Questioni di genere

 

L’approccio di genere nella relazione educativa.

di Cristina Gamberi

 

L’approccio di genere nella relazione educativa.

di Cristina Gamberi

Sappiamo[1] che il mondo della scuola rappresenta un ambito privilegiato per promuovere democrazia e parità e per trasmettere valori in cui uomini e donne, ragazzi e ragazze, bambini e bambine imparino il rispetto gli uni degli altri. Riconoscere le differenze e assumere una consapevolezza critica dei modelli dominanti che ogni giorno ci vengono proposti è il primo passo per avviare la costruzione di un percorso di vita dove ognuno possa acquisire quella consapevolezza di ciò che significa diventare l’uomo e la donna che si desidera.

Sappiamo che l’educazione non è mai neutra – come ci ha insegnato Luce Irigaray – e siamo consapevoli che parte di questo approccio consiste nel riflettere sui ruoli, le pratiche e gli stili educativi di insegnanti e educatori/trici. Ciò significa non solo intervenire nell’ambito della trasmissione dei saperi e delle competenze disciplinari, ma anche saper accompagnare il processo di scoperta di sé che ragazzi e ragazze intraprendono. Si tratta dunque di coinvolgere anche il corpo docente a ripensare la relazione educativa con i propri studenti e studentesse in ottica di genere.

Già nel 1973 Elena Gianini Belotti aveva avuto il merito di avviare una riflessione sul ruolo del/la docente all’interno dei processi educativi privilegiando un’ottica che oggi definiremmo di genere, ossia capace di offrire un’interpretazione del femminile e del maschile non come evento biologico che si trasforma in destino individuale, ma come dimensione storico-culturale che dal momento in cui si nasce conduce il singolo o la singola a vivere maschilità e femminilità in modi differenti, a seconda del momento storico e della cultura di appartenenza, della classe sociali così come del contesto religioso di riferimento e così via. Non solo, ma in Dalla parte delle bambine le differenze di genere erano già indagate come veicolo di relazioni asimmetriche di potere fra uomini e donne, laddove la scuola rinforzava una serie di comportamenti e trasmetteva una serie di valori che legittimavano rapporti diseguali tra bambini e bambine. La pedagogista montessoriana passò anche in rassegna una serie di nodi critici del mestiere di insegnante che andavano corretti alla luce di quella profonda riforma dai condizionamenti sociali di genere che auspicava.

Nonostante siano stati molti i passi avanti compiuti dalla scuola italiana, in particolare dalle sue insegnanti, e nonostante il recentissimo DL 104/2013 Scuola approvato nell’autunno del 2013 che prevede anche “competenze relative all’educazione all’affettività, al rispetto delle diversità e delle pari opportunità di genere e al superamento degli stereotipi di genere”, tuttavia l’Italia è purtroppo fra i paesi europei che per molto tempo è stato sprovvisto di politiche significative in materia di parità nel campo dell’istruzione. Ad affermarlo è il rapporto Eurydice che sostiene anche come il contesto italiano sia rimasto più indietro nel munirsi di linee guida chiare per il corpo docente.[2] Ciò significa che nonostante gli sforzi per includere l’uguaglianza di genere come materia o tema interdisciplinare, viene ancora rivolta pochissima attenzione allo sviluppo di metodi di insegnamento appropriati e di linee guida specifiche che potrebbero avere un ruolo importante nel contrastare gli stereotipi di genere che influenzano l’apprendimento degli studenti.

Ripensare la relazione educativa con un approccio di genere è prima di tutto un passaggio indispensabile per progettare e realizzare attività didattiche che affrontino in modo esplicito le tematiche di genere secondo una logica multidisciplinare e di attivo coinvolgimento di studenti e studentesse. Ripensare la relazione educativa in ottica di genere significa inoltre adottare un approccio trasversale al tema del genere che può essere fatto proprio in tutti i campi disciplinari e può essere assunto da docenti di tutti gli ordini scolastici.

Per indagare le implicazioni, a volte trascurate, della dimensione del genere nella relazione tra chi educa e chi impara, è forse necessario porre l’accento e intervenire sul curriculum nascosto – ovvero tutto ciò che si fa non ‘ufficialmente’ nella scuola, come ad esempio le relazioni sociali in classe o in palestra, le amicizie, i rapporti tra insegnanti e studenti, ecc. C’è chi ha sostenuto che le interazioni informali degli studenti in ambito scolastico costituiscano l’aspetto più influente della loro socializzazione su ciò che significa essere femmina o maschio nella società e che, se questo aspetto della cultura scolastica rimane invariato, è molto probabile che non si riesca veramente a incidere né sull’aspetto individuale né su quello collettivo.

In altre parole, proprio perché il curriculum nascosto trasmette a ragazzi/e un insieme di messaggi che spesso rafforzano la stereotipizzazione di sesso, sostenendo in tal modo una divisione sessuale del lavoro nel processo sociale dell’istruzione, la domanda non deve essere (solo) “cosa insegniamo?”, ma anche “come lo insegniamo?” laddove l’accento va posto sulle modalità attraverso cui si trasmettono i contenuti e i saperi critici legati alla dimensione dell’identità di genere.

L’insegnamento sensibile al genere è uno strumento importante per la gestione della classe e può avere forti ripercussioni sia sul rapporto fra allevi e insegnanti, ma anche nel rapporto fra gli e le allievi/e stessi. In altri termini, la relazione fra chi insegna e chi impara costituisce una parte importante del curriculum nascosto e come tale può contribuire a plasmare i rapporti di genere e le opportunità di studenti/esse.

