Questioni di genere

La violenza di genere in educazione.

La necessità del cambiamento

di Cristina Gamberi

Scrivere queste poche pagine alla vigilia dell’8 marzo non è casuale. Nel giorno in cui le mimose gialle sono vendute ai semafori, e le quote rose sono discusse sui giornali stracolmi di pubblicità di creme antirughe, forse vale la pena riflettere su alcuni nodi essenziali della situazione delle donne e degli uomini oggi.

Seppur i dati ufficiali siano carenti – gli ultimi risalgono a una ricerca Istat del 2006 e sono quindi vecchi – e seppur le ricerche svolte coprano solo una minima fetta del fenomeno, è indiscutibile che la violenza contro le donne e il femminicidio siano una realtà tangibile e diffusa nel nostro paese così come nel resto del mondo. Era il 2002 quando il Consiglio d’Europa denunciò come la prima causa di morte per le donne fra i 14 e 44 anni nel Vecchio Continente fosse proprio la violenza. Gli autori erano e continuano ad essere perlopiù mariti, partners o ex. Altre volte sono parenti e conoscenti della donna. Le persone di origine straniera rappresentano invece solo una piccola percentuale, che però riempe i titoli delle pagine di cronaca dei nostri quotidiani – come se i giornalisti seguissero una logica inversamente proporzionale alle reali proporzioni del fenomeno.

Ma la violenza degli uomini sulle donne è, come sappiamo bene, qualcosa di più della semplice somma di tanti atti individuali. Quando si parla di violenza contro le donne bisogna infatti porre l’accento anche sulla sua dimensione sociale, culturale e simbolica. Si tratta di una violenza fatta di discriminazioni sul luogo di lavoro, di una cultura intrisa di stereotipi sessisti, di un uso del linguaggio declinato solo al maschile, di rappresentazioni univoche del femminile, ma anche di un’mmagine fortemente riduttiva del maschile. In altre parole, la violenza contro le donne non è un’anomalia del sistema, ma è un fenomeno strutturale e trasversale della nostra società. È dunque un fenomeno complesso che ha origine nelle logiche fondanti la società: è una questione di portata sistemica che chiama in causa il contesto sociale, culturale e storico entro il quale la violenza stessa si produce e si riproduce. Presi nel loro insieme, gli atti di violenza maschile contro le donne hanno un significato preciso: la riaffermazione di una supremazia, di un ordine gerarchico fra i generi laddove il maschile è ritenuto ancora fonte di una presunta superiorità e autorevolezza. La violenza sulle donne è un fenomeno che ha quindi una precisa funzione politica: rinsalda un patto sociale fondato sul dominio maschile eterosessuale.

Quando parliamo di violenza contro le donne deve essere chiaro che non stiamo parlando di un episodio di cronaca nera, ma di una situazione politica, dove sono in gioco le relazioni diseguali fra alcuni uomini e alcune donne. Per svelare la dimensione politica, collettiva, capillare della violenza  dobbiamo mostrare i nessi che legano la violenza agli altri aspetti della nostra vita sociale, a cominciare da ciò che in gergo chiamiamo rappresentazione – il modo in cui questo paese e la nostra cultura racconta le donne con parole e immagini. In altre parole dobbiamo mostrare i fili invisibili che legano vari piani dove la violenza è solo l’aspetto più vistoso, brutale e ineludibile del rifiuto della differenza femminile, consapevole di sé e libera.

Questi sono alcuni dei motivi che mi hanno portato negli ultimi anni ad affrontare il problema della violenza anche in ambito educativo. Parlare di questi temi in aula si è posto infatti come un imperativo laddove lo smascherare le diseguaglianze fra uomini e donne è il primo passo per riflettere su delle relazioni basate sul rispetto e la reciprocità già a partire dalla giovane età. Rielaborare in chiave critica i ruoli dominanti assegnati a uomini e donne è infatti l’antidoto per valorizzare l’identità di genere e costruire una strada verso l’uguaglianza. E’ dunque inutile negare che la scuola giochi un ruolo fondamentale sia come agenzia educativa in senso stretto, sia come uno dei principali canali attraverso cui promuovere una cultura capace di accettare le diversità. Nel corso degli anni abbiamo sperimentato differenti approcci e moduli di intervento, ma per ragioni di spazio mi limiterò a indicare solo alcune linee guida generali.

