Rapporti di genere e violenza domestica. Uno sguardo antropologico

Rapporti di genere e violenza domestica. Uno sguardo antropologico

Il concetto di violenza di genere non si riferisce solo a casi evidenti ed efferati di abuso, ma anche a tutte quelle pratiche subdole e nascoste in cui l’uomo usa in modo coercitivo diretto o indiretto la sua forza morale, psichica o economica per insidiare l’integrità, lo sviluppo psicofisico e l’autonomia della donna, inducendola a tenere un comportamento conforme ai suoi desideri.

di Maria Rita Bartolomei*

di Maria Rita Bartolomei*

Le statistiche[1], gli studi e le ricerche di cui attualmente disponiamo denunciano unanimemente il fatto che milioni di donne e di bambine in tutto il mondo sono continuamente vittime di discriminazione, di abusi e di violenze fisiche, psichiche e sessuali. Si tratta di discriminazioni e/o violenze non casuali o indiscriminate, ma perpetrate nei confronti del genere femminile in quanto tale.

In molti stati africani le donne si vedono negati i diritti basilari, hanno un accesso limitato alle risorse economiche, subiscono violenze di ogni tipo (Kimani 2007) e non possono sottrarsi ai matrimoni concordati, né agli interventi sull’apparato genitale (Bartolomei 2012). In Asia prevalgono gravi forme di discriminazione legate soprattutto alle pratiche di aborto selettivo e di infanticidio (Miller 2001). In America Latina è diffusissimo il femminicidio[2], una sorta di sterminio regolare e sistematico di donne che tentano disperatamente di scardinare le matrici culturali sessiste della società in cui vivono (Calzolaio 2008). Ovunque, in situazioni di guerra civile o di conflitto armato, le donne sono le prime vittime (Amnesty International 2006). Rapite, deportate, violentate, torturate, uccise, mutilate e decapitate, le donne vengono utilizzate come strumenti di pressione o di rivendicazione, come vere e proprie armi di guerra. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, le discriminazioni non risparmiano nemmeno il mondo cosiddetto “civilizzato”. A parte la situazione di particolare debolezza e vulnerabilità in cui versano moltissime immigrate (Lean Lim e al., 2003), la violenza di genere rappresenta il crimine più comune negli Stati Uniti, dove ogni 9 secondi una donna viene picchiata e ogni 15 violentata. Anche in Europa la condizione femminile è piuttosto drammatica e le violenze sono usuali (Lundgren, 2009).

Riflettendo brevemente su questi temi, il mio intento non è quello di risolvere gli interrogativi decisamente complessi che continuano ad alimentare dibattiti pubblici e scientifici ma, piuttosto, quello di evidenziare il contributo che un approccio di tipo antropologico può fornire, anche in funzione di interventi giuridici adeguati ed efficaci.

L’antropologia, come scienza sociale, ha un approccio comparativo che enfatizza la diversità dei comportamenti umani e l’importanza della cultura nella spiegazione di questa diversità. Proprio perché l’uomo è un essere culturale (Gehlen 2005) che risente degli eventi storici, delle pressioni politiche, degli orientamenti scientifici ed intellettuali prevalenti nell’epoca in cui vive, è ovvio che il modo di porsi e di affrontare le questioni legate ai rapporti di genere cambia al mutare delle condizioni economiche, giuridiche e culturali.

Pertanto, di fronte all’attuale incremento quantitativo e qualitativo dei fenomeni di discriminazione e di violenza nei confronti del genere femminile, mi sembra utile indagare la sua possibile eziologia distinguendo analiticamente gli aspetti strutturali dalle prospettive culturali. Da un lato, infatti, tale incremento può essere imputabile: sia alle complesse trasformazioni strutturali del mercato del lavoro e dell’organizzazione familiare; sia a una crescente crisi delle relazioni interpersonali e alla conseguente grave incapacità di elaborare i conflitti che caratterizzano la nostra epoca; sia alla persistenza di sistemi di controllo e di supremazia maschile, anche attraverso nuove e accresciute forme di dominio. Dall’altro lato, specialmente grazie al contributo teorico e pratico dei movimenti di emancipazione legati alle correnti culturali del femminismo (che hanno evidenziato la capacità dei poteri patriarcali di costruire e mantenere gerarchie asimmetriche tra i sessi soprattutto attraverso la costruzione sociale delle categorie di mascolinità e di femminilità (Scott, 1986; Piccone Stella, Saraceno, 1996), si è sviluppata una sempre maggiore sensibilità per la condizione femminile. Promossa e diffusa anche attraverso l’attivismo di varie ONG, la “questione rosa” ha portato all’emanazione di numerose riforme giuridiche. Di conseguenza, atteggiamenti o comportamenti maschili prima considerati “naturali”, normali, o comunque tollerati, oggi vengono giuridicamente qualificati e quindi più spesso denunciati.

Un esempio eccellente di tale “cambiamento di paradigma” è costituito dalla costruzione della “violenza domestica” come categoria giuridica. Negli ultimi decenni, infatti, la violenza domestica – che oggi è la forma più diffusa di violenza contro il genere femminile – si è trasformata da un argomento tabù, circoscritto alla sfera familiare intima e privata, in un tema che coinvolge l’operato della polizia, le politiche criminali e l’ordinamento giuridico penale.

In questo senso, la Dichiarazione di Eliminazione della Violenza contro le Donne (DEVAW) del 1993 ha una portata innovativa decisiva. Sia per la definizione piuttosto chiara ed esaustiva del concetto di “violenza di genere”. Sia per la dilatazione semantica del concetto stesso che viene esteso anche alla sfera privata, in modo da includere ogni forma di discriminazione, di umiliazione e di maltrattamento, compresa la violenza domestica e, in essa, anche l’abuso sessuale, economico, psicologico, morale e spirituale.

Attualmente, pertanto, il concetto di violenza di genere non si riferisce solo a casi evidenti ed efferati di abuso, ma anche a tutte quelle pratiche subdole e nascoste in cui l’uomo usa in modo coercitivo diretto o indiretto la sua forza morale, psichica o economica per insidiare l’integrità, lo sviluppo psicofisico e l’autonomia della donna, inducendola a tenere un comportamento conforme ai suoi desideri.

Secondo le statistiche del Fondo delle Nazioni Unite per la Donna (UNIFEM), il 33% della popolazione femminile mondiale subirebbe maltrattamenti all’interno della mura domestiche. I risultati di un’inchiesta condotta nel 2002 dall’OMS su un campione di oltre 24.000 donne in 10 paesi, denunciano che almeno una donna su sei ha subito aggressioni fisiche o sessuali da parte del proprio marito o partner[3]. Ogni anno una donna su dieci in Francia subisce violenza domestica e in Gran Bretagna viene picchiata a sangue dal partner. In Svezia ogni dieci giorni una donna muore in seguito ad abusi subiti da parte di un familiare o di un amico[4]. In Italia gli ultimi dati disponibili ci suggeriscono che circa 7 milioni di donne all’anno sono vittime di violenza domestica e che almeno una volta nella vita una donna su quattro ha subito un abuso (ISTAT 2007). Sempre in Italia, i casi di femminicidio sono stati ben 129 nel 2011 e 124 nel 2012[5]. Il femminicidio rappresenta ormai un paradigma terribile e straziante di violenza contro la donna (Amato 2005; Giuristi democratici 2006) che per la sua efferatezza e diffusione viene sempre più considerato come un crimine contro l’umanità. In tutto il mondo (Europa compresa), infatti, la prima causa di morte delle donne tra i 16 e i 44 anni è l’aggressione violenta da parte del padre, del marito, del fidanzato o di un ex[6].

Analizzando
questi dati risulta chiaro che la violenza domestica non risparmia nessun ambito sociale, ne è riferibile ad un particolare sistema politico, economico o culturale, e nemmeno dipende necessariamente dall’alcolismo, dalla tossicodipendenza o da patologie psichiatriche.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato con allarme e perentorietà che la violenza domestica rappresenta un problema sanitario di portata globale, con gravi conseguenze fisiche e psichiche sulla vita di donne di ogni cultura, paese, razza e status sociale (Krantz 2002)[7]. Anche perché nella maggior parte dei casi le violenze subite non vengono nemmeno denunciate, sia per paura, sia a causa di una persistente e tuttora molto diffusa “cultura del silenzio”, sia anche per mancanza di fiducia nei confronti dell’ordinamento giuridico. Tutto ciò lascia supporre non solo che le statistiche ufficiali non corrispondano all’entità reale del fenomeno, ma che il numero oscuro di tali reati sia notevolmente superiore alle stime.

