Questioni di genere

Orientamento formativo e professionale: uno sguardo di genere

Davide Melchioni e Giulia Rodeschini

Ti immagineresti mai che l’idraulico che sta suonando alla tua porta possa essere una donna? E come reagiresti se il primo giorno di asilo nido tua figlia fosse accolta da un educatore maschio? Ad una donna chirurga daresti la stessa fiducia che ad un uomo? E se in aereo fosse una pilota femmina ad annunciare un atterraggio turbolento? Che cosa penseresti se tuo figlio e un gruppo di amici maschi decidessero dopo la terza media di iscriversi ad una scuola professionale per estetisti ed estetiste? E cosa consiglieresti a una diciottenne intenzionata a frequentare ingegneria meccanica?

Questi sono soltanto alcuni esempi che disvelano molti dei pregiudizi riguardanti il mondo della formazione e quello del lavoro e che mostrano chiaramente come i modelli stereotipati di genere invadano a tal punto i nostri immaginari da condizionare fortemente – spesso “in sordina” e in modo del tutto inconsapevole – i destini scolastici, professionali e, quindi, esistenziali degli individui. Troviamo sullo sfondo l’idea che le attività maschili siano connesse alla parola pubblica, alla presa di decisione, alla velocità, alla manualità, a una leadership autorevole e competente, mentre quelle femminili siano di ascolto, esecutività, precisione, cura e siano accompagnate da una leadership poco autorevole, in cui la competenza rappresenta sempre qualcosa da dimostrare. E quindi, ancora una volta, il richiamo è a uno status quo arcaico e fatto di luoghi comuni, che vuole l’uomo a far carriera e a occupare posizioni pubbliche ben riconosciute e la donna relegata al lavoro di cura nella sfera privata come in quella pubblica o in posizioni lavorative tendenzialmente subordinate e meno retribuite. Una fotografia che non rende giustizia né a un genere né all’altro, ingabbiando gli uni e le altre in ruoli predefiniti che nulla hanno a che fare con i desideri e i sogni delle singole persone e che inevitabilmente obbligano a delle rinunce, quali la carriera o percorsi professionali in ambienti tipicamente maschili per molte donne o la cura dei propri figli per molti uomini.

Da queste considerazioni appare evidente il ruolo cruciale giocato dalla scuola nell’indirizzare verso traiettorie di vita più o meno connotate rispetto all’appartenenza di genere. È quindi fondamentale che in questa cornice si propongano percorsi di orientamento formativo e professionale in ottica di genere, in cui emergano riflessioni sulla diversa partecipazione di maschi e femmine nei vari ambiti della formazione e del lavoro e durante i quali vengano proposte attività che stimolino maggior consapevolezza sul piano dell’esperienza, facendo emergere il rischio sempre presente che le differenze si trasformino in vere e proprie diseguaglianze.

Prima di concentrarci su un paio di strumenti che riteniamo di forte utilità per approfondire questo tema e proporlo a un pubblico di ragazzi e ragazze come di adulti (siano genitori o educatori ed educatrici), introduciamo sinteticamente il fenomeno della segregazione di genere, che contraddistingue la maggior parte degli ambiti formativi e professionali e di cui a nostro parere si discute ancora troppo poco.

Il progressivo aumento della partecipazione femminile al sistema scolastico avvenuto negli ultimi quarant’anni, accompagnato da migliori performance di rendimento e minore dispersione scolastica femminile, è stato infatti caratterizzato da una segregazione formativa di genere, ovvero da percorsi di studio profondamente influenzati dalla dimensione di genere nella scuola secondaria di secondo livello, come in università: una sovra-rappresentazione di studentesse nei percorsi considerati “femminili” (come quelli umanistici e socio-assistenziali) ed una sotto rappresentazione nei percorsi tecnico-scientifici. E così, prendendo i dati del MIUR del 2013 si vede come nei licei classici italiani il 69% degli iscritti è rappresentato da femmine e il 31% da maschi, mentre nei licei scientifici con indirizzo in scienze applicate i dati sono esattamente opposti (il 69% sono maschi e il 39% femmine); e ancora più marcata è la differenza negli istituti tecnici del settore tecnologico, in cui la partecipazione maschile arriva addirittura all’84,1% del totale.

Nel mondo del lavoro troviamo una situazione speculare, in cui si osserva un doppio tipo di segregazione di genere: “orizzontale”, nel senso che le donne vengono confinate in una gamma più ristretta di occupazioni rispetto agli uomini – professioni che appartengono ad esempio all’ambito dei servizi educativi e sociali, della cura, dell’accoglienza, dell’industria tessile, del commercio – e “verticale”, nel senso che nelle organizzazioni lavorative si vede una massiccia presenza femminile nei livelli bassi e medi dell’inquadramento, a cui segue un progressivo diradarsi fino alla loro assenza nei livelli più alti e nei ruoli dirigenziali. Quest’ultimo fenomeno è fortemente connesso a quello che viene definito “soffitto di cristallo”, ovvero una barriera invisibile che impedisce alle donne di accedere a posizioni di responsabilità e ai vertici della piramide occupazionale. Anche in questo caso molti sono i dati che varrebbe la pena mettere in luce. Solo per fare qualche esempio, basti ricordare che l’imprenditoria femminile in Italia si aggira attorno al 23,4% del totale delle aziende (Fonte Unioncamere), oppure che la carriera delle donne in ambito universitario può essere paragonata ad un “tubo che perde”, in quanto la loro presenza è così distribuita: il 58 per cento dei laureati, il 52 per cento dei dottori di ricerca, il 45 per cento dei ricercatori, il 34 per cento dei professori associati, il 20 per cento degli ordinari (Fonte ISTAT 2011, dal blog “La 27esima ora”). Parlano chiaro anche i dati che si riferiscono al numero delle elette nel parlamento italiano, che nel 2001 rappresentavano il 10,1%, nel 2006 il 16,3%, nel 2008 il 20,2% e nel 2013 hanno raggiunto quota 30,8, registrando un aumento molto significativo e positivo, ma che rappresenta ancora meno di un terzo dell’insieme dei parlamentari (Fonte CISE, Centro Italiano Studi Elettorali).