Prima di tutto è importante fare informazione, ossia diffondere e spiegare le classificazioni più diffuse sulla violenza, chiarirne il significato e farne conoscere l’entità. Nonostante la scarsità, le poche ricerche disponibili sono estremamente interessanti nel raccontarci quanto sia diffuso e sommerso il fenomeno, quanto la denuncia sia ancora molto poco frequente e quanto sia comune la violenza all’interno delle relazioni intime. Il piano dell’informazione è essenziale perché, esattamente come succede per gli adulti, anche ragazzi/e hanno idee molto confuse e fortemente stereotipate su ciò che è la violenza contro le donne. Per questo può essere particolarmente proficuo iniziare l’attività utilizzando alcune frasi stimolo e/o luoghi comuni sulla violenza per introdurre la discussione e per verificare le rappresentazioni della classe, per poi procedere con la visione dei dati, le cifre tratte dall’indagine Istat, le caratteristiche della vittima e quelle dell’aggressore.

Il secondo aspetto è strettamente connesso al primo ed è incentrato sull’elaborare attività di sensibilizzazione e prevenzione, ovvero proporre giochi, riflessioni e percorsi che educhino a modelli di maschilità non improntati all’uso dell’aggressività e della violenza, e a modelli di femminilità consci dei propri diritti e non auto-svalutanti. Le azioni per sensibilizzare partono prima di tutto dal corpo docente, che riveste un ruolo strategico nella diffusione di buone pratiche all’interno della scuola. Il primo passaggio è quello di lavorare con le e gli insegnanti sull’informazione sulla violenza, sugli stereotipi di genere, sul ruolo ruolo all’interno delle dinamiche di genere nel gruppo classe. Affrontare la violenza significa anche inserire il tema della violenza fisica, sessuale o simbolica all’interno del proprio corso curriculare, per fornire ai propri studenti/esse strumenti critici per affrontare il problema. Un esempio può essere quello di analizzare la rappresentazione mediatica della violenza, così come essa è raccontata e visualizzata dalla tv, giornali e internet.

Un altro modo per svolgere attività di sensibilizazione è quello di dedicare e strutturare momenti curruclari ad hoc su questi temi dedicando a questo argomento discussioni collettive e orizzontali. Per strutturare questi incontri si posso adottare metodologie diverse, come per esempio il lavoro in piccoli gruppi divisi per sesso, cosa che può aiutare la riflessione e la consapevolezza dei propri comportamenti di genere, per poi passare al confronto collettivo. Si possono usare film, documentari e reportage giornalisitici che aiutano non solo attraverso la visualizzazione, ma anche attraverso l’apprendimento emotivo. A questo tempo si possono aggiungere anche spazi e momenti fuori dalle lezioni, come ad esempio assemblee degli studenti o attività laboratoriali extracurriculari pomeridiani.

Il terzo modo per affrontare la violenza è quello di saper dare supporto, ascolto ed eventualmente assistenza all’interno della scuola a chi è vittima di violenza. Questo perchè può succedere che proprio il/la docente sia la persona scelta per ascoltare le parole di studenti e studentesse che per la prima volta si confidino con una figura di adulto alla cerca di aiuto. In questi casi, è bene che il/la docente e i suoi colleghi sappiano cosa fare e che con il dirigente scolastico ci sia un protocollo concordato di piccole ma decisive azioni da seguire in caso di emergenza, magari messo a punto con un centro anti-violenza e con le autorità del territorio. Se infatti è importante ricordare come la scuola non si debba sostiuire al compito delle operatrici del settore, è comunque importante che il corpo docente sia preparato a sapere accogliere le parole di chi ha bisogno di parlare. Ancora una volta i docenti delle scuole giocano un ruolo decisivo, dove una sinergia semplice si può rivelarsi decisiva e un’attitudine all’accoglienza può fare davvero la differenza.

a cura di “Il progetto Alice”