buono (quando gratifica), altre volte come seno cattivo (quando non è presente) e le due sensazioni vengono tenute distinte nella sua mente,  in maniera fantastica , compiendo così ciò che la Klein definisce  la “scissione” dell’oggetto (in questo caso il seno della madre) in oggetto buono e oggetto cattivo.

Sembra che questa sia una modalità che permette al lattante di far fronte all’angoscia dalla quale altrimenti si sentirebbe sopraffatto. Così si libera dalle parti di sé che sente sgradevoli e cattive proiettandole all’esterno di sé, solitamente sulla madre (posizione schizo – paranoide).

Le “esperienze” di gratificazione/frustrazione che si alternano in modo prevedibile sono necessarie per la strutturazione dell’Io e per facilitare la sostituzione del principio di piacere con il principio di realtà.

La madre sarà a poco a poco interiorizzata come oggetto buono e il bambino si renderà conto che è per la stessa persona che prova sentimenti di amore e di odio (ambivalenza, come la chiamerà M. Klein, nel senso di coesistenza di due sentimenti diversi verso lo stesso oggetto) e sperimenterà verso la madre sentimenti di perdita, di colpa così come di riparazione e di gratitudine (posizione depressiva)

Per concludere, la Posizione Schizoparanoide e quella Depressiva  che hanno, all’inizio del processo evolutivo, caratteri di fasi, assumono nel resto dell’esistenza il ruolo di posizioni, nelle quali costantemente oscilliamo.

Esemplificando tramite la narrazione del film, e riflettendo ancora una volta  sulla personalità dei protagonisti, Henry e Mark,  assistiamo ad una separazione  delle caratteristiche della posizione “schizoparanoide” (in Henry) da quelle della posizione depressiva (in Mark). Si può ipotizzare che i comportamenti di Henry siano l’espressione visibile della scarica immediata ed eclatante di conflitti interni troppo pressanti per essere mediati dal “pensiero”: le sue potenziali abilità, il suo ricco serbatoio di creatività, la possibilità di crescere ed “apprendere dall’esperienza” rischiano di non trovare attuazione se non vengono incanalate, guidate, contenute. Se alla sofferenza psichica insita in questo cammino non viene dato un nome, se non se ne può parlare, se non si ammette che esista, (con l’aiuto dell’adulto), viene “buttata fuori”, all’esterno di sé tramite azioni aggressive e distruttive; ritornerà indietro ingigantita con l’unica possibilità di innescare un circolo forzato di continue evacuazioni del dolore mediante “agiti” sempre più dannosi e senza presa in carico di responsabilità.

Differentemente, in Mark, sembra instaurata la posizione depressiva: la capacità di rendersi conto della situazione reale, il sentimento di colpa e il voler fare qualcosa per riparare la perdita della madre, possono essere considerati , al di là dell’episodio contingente, come possibilità di mettersi nei panni dell’altro, la preoccupazione di far del male all’altro,  di prendersi la responsabilità delle proprie azioni, di accettare il dolore della perdita fisica o psichica. Nella vita quotidiana, i modi di essere sopra descritti non possono rimanere scissi, poiché si completano a vicenda: la quotidianità è fatta di momenti in cui non si riesce a pensare perché l’emozione è  così forte che inibisce una visione della realtà obiettiva, alternati ad altri in cui  si riesce ad effettuare una presa di coscienza della situazione con la conseguente possibilità di usare le proprie competenze e i propri “strumenti mentali” per far fronte alle circostanze.

La famiglia di Henry

Osservando la famiglia di Henry all’ arrivo di Mark, questa appare messa a dura prova dalla morte del piccolo Richard. Si può pensare che si tratti di una fase transitoria, ma con lo scorrere delle immagini si scopre l’agghiacciante verità: Henry ha ucciso suo fratello Richard. Quella che sembrava una famiglia il cui equilibrio era stato comprensibilmente incrinato da un evento drammatico, si rivela essere un gruppo che, si presume,  già da tempo non funzionava. Secondo l’accezione di  Meltzer e Harris, quella del film può essere pensata come una famiglia rovesciata, un gruppo, cioè, in cui viene a mancare la capacità di pensare. Ciò può portare i suoi componenti ad agire in  modo incontrollato; quando, infatti, la sofferenza psichica, insita nei processi di crescita, non viene contenuta, si può arrivare ad una frammentazione all’ interno del gruppo con un aumento di angosce irrazionali di tipo persecutorio (paura di ricevere male dagli altri). Caratteristica di questa tipologia familiare è la presenza di atteggiamenti egoistici e di comportamenti delinquenziali. Nella famiglia rovesciata “I ruoli familiari ufficiali saranno una parvenza e le funzioni familiari verranno distribuite un po’ a caso” (Meltzer e Harris).

Nel film l’unico che svolge le funzioni genitoriali è Mark, addirittura una persona esterna al nucleo familiare.

In questa situazione, “l’intelligenza [di Henry] è stata monopolizzata oltre misura dalla parte distruttiva della personalità” (Meltzer e Harris), con l’ instaurarsi di uno stato mentale in cui i valori sono “invertiti”. In un individuo con queste caratteristiche potrà farsi strada l’ equivalente di una religione di tipo satanico (si pensi al titolo del film), ovvero egli sarà in concorrenza con gli oggetti buoni (genitori, Mark), e la sua mente tenterà di annientare i vincoli di fiducia che ancora lo legano a loro. Il delirio lo porterà all’ acquisizione in base alla quale: “Chi non è con me è contro di me”.

Henry non solo coinvolge Mark, suo malgrado, nelle azioni più terribili, ma, quando si rende conto che la seduzione non serve nei confronti del cugino, lo minaccia di morte.

Un mondo basato solo sul principio del piacere (Freud), però, non può reggere a lungo. Dopo aver messo in pratica un omicidio ed aver tentato una carneficina, Henry intraprenderà la strada dell’ autodistruzione; “il disprezzo per la vita condurrà
infatti, in ultima analisi, al suicidio” (Meltzer e Harris).

Nel film la morte di Henry può a questo punto essere considerata “una morte annunciata”.

Per comprendere appieno il lavoro, si consiglia la visione del film, disponibile in videocassetta (noleggio).

*Esperte in dinamiche educative

Con la supervisione di

Daniela Scotto di Fasano**

e Marco Francesconi***

**Psicologa, Socia Società

Psicoanalitica Italiana

***Psichiatra,

Docente Psicologia Dinamica. Università di Parma

Bibliografia

AA.VV. (Ottobre 1995). Rivista Difficoltà di apprendimento. Trento: Erickson.

Bion, W. (1972). Apprendere dall’esperienza. Armando

Boston, M, Dawis, D. (1981) Il lavoro psicoterapeutico con bambini ed adolescenti, Liguori.

Freud, S. (1977). Al di là del principio di piacere”. In Opere. Vol. 8. Torino:  Boringhieri.

Klein, M. (1969). La psicoanalisi dei bambini. Firenze: Martinelli

Mahler, M. (1978). La nascita psicologica del bambino. Torino: Boringhieri.

Marcoli,A. (1993). Il bambino nascosto. Mondadori.

Meltzer, D., Harris, M. (1986) Il ruolo educativo della famiglia. Centro Scientifico Torinese

Stella, S. (1992). Manuale di psicologia dinamica. Centro Scientifico Editore.

Vegetti Finzi, S. (1992). A piccoli passi. Mondadori

Vegetti Finzi, S. (1996). I bambini sono cambiati. Mondadori

Winnicott, D. W. (1985). Dalla pediatria alla psicoanalisi. Martinelli & C.