Nel trattare questi temi, occorre ribadire il concetto che la violenza rappresenta una categoria socialmente definita, nel senso che ciò che viene considerato come comportamento, fatto o atto “violento” varia in base al contesto sociale, temporale, culturale e soprattutto giuridico di riferimento. I risultati degli studi antropologici concordano nell’evidenziare che la violenza non è un fattore genetico o biologicamente necessario, ma il risultato di certi tipi di organizzazione sociale (Rouland 1992: 281ss.). Infatti, se è vero che l’aggressività fa parte della natura umana, essa non implica necessariamente la violenza, in quanto questa può essere anche canalizzata, e magari addirittura sublimata.

Anche le donne possono essere violente, tra di loro o nei confronti degli uomini. Ma, proprio perché in numerose culture patriarcali la violenza rappresenta spesso la principale modalità per esprimere la mascolinità e per esercitare il controllo sul potere riproduttivo femminile, essa è molto più diffusa tra gli uomini (Keegan 1993).

Nella misura in cui lede o minaccia l’integrità fisica, psichica e sessuale della donna la violenza domestica viene considerata dalla cultura occidentale come una totale, indubbia violazione dei diritti umani fondamentali (Fourth World Conference on Women, Beijing, Cina, 1995; European Economic and Social Committee Opinions, Brussels, 16/03/06). I paesi che esplicitamente criminalizzano la violenza domestica nella propria legislazione primaria sono attualmente 125 e il loro numero cresce continuamente. Tuttavia il fenomeno persiste e sembra addirittura in aumento. In effetti, per combattere la violenza domestica le riforme giuridiche nazionali e internazionali sono sì necessarie, ma non sufficienti, se non adeguatamente supportate da una trasformazione valoriale e culturale della coscienza giuridica, sia individuale che istituzionale. Infatti, non basta qualificare un comportamento come illegale per sradicarlo dalla vita quotidiana e dalla mentalità della gente. Occorre piuttosto modificare abitudini inveterate e convinzioni radicate, eliminare stereotipi ed immagini degradanti del genere femminile e dei suoi compiti sociali. Invero, ancora oggi la donna viene spesso considerata come mero oggetto strumentale di attribuzione di funzioni: come avveniva nell’antica pratica indiana del sati (che prevedeva per le mogli il dovere di immolarsi sulla stessa pira su cui bruciava il cadavere del marito), è ancora forte la tentazione di definire il ruolo sociale della donna esclusivamente in funzione dei bisogni, delle esigenze e dei desideri degli uomini.

A questo proposito può essere interessante individuare alcune strategie per combattere la violenza contro le donne collegandola ai piani di sviluppo (Carrillo, 1992), e accrescere la consapevolezza che la discriminazione femminile rappresenta un grave impedimento allo sviluppo e alla pace. Non a caso, gli ultimi Rapporti dell’Unicef hanno ribadito il concetto che “l’uguaglianza di genere e il benessere dei bambini sono inestricabilmente legati” (2007). Di conseguenza, promuovere e valorizzare il ruolo delle donne nella società può essere decisivo per la sopravvivenza e la prosperità delle generazioni future.

*Avvocato, mediatore civile, dottore di ricerca in Sociologia delle istituzioni giuridiche e politiche e docente universitario.

Bibliografia

Amato, C., 2005, Violenze sulle donne: il femminicidio come nuovo crimine?, www.osservatoriosullalegalita.org.

Amnesty International, 2006, Danni collaterali, Torino, EGA

Bartolomei, M.R., 2012, “Le famiglie migranti tra integrazione e devianza. Le mutilazioni  genitali come “segno” identitario”, in D. Carzo (a cura di) Spazi, tempi e linguaggi. Le migrazioni tra nuove      tecnologie e diritti emergenti,  L’Harmattan Italia, pp. 66-90.

Calzolaio C., “Corpo di donna pericolo di morte. I femminicidi a Ciudad Juárez”, Messico, Incontri 2005-2006-2007, Amnesty International Italia 2008, S. Giuseppe srl, Pollenza (MC), pp. 181-191.

Carrillo, R., 1992, Battered Dreams: Violence against Women as an Obstacle to Development, New York, UNIFEM.

Gehlen A.,2005, Prospettive antropologiche, Bologna, Il Mulino.

Giuristi democratici