Quella volta che ho incontrato la psicoanalisi

Io la psicanalisi l’ho incontrata più o meno venticinque anni fa. E’ stato un amore fulminante, tormentato, clandestino, di quelli che ti cambiano la vita ed al quale devo molto. Soprattutto il mio mestiere.

Provo a spiegarmi. In quegli anni confusi e bradi, ma anche liberi e fecondi, capitava d’invaghirsi di qualcosa che, apparentemente, “non c’entrava”. Per esempio, apparentemente non c’entrava” niente la psicanalisi con la politica di quegli anni.
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Poi, però, se andavi a vedere più da vicino, ti rendevi conto che c’era in quelle parole (antipsichiatria, esperienza basagliana, definizione del concetto di “normalità”) qualcosa di indispensabile per riuscire almeno a tentare di fare una qualche rivoluzione: la consapevolezza di sè, la conoscenza delle proprie dinamiche più segrete, la capacità di leggere gli altri al di là degli schemi e dei comportamenti codificati. Insomma, qualcosa che se non era la libertà ci si avvicinava parecchio. E noi avevamo un gran bisogno di libertà, meglio: di una scuola di libertà. Naturalmente, tutto questo sapere andava messo a disposizione delle masse popolari, il prima ed il meglio possibile.
E così nacquero delle specie di commandos della psiche, fermamente determinati ad aprire consultori popolari di psicoterapia nei quartieri popolari di Milano: in pratica, fui folgorata sulla via di Niguarda. E siccome i consultori dovevano poi anche funzionare ventiquattr’ore su ventiquattro, succedeva che un manipolo di nobilissimi (e bravissimi) terapeuti veri si assumesse l’incarico di formare una squadra di giovani volontari/volonterosi/volontaristici, in grado non certo d’impostare una terapia, e neppure una diagnosi, ma almeno un “primo colloquio” con l’ipotetico paziente, senza per questo provocare danni irreparabili al suddetto bisognoso.
Insomma, mi ritrovai a far parte di questo gruppo di giovani, perlopiù studenti, che nel tempo libero, anziché recarsi a feste o concerti, preferiva di gran lunga frequentare regolarmente queste esperienze e/o riunioni seminariali cicliche di psicoterapia critica e/o alternativa. Bellissimo! Coinvolgente! Emozionante! E perfino ludico, perché no: spesso giocavamo, ridevamo di squisiti calembours in forma di lapsus, a volte cantavamo, anzi, avevamo addirittura composto una specie di inno, o meglio, di jingle. Faceva (sull’aria dell’allora celebre “Per fare un tavolo” di Sergio Endrigo):
Per fare un Tavor
mi dai due Valium,
se non c’è il Valium
va bene il Nozinam,
se non c’è il Nozinam

puoi darmi un Serpax
se non c’è il Serpax
va bene il Mandrax…
Poi è arrivato il Prozac e non ha più cantato nessuno – non per cause naturali, intendo dire… Ma tant’è, noi allora non lo sapevamo e frequentavamo con autentica beatitudine i nostri seminari. Attenzione:
non vorrei aver dato l’idea di una colpevole superficialità. Nel nostro gruppo noi, certo, non minimizzavamo e, men che meno, criminalizzavamo il disturbo psichico, anzi, semmai correvamo il rischio opposto: quello di mitizzarlo. Da noi, chi mostrava acuta sofferenza psichica veniva tendenzialmente considerato un genio… gli autistici andavano a ruba, molto prima di “Rain man”…capitava sempre qualcuno che diceva: “Ho conosciuto uno psicopatico” e tutti: “Che culo, portalo!”.
Insomma, in questo clima io ho praticamente debuttato. Nel senso che parte di queste lezioni (che – lo ripeto – erano tenute da docenti di altissimo livello, oltreché di grandissima generosità) erano costituite dal cosiddetto “colloquio simulato”: a turno, con l’aiuto di una spalla che interpretava un possibile paziente, ci cimentavamo nell’arduo ruolo dell’aspirante terapeuta alle prese con un “caso”.
A me una volta avevano raccontato la storia di una ragazza schizofrenica (niente di drammatico, per fortuna) e, così, mi offrii di interpretarla: un successo clamoroso! Non ho mai capito se per una mia naturale propensione al ruolo o se perché, in fondo, già allora avevo visto abbastabza film americani per sapere, più o meno, come va interpretata la schizofrenica standard, modello base. Bisogna assumere un’aria svagata, vacua…guardare sempre da un’altra parte…e avere l’accortezza di non rispondere mai alle domande via via che te le fanno, no: o alla domanda prima o, meglio ancora, alla domanda dopo…
Morale: andò talmente bene che, alla fine, tutti (ma proprio tutti, anche i docenti, non soltanto i miei coetanei) mi dissero: ma guarda che tu dovresti fare l’attrice. Sul serio.
E io – giuro – non ci avevo mai pensato! Non era un sogno segreto, confidato al diario o a qualche amica del cuore, no: io la mia vita l’avevo progettata tutta diversa…
Eppure, in quel momento mi sono resa conto che sì, forse valeva la pena di tentare, proprio per non perdere quella straordinaria sensazione d’interezza, che avevo provato mentre “recitavo”. Perchè, mentre interpretavo la “mia” schizofrenica, mi ero resa conto che quel mestiere lì mi avrebbe permesso di giocare per tutta la vita, senza dovermi sentire scissa tra ciò che si desidera fare e ciò che si deve fare per poter vivere.
E, che ci crediate o no, è stato proprio così.

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