Quando si gioca in casa di altri

Uno dei paradossi più frequenti che si incontra nell’educativa domiciliare è quello di cercare l’incontro con un nucleo familiare che, assai frequentemente, non vuole essere incontrato. All’inizio della progettazione dell’intervento, le figure professionali impegnate spendono molte energie per cercare di comprendere il contesto nel quale si trovano e per capire come relazionarsi all’interno del sistema familiare e con chi. E, soprattutto, chi è questo “chi”, chi sono questi altri. Alterati dall’altrui alterità, alterati da luoghi e ambienti diversi, alterati dalla stessa ricerca di senso i professionisti trovano forse, in un reciproco sostegno dettato dalle regole del loro servizio, le cosiddette linee guida per tracciare un possibile percorso di intervento.

Poiché la casistica che può presentarsi è talmente variegata da non consentire, nemmeno per un solo caso, similitudini l’unico punto di riferimento è il non riferimento, è cioè la certezza dell’incertezza. La sensazione di “sentirsi smarriti”, può essere considerata più che un eufemismo. Mettersi in posizione di ascolto a 360° sembra essere la via maestra; un percorso a ritroso “alla ricerca del tempo vissuto” che ci vede impegnati a fare un po’ di luce. Possibilmente, là dove occorre e non dove l’impianto elettrico consente l’illuminazione. Ma le lampadine illuminano un po’ anche la strada da noi fin lì percorsa e, dove sono cresciuti boscaglie e roveti, ci tocca mettere mano al  nostro piccolo machete per cercare un varco. Ecco che “L’educatore imperfetto” (Sergio Tramma),  figlio di “Gli imperfetti genitori” (Bruno Bettelheim), procede lungo una strada accidentata, ma che è l’unica strada percorribile quando si cerca di capire qualcosa degli altri attraverso se stessi.

Senza indugiare in soste troppo prolungate, immersi in quella lucida sobrietà vissuta da soli e che sola indirizza verso orizzonti di senso, il viaggio intrapreso dall’educatore all’interno delle relazioni familiari si fa più sicuro nell’incontro e nel confronto con gli altri colleghi e, soprattutto, con l’affiancamento della supervisione. Una visione sopra le parti che dovrebbe consentire di vedere la complessità della situazione.

Solo se si fa breccia nel cuore della famiglia, gli interventi (ovvero le relazioni che al suo interno si sono giocate o non giocate) possono essere suscettibili di cambiamenti. Fare breccia nel cuore non vuole certo dire “innamorarsi” della famiglia; anzi questo è sicuramente un indice rivelatore del fatto che qualcosa non va tanto bene. Significa, invece, prestare attenzione alle reti relazionali: le reti familiari o le reti dei servizi, possono, se incautamente toccate, lasciare impigliati e rendere faticosa l’uscita. Certo è difficile essere una guida, essere investiti di un ruolo educativo che intrinsecamente richiede un atteggiamento mentale di cura che ci “obbliga” a fare i conti, oltre che con la nostra cura, anche con la cura dell’altro. Si tratta di un partire da sé per andare verso l’altro. Insomma, occorre fare i conti con il lavoro educativo come luogo dove lo strumento di sé è lo strumento principe, un esempio da seguire, una guida.

Mentre scrivo, mi torna in mente un caso di tanti anni fa. Un ragazzino cercava una guida, aveva i genitori e anche un fratellino ai quali voleva molto bene; ed anche loro ne volevano a lui. Loro, i genitori, erano tutto il giorno fuori casa per lavorare. Lui abitava in una di quelle zone di periferia difficili da descrivere, tanto era uguale ad altre anonime periferie. La differenza stava nel fatto che di fronte alla sua casa, si perdeva quasi a vista d’occhio… di bambino, un campo di grano ed un boschetto abbastanza fitto.

Poiché il nostro ragazzino era distante del centro abitato, non aveva compagni che andavano a trovarlo. E anche per lui era difficile spostarsi da lì. All’avvicinarsi dell’estate passava interi pomeriggi a cercare papaveri e fiordalisi nel campo di grano e a stupirsi per la bellezza della campagna di periferia. Era quella anche la stagione durante la quale era facilissimo imbattersi in cucciolate di gattini, che in mezzo alle spighe di grano erano accuditi dalla loro mamma. A scuola non parlava, a casa era l’unico che parlava. I suoi l’ascoltavano distratti: gli volevano bene, ma non capivano cosa c’era da dire… A scuola non andava tanto bene ed il rapporto più significativo era quello che aveva instaurato con una suora del catechismo. Ma da quando lei aveva chiamato “cascina” la sua casa – che per lui invece era la sua casa, ed in verità era una casa, non una “cascina”, nell’accezione che di quei tempi se ne dava: cioè una casa inserita in un cascinale lombardo. No, anzi, era una casa nuova, in fase di costruzione e ci teneva a dirlo – ecco, da allora lui, che non si era sentito ascoltato nemmeno dalla suora del catechismo, aveva interrotto ogni comunicazione con l’esterno e quindi con l’altro. E si faceva così poco alterare dagli altri da essere definito dagli insegnanti come “soggetto apatico”. Forse che il nostro Giuseppe avrebbe potuto godere dell’ascolto del nostro educatore imperfetto?

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