E’ per questo che creare un momento di auto-riflessione, che ci aiuta a riflettere su noi stesse/i, sulla nostra attività di docente, sul ruolo che svolgiamo in classe, su come usiamo il linguaggio e sui nostri silenzi è un passo necessario se vogliamo intraprendere un percorso legato alla valorizzazione dell’identità di genere in classe. Questo momento di autoriflessione ci permette infatti di fare un lavoro personale sui nostri stessi stereotipi e preconcetti. Oggi più che in passato, infatti, gli/le insegnanti rappresentano figure di adulti significativi nel processo di socializzazione di ragazzi/e e il/la docente può offrire alla classe delle preziose chiavi di riscrittura dei copioni di genere dominanti, se è in grado di sottrarsi alla neutralità esplicitando il proprio posizionamento, se compie una continua analisi dei propri stereotipi e se fa un uso attento del linguaggio.

Sottrarsi alla tentazione della neutralità significa rigettare quella presunzione per cui ogni docente reputa necessario cancellare il proprio genere per proporsi come modello di un apprendimento a-sessuato. Il rischio della neutralità è infatti di rendere inconsapevolmente secondari i saperi di genere, riportandoli esclusivamente ad una dimensione privata dell’esistenza, e di trasmettere messaggi educativi che rispecchiano valori tradizionali rispetto dall’ordine di genere dominante. Per esempio, il presentarsi come neutri può voler dire bloccare i tentativi di comunicazione sulle difficoltà della propria formazione di genere, mentre invece può essere importante il saper aprire degli spazi di confronto e ascolto con i/le bambini/e e gli/le adolescenti.

Anche il prestare attenzione all’uso non sessista del linguaggio che quotidianamente parliamo rappresenta un passaggio necessario per valorizzare la dimensione del genere. Prestare attenzione al linguaggio significa concretamente non utilizzare il maschile intendendolo come neutro, ma declinarlo sempre nel rispetto del genere dei/lle propri/e interlocutori/trici. Per esempio, rivolgersi nelle sezioni o nelle classi sempre a “bambini e bambine” e “ragazzi e ragazze” e interpellare e declinare per genere i compiti e i giochi da svolgere è un esempio di buona pratica. La possibilità di riconoscere e de-costruire un lessico ambiguo e stereotipato rappresenta una straordinaria sfida pedagogica, per la promozione di una reale educazione di genere intesa come spazio democratico e di crescita reciproca tra adulti e bambini/e.

Se è vero che il linguaggio è strategico nel trasmettere valori nuovi e nel decostruire gli stereotipi, è anche vero che il “curriculum nascosto” passa anche attraverso attenzioni e silenzi che si dedicano a ragazzi/e del gruppo classe. Un esempio: quando siamo in classe diamo lo stesso tempo di intervento e di parola a studentesse e studenti? Quando facciamo lezione diamo la stessa attenzione e attribuiamo la stessa importanza a quello che le ragazze fanno e dicono rispetto a ciò che fanno e dicono i ragazzi? Come hanno dimostrato alcune ricerche, anche quando pensano di trattare i loro studenti nello stesso modo, gli insegnanti sono più inclini a correggere i maschi e a prestargli maggiore attenzione, creando al tempo stesso maggiore dipendenza nelle studentesse.

Un’altra questione è invece legata non tanto al nostro comportamento, quanto piuttosto a quando preferiamo non sentire, non vedere, o non parlare. Questo succede quando per esempio ignoriamo (oppure semplicemente si è permissivi) nel sanzionare offese fisiche o verbali legate alla dimensione di genere, o all’orientamento sessuale o all’appartenenza etnica, contribuendo in questo modo alla degradazione della persona che è oggetto di scherno.

Adottare un approccio educativo fondato sulla valorizzazione delle differenze di genere significa tenere conto del potenziale trasformativo, in ambito culturale e sociale, insito nel paradigma stesso del gender. L’educazione al genere, infatti, apre uno spazio educativo, fisico e simbolico, politico e di confronto, in cui ogni ragazzo/a si possa sentire libero/a di trasgredire i modelli dominanti, che altrove sarebbero socialmente sanzionati. Si tratta, in altre parole, di una sfida educativa che paradossalmente richiede il non rispetto delle regole, dei confini e dei modelli dominanti di maschilità e femminilità. Educare al genere significa infatti svelare il carattere storico, appreso e contingente di ogni performance di genere e aprire la strada al cambiamento per divenire donne e uomini capaci di sfidare quell’ordine simbolico apparentemente così cristallizzato e obsoleto. Non è dunque un caso se Barbara Mapelli parli di «pedagogia dell’ovvietà poiché pone al centro del proprio interesse ciò che più appare ovvio, ciò che nella realtà è più evidente e, al tempo stesso, più invisibile, il fatto che al mondo vi siano donne e uomini».



[1]             Parte del presente intervento è stato presentato il 21 Febbraio 2013 alla conferenza “Che genere di programmi? Percorsi e canoni per una scuola che cambi”, un convegno su sguardi di genere e didattica per docenti delle scuole di ogni ordine e grado  organizzato dal Laboratorio di studi femministi Anna Rita Simeone «Sguardi sulle Differenze» presso l’Università Sapienza di Roma.

[2]             I dati qui presentati sono tratti dallo studio realizzato dalla rete Eurydice (la Rete di Informazione sull’Istruzione in Europa) dal titolo ‘Gender Differencies in Educational Outcomes: Study on the Measures Taken and the Current Situation in Europe‘, che affronta il tema della disparità di genere in ambito educativo. Lo studio è consultabile online su http://www.indire.it/eurydice/content/index.php?action=read_cnt&id_cnt=10571.