Questioni di genere

Educare alle differenze: due giorni di condivisione e buone pratiche dentro e fuori la scuola

Il Progetto Alice

Nel settembre del 2014 a Roma vi abbiamo incontrato in tanti, voi lettori e lettrici di Pedagogika, insegnanti, educatori e educatrici, persone che pur svolgendo varie attività nel mondo dell’educazione sono accomunate da passione, curiosità, voglia di fare e rispetto. È stato in occasione dell’incontro Educare alle differenze, la due giorni che pochi mesi prima avevamo lanciato insieme alle associazioni Scosse (Roma) e Stonewall (Siracusa). Tutto è incominciato nell’aprile del 2014 quando abbiamo ricevuto una telefonata. Dall’altro capo del telefono c’era l’associazione Scosse che ci chiedeva di organizzare un evento sull’educazione al genere e alle differenze: “Siamo in tante e tanti in giro per l’Italia e spesso nemmeno conosciamo gli uni il lavoro delle altre. Raccontiamo il nostro lavoro oltre le banalizzazioni o le storture ideologiche che trovano spazio nei media”. La risposta è stata immediata: “Sì, facciamolo!”.

E così è iniziata l’avventura che ci ha portato a Educare alle differenze il 20 e 21 settembre scorsi.  A noi si sono aggiunte, in poco più di tre mesi, più di duecento realtà – associazioni, scuole, enti locali, gruppi di genitori, consultori, centri anti-violenza, collettivi e singoli/e formatori e formatrici – che hanno raccolto l’invito a promuovere l’iniziativa e a condividere le riflessioni e le strategie educative con cui quotidianamente entrano in aula per decostruire gli stereotipi di genere, contrastare il bullismo omofobico e prevenire la violenza di genere.

La partecipazione alla due giorni ha superato qualsiasi aspettativa: più di 600 persone, la stragrande maggioranza donne, sono arrivate alle Scuole Di Donato, meravigliosi ospiti dell’iniziativa. Risolti alcuni ostacoli organizzativi dettati da una così ampia partecipazione, centinaia di persone hanno discusso per due giorni in sette tavoli di lavoro tematici organizzati per fasce d’età (dai servizi per l’infanzia fino alla scuola secondaria di secondo grado) e per tematiche trasversali (educazione permanente, intercultura e società&diritti) con l’obiettivo di condividere sia buone pratiche educative sia i problemi e le sfide che ognuno si trova ad affrontare sul proprio territorio. Una grande assemblea plenaria ha raccolto il lavoro dei tavoli e cercato di tessere un filo comune tra le diverse esperienze, saperi e rivendicazioni locali per dare vita ad una rete eterogenea di soggetti che a vario titolo lavorano nel mondo dell’educazione – dentro e fuori dalla scuola – per valorizzare le differenze e contrastare le discriminazioni fondate sul genere e l’orientamento sessuale.

Sette macro-gruppi hanno discusso e si sono confrontati su differenti temi. Nella fascia dagli zero ai sette anni è stato messo in luce come il motore del lavoro in questa fascia di età sia la consapevolezza che questo periodo della vita è cruciale per la formazione dell’immaginario su cui bambini e bambine (nonché futuri adulti) baseranno la propria identità di genere, le proprie relazioni, le aspettative, le ambizioni e i comportamenti, su cui costruiranno i propri modelli di realtà, ma anche di libertà rispetto al proprio orientamento sessuale e ai tipi di famiglie esistenti e possibili.

Il tavolo sulle scuole elementari ha invece declinato le parole chiave di educare alla libertà sottolineando l’importanza di svelare il “curriculum nascosto”, ovvero tutto ciò che implicitamente agisce da parte dell’insegnante nell’incanalare i bambini e le bambine verso modelli precostituiti, ma anche di lasciare che ciascuno possa trovare il proprio modo di essere fuoriuscendo dalle aspettative dell’insegnante (anche quando le aspettative sono positive) e permettere l’emersione del libero desiderio.

Il gruppo incentrato sulla fascia di età dai 12 ai 14 anni ha invece evidenziato la necessità di interventi e la mancanza di una letteratura pedagogica esistente specifica su questa fascia d’età. È interessare notare come i tanti progetti presentati come esempi di buone prassi siano riconducibili a due necessità (sia per volontà del singolo insegnante che per richiesta da parte delle scuole alle associazioni): progetti volti a prevenire, limitare e controllare episodi di bullismo e di violenza di genere; e progetti sull’educazione sessuale e all’identità di genere.

Dal numerosissimo e partecipato tavolo sulla fascia di età dell’adolescenza sono emerse una ricchezza e una diversità delle esperienze presentate che possono essere indicativamente riassumibili intorno a queste parole chiave: la decostruzione dello stereotipo; il lavoro sull’invisibilità del maschile; il lavoro di educazione alle differenze come prevenzione alla violenza sulle donne; il lavoro sul bullismo, l’omofobia, il bullismo omofobico; la revisione dei libri di testo, dei saperi e del canone, ma anche l’attenzione al linguaggio sessista, razzista, omofobico, transfobico; l’attenzione all’utilizzo di nuove tecnologie come veicolo per comunicare e ridefinire nuovi modelli di genere. La formazione e l’educazione alle differenze deve essere svolta su un doppio binario: deve essere agita da parte degli insegnanti nelle loro ore, ma deve anche essere intesa come approccio trasversale e come intervento extra-curriculare. Infine è stata sottolineata la necessità di rivolgersi anche ai contesti extrascolastici come i centri giovanili, l’educazione di strada e la formazione professionale.

Infine gli ultimi tre tavoli. Quello sull’educazione permanente ha concentrato l’attenzione sull’importanza dell’educazione permanente per tutto il ciclo di vita superando l’idea del riconoscimento di crediti a specifiche figure professionali, ma come una forma di educazione alla cittadinanza che coinvolge tutto il mondo adulto. L’educazione degli adulti, si è detto, è un’educazione alla riflessività e all’autoeducazione quando si parla di stereotipi di genere e di modelli di relazione tra i generi: non (o non solo) la creazione di un sapere esperto, ma la capacità di mettersi in discussione dentro le proprie relazioni educative (ma anche professionali, affettive, sentimentali, eccetera). Il tavolo si è interrogato su chi sono gli adulti da educare. Sebbene si sia molto ragionato sulle figure dei genitori e degli insegnanti ai due poli (spesso conflittuali) del mondo scolastico, si è poi concordato sulla trasversalità di queste pratiche educative intese nel senso più ampio e inclusivo possibile. A fianco di questo, tuttavia, si è anche ragionato sugli enormi limiti dell’istruzione universitaria nell’ambito degli studi di genere, della pedagogia delle differenze e delle pari opportunità e sull’impossibilità di frequentare percorsi di studio che preparino in maniera specifica a lavorare su queste tematiche e ad una più generale marginalità di questi temi in tutte le istituzioni che si occupano di formazione degli adulti.

Il tavolo sulle differenze di genere e interculturali ha indagato la presenza di una doppia discriminazione che ragazzi e ragazze di origine straniera subiscono; infatti, oltre agli stereotipi di genere pesano anche i pregiudizi legati all’appartenenza culturale. Il gruppo ha constatato inoltre come si tenda a delegare solo alla scuola e all’ambito scolastico il lavoro di cambiamento sulle diversità culturali e di genere che sono necessarie nel paese. È infine emerso che spesso anche chi è sensibile a questi temi ha difficoltà a mettere in discussione le tradizioni culturali e politiche a cui appartiene, rischiando di impedire il coinvolgimento di donne e uomini provenienti da altre culture. Tutti dobbiamo fare i conti con i nostri pregiudizi e stereotipi.

Nel settimo e ultimo tavolo sul tema società e diritti è emersa la percezione condivisa di un atteggiamento ostile da parte di alcuni enti, famiglie e istituzioni scolastiche, oltre che della chiesa. Da qui, l’esigenza diffusa di mettere a sistema le esperienze esistenti per ovviare all’endemica sensazione di frammentarietà, isolamento e volontarismo che spesso caratterizza gli interventi di educazione al genere e alle differenze più in generale. La necessità è da un lato quella di andare verso un processo di istituzionalizzazione di questi percorsi formativi, che preveda anche una verifica delle competenze di formatori e formatrici, facendo però attenzione al rischio che con l’istituzionalizzazione venga meno la dimensione politica.

L’esperienza e le riflessioni di Educare alle differenze ci hanno raccontato di saperi e competenze diffuse: pur nell’assenza quasi totale di fondi e in un clima di generale ostilità culturale, infatti, in tutta Italia esistono soggetti singoli e collettivi che da anni sviluppano progetti efficaci e di qualità per la valorizzazione delle differenze, l’educazione sentimentale e la prevenzione delle violenze legate al genere e all’orientamento sessuale.

Secondo, Educare alle differenze testimonia il bisogno forte e diffuso di condividere conoscenze e strumenti, di stabilire sinergie e connessioni e di costruire una voce collettiva capace di promuovere, valorizzare e difendere, quando necessario, queste attività e la loro capacità di trasformare la società nella direzione dell’equità, della pluralità e della piena democrazia.

Il primo punto emerso dalla due giorni è infatti stata la necessità di fare rete, per valorizzare e difendere la scuola pubblica, laica e democratica, terreno di lavoro imprescindibile per costruire una società migliore, libera, plurale e inclusiva, che abbia fiducia verso il futuro e non consideri l’alterità come paura e minaccia; per dare voce e forza alle professionalità e alle persone che al suo interno si esprimono, si attivano e si impegnano quotidianamente e faticosamente in tal senso. La coesione sociale, la lotta alla violenza contro le donne, la prevenzione dei fenomeni di bullismo, xenofobia, omofobia e transfobia, da Milano a Palermo – si è detto in plenaria – è un obiettivo di prospettiva, che si può conquistare solo investendo sull’educazione permanente e lavorando in maniera trasversale, su percorsi sistematici di coesione sociale e dialogo interculturale.

I macro-obiettivi del farsi rete sono almeno tre: 1) costituire un gruppo di pressione capace di fare leva sulle amministrazioni centrali e locali per promuovere le attività di educazione alle differenze e al contempo capace di tutelarsi dagli attacchi di coloro che osteggiano l’autonomia dell’insegnamento e la laicità della scuola; 2) uscire dall’isolamento e dalla solitudine dei singoli progetti e dalla rapsodicità della logica del “progettificio” e, contemporaneamente, superare la competizione tra i soggetti associativi e promuovere al contrario cooperazione e scambio; 3) migliorare la circolazione e la replicabilità delle attività realizzate e promuovere formazione permanente, autoformazione e scambio di saperi e buone pratiche tra pari e tra diversi ordini scolastici, dentro e fuori la scuola. Il secondo punto condiviso è la necessità di implementare modelli virtuosi di interventi di valorizzazione delle differenze con il sostegno attivo delle amministrazioni locali.

Vi terremo aggiornati delle prossime iniziative, ma se volete approfondire, qui trovate tutti i documenti prodotti: http://www.scosse.org/educare-alle-differenze-20-settembre-2014-roma/

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