Questo quadro è confermato da molti studi statistici, oltre che economici e sociologici, ma in questo contesto ci teniamo a consigliarvi un libro e una mostra fotografica che riteniamo più coinvolgenti e interessanti per un approfondimento utile in ambito educativo, sia sul piano personale sia al fine di proporre percorsi di orientamento in ottica di genere a giovani e adulti. Si tratta di strumenti non solo descrittivi, ma soprattutto a carattere narrativo, nel senso che ci propongono narrazioni del sé, che partono da esperienze reali, vissute da donne e uomini.

In primis, troviamo attuale e stimolante il libro Donna per fortuna, uomo per destino (pubblicato nel 2003 per ETAS), in cui le sociologhe Silvia Gherardi e Barbara Poggio condividono con i lettori e le lettrici i racconti di donne e uomini che lavorano fianco a fianco in situazioni lavorative considerate dalla tradizione tipicamente maschili o nelle quali la donna occupa una posizione di responsabilità nella quale non ci sono, o quasi, altre donne. Le autrici si chiedono perché le storie raccontate da questi uomini e donne siano “sorprendentemente – e in modo ricorrente – molto diverse tra loro” e mettono in luce come ogni cultura organizzativa fondi un ordine simbolico di genere che assegna al femminile e al maschile universi di significato, di aspettative, di rappresentazioni sociali di ciò che è proprio e improprio per la femminilità e la maschilità. Nelle narrazioni presentate emergono ordini simbolici di genere con delle regole implicite, ma molto chiare, che riguardano il posizionamento che una donna o un uomo possono/devono avere all’interno di una determinata organizzazione, i comportamenti che possono/devono assumere, i vestiti (in senso materiale e metaforico) che possono/devono indossare. Questa apparente immobilità viene però sfidata dalla negoziazione quotidiana agita da queste donne che, occupando un posto “sbagliato”, valicano dei confini tanto invisibili quanto persistenti. Così facendo, non senza fatica e con tanti ostacoli da superare, contribuiscono a modificare la realtà stessa in cui si trovano e, insieme ad essa, l’immaginario di chi partecipa (in diversi ruoli) a queste storie.

È proprio dall’immaginario che crediamo sia fondamentale partire in un percorso di orientamento in ottica di genere. Perché spesso alle ragazze e ai ragazzi (quanto agli adulti e alle adulte) non viene nemmeno in mente di poter frequentare una scuola o, ancora di più, svolgere una professione che non si addica al proprio genere. Ed è in questo senso che la mostra “Donna Faber. Lavori maschili, sessismo e altri stereotipi” si rivela un altro ottimo strumento da utilizzare nelle classi, da far girare sui social media, da diffondere il più possibile tra ragazze e ragazzi alle prese con scelte formative o professionali. La mostra, che trovate disponibile sul sito www.donnafaber.it, è il risultato di un progetto di sociologia visuale coordinato da Emmanuela Abbatecola (sociologa, ricercatrice universitaria e direttora della rivista AG-AboutGender, International Journal on Gender Studies) che ha visto la collaborazione del Laboratorio di Sociologia Visuale dell’Università di Genova e l’Associazione Culturale 36° Fotogramma, con il patrocinio del Comune di Genova. Il progetto, come si legge nel sito, «si occupa di indagare il sessismo nel mondo del lavoro e le difficoltà incontrate dalle donne nei lavori che la società continua a rappresentare come maschili [e] comprende ritratti ambientati di donne impiegate in lavori “da uomini” riprese nel loro contesto lavorativo, e una serie di interviste ‘sul campo’, di cui vengono proposti in mostra alcuni estratti, recitati sulle immagini». Così vediamo con i nostri occhi donne “vere” che svolgono lavori quasi inimmaginabili per una donna: Erica fa la fabbra, Ilaria la pilota elicotterista, Patrizia la minatora, Laura la geometra, Simona la speleologa, Xian ed Elena fanno le direttore d’orchestra, Monica e Marzia le camioniste, e così via. E oltre alle immagini leggiamo dei termini che siamo abituate/i a vedere declinati al maschile e che invece qui appaiono, finalmente, al femminile (e che word sottolinea in rosso definendoli errori!). Forse all’inizio queste immagini e parole possono stridere con l’immaginario comune, ma fortunatamente l’immaginario è
più malleabile di quanto si possa pensare e chissà che proprio grazie a questi stimoli visuali ma non solo, si possano cogliere desideri e passioni spesso repressi dall’orizzonte simbolico dominante.