Questioni di genere

QUESTIONI DI GENERE

A cura di Il progetto Alice

Il progetto Alice è una associazione per la promozione sociale che si occupa di studi di genere, educazione e ricerca. Promuove forme di educazione ed insegnamento con metodologie attive e non frontali sul tema dell’identità del genere, l’intercultura, il bullismo e la violenza di genere.

L’identità di genere in educazione – Cristina Gamberi, Maria Agnese Maio, Giulia Selmi

QUESTIONI DI GENERE

A cura di Il progetto Alice

Il progetto Alice è una associazione per la promozione sociale che si occupa di studi di genere, educazione e ricerca. Promuove forme di educazione ed insegnamento con metodologie attive e non frontali sul tema dell’identità del genere, l’intercultura, il bullismo e la violenza di genere.

L’identità di genere in educazione – Cristina Gamberi, Maria Agnese Maio, Giulia Selmi

Sono passati esattamente 40 anni da quando una pedagogista montessoriana rivoluzionò il mondo dell’educazione con un piccolo testo destinato a diventare una pietra miliare nella cultura di genere del nostro paese. Era il 1973 quando in Dalla parte delle bambine Elena Gianini Belotti analizzava come le bambine venissero cresciute all’ombra di una immagine del femminile stereotipata e tradizionale. Spinte a giocare a fare le piccole madri o le future casalinghe, il rassicurante apprendistato femminile prevedeva comunque l’essere disciplinate nel corpo così come nel comportamento.

Oggi, con interrogativi diversi, ma con lo stesso desiderio trasformativo, ci chiediamo quali siano gli orizzonti di intervento nelle agenzie formative e di socializzazione per garantire parità, emancipazione e partecipazione di tutte e tutti. Ma anche quali siano le strade migliori per valorizzare le diversità dei vissuti, dei corpi e dei progetti di vita di bambine e bambini, ragazzi e ragazze. E perché no… di insegnanti, educatori e genitori.

È con questo spirito che abbiamo colto con entusiasmo l’invito da parte della redazione di Pedagogika ad aprire uno spazio di riflessione nelle pagine della rivista sul tema delle questioni di genere in educazione. L’obiettivo della rubrica “Questioni di Genere” è infatti quello di creare uno spazio aperto alle riflessioni e alle buoni prassi elaborate in Italia come all’estero su questi temi, per generare confronto, conoscenza e consapevolezza. In altre parole, vogliamo domandarci e domadarvi il senso del lavorare sull’identità di genere adottando un approccio educativo.

Nel 2013 intraprendere un percorso di educazione al genere significa prima di tutto prestare attenzione alla complessità. Al centro della pedagogia di genere non c’è più la bambina e neppure la ragazza, ma una molteplicità di soggetti incarnati, animati da una forte diversità culturale e interculturale, con differenti orientamenti sessuali, che stabiliscono relazioni di genere (e quindi di potere) fra loro. Come ricorda Silvia Leonelli nel saggio “Costruzioni di identità e Pedagogia di genere” la complessità è la sola e unica cornice attraverso cui si può prestare “attenzione all’intreccio delle varie dimensioni […]; ognuno ri-costruisce il proprio maschile e femminile; considera gli stereotipi di genere situazionali […]; incarna, all’interno della propria storia, vincoli e significati proposti dalle diverse sfere di appartenenza riguardo al corpo; guarda al mondo indossando il proprio «paio di occhiali» di genere”.

Il termine genere sin dalla sua genesi negli anni ‘70 ha infatti avuto il merito di soppiantare quell’interpretazione che rintracciava nelle differenze esistenti fra uomini e donne la mera conseguenza della loro diversità anatomica. Con lo sviluppo del concetto di genere, al contrario, le differenze tra uomini e donne hanno smesso di essere concepite come naturali e a-storiche ed hanno iniziato ad essere interpretate come il risultato di processi socio-culturali che nel corso dei secoli hanno “scritto” sui corpi di maschi e femmine il loro destino sociale in quanto uomini e donne. Il termine genere ha quindi avuto il merito di sottolineare come lo svantaggio delle donne e del femminile non fosse né un dato naturale né legato all’intrinseca inferiorità delle donne – come credevano invece i nostri legislatori che vietarono l’ingresso delle donne in magistratura fino al 1963 perché la donna “Andrà bene tutti i giorni del mese, meno… quei tali altri. Domandate agli psichiatri. Quei tali giorni della donna dovrebbero essere causa di astensione dalla funzione di giudice, oppure la donna, nel giudicare, darà sfogo alla libido aggressiva che in lei, in quel determinato periodo, scatena”.

Inoltre il concetto di genere è stato usato come categoria per indicare la disparità di potere che si annida dietro alle differenze fra il maschile e femminile. Questa disparità di potere si traduce in mancato o parziale accesso alla cittadinanza (pensiamo per esempio ai diritti riproduttivi), nelle discriminazioni nel mondo del lavoro (solo per nominare qualche esempio: segregazione orizzontale, tetto di cristallo, conciliazione); nel deficit di rappresentanza politica (infiniti dibattiti sulle quote rose) e nella distorsione della rappresentazione mediatica (qui gli esempi sarebbero troppi).

E’ chiaro che la variabile educativa può svolgere un ruolo decisivo nella personale interpretazione della dimensione del genere, del proprio corpo, così come della propria affettività e sessualità. Ogni ragazzo e ragazza, ogni bambino e bambina ogni giorno, in classe come su facebook, in famiglia come nello sport, si conforma a, negozia o trasgredisce i modelli di genere dominanti. L’obiettivo dell’educare al genere non è ovviamente quello di formare la “vera donna” declinabile nel binomio granitico formato da una parte da Eva (trasgressiva nella sua curiosità, distruttiva nella sua carica erotica) e dall’altra da Maria, devota, materna, virginale. L’obiettivo non è neppure quello di formare il “vero uomo”, ovvero ciò che Connell definisce ‘maschilità egemonica’ e che potrebbe essere riassunto da una manciata di prevedibili attributi: l’essere razionale, sotto controllo, deciso e aggressivo, vincente sul lavoro così come nella sfera pubblica. Non è superfluo sottolineare, che è la maschilità il terreno che oggi, più che in passato, è necessario interrogare. Prima di tutto per sottrarre la maschilità alla presunta invisibilità e neutralità che l’ha sempre contraddistinta. In secondo luogo è urgente ripensare il corpo maschile in relazione all’identità degli uomini, che storicamente si sono auto-rappresentati come fuori e contro al corpo. Infine, è giusto interrogarsi sulle modalità maschili di relazioni, spesso incentrate sulla competizione, sull’aggressività fisica e verbale, sull’ossessione del successo sessuale, ma sopratutto sulla denigrazione della femminilità e sulla paura dell’omosessualità.

Al contrario, l’educazione al genere apre uno spazio educativo, fisico e simbolico, politico e di confronto, in cui ogni ragazzo/a si senta libero/a di trasgredire i modelli dominanti, che altrove sarebbero socialmente sanzionati. Si tratta, in altre parole, di una sfida educativa che paradossalmente richiede il non rispetto delle regole, dei confini e dei modelli dominanti di maschilità e femminilità. L’educazione al genere rappresenta infatti uno dei possibili antidoti per sensibilizzare ragazze/i, bambine/i al ripensamento degli stereotipi legati all’identità di genere e all’orientamento sessuale. Educare al genere significa quindi svelare il carattere storico, appreso e contingente di ogni performance di genere e aprire la strada al cambiamento per divenire donne e uomini capaci di sfidare quell’ordine simbolico apparentemente così cristallizzato e obsoleto. Non è dunque un caso se Barbara Mapelli nel l’articolo “Donne e uomini. Nuovi soggetti ed educazione” parla di “pedagogia dell’ovvietà poiché pone al centro del proprio interesse ciò che più appare ovvio, ciò che nella realtà è più evidente e, al tempo stesso, più invisibile, il fatto che al mondo vi siano donne e uomini”.

L’educazione al genere è anche rivedere i curricula scolastici e la supposta neutralità dei saperi trasmessi nonché le metodologie di apprendimento che si impiegano. In ultimo, educare al genere significa riconoscere il carattere sessuato della relazione tra chi educa e chi impara.

A partire da questa cornice di senso, abbiamo immaginato questa rubrica come uno spazio di dialogo e approfondimento che fa della dimensione di genere un prisma attraverso cui guardare le sfide educative contemporanee. Nei prossimi appuntamenti affronteremo il tema dell’identità di genere da tre differenti angolature. Un contributo della rubrica sarà offrire spunti operativi tramite la presentazione di alcuni progetti specifici, delle metodologie utilizzate e di buone prassi in ottica di genere rivolte alle bambine e ai bambini e alle/agli adolescenti realizzati negli ultimi anni in Italia. Questa scelta deriva dal voler fornire ai lettori e alle lettrici uno sguardo su cosa significa mettere in pratica interventi di educazione al genere in diversi contesti professionali oggi. Un secondo contributo analizzerà l’educazione alla sessualità prendendo come spunto i contributi che stanno animando il dibattito internazionale. Infine ci interrogheremo su un aspetto particolarmente problematico dell’identità di genere in ambito educativo sollecitando il parere di esperti/e; il bullismo.

Questa rubrica rimane comunque uno spazio aperto al confronto e saremo liete di sentire e ospitare i vostri pareri su questi e altri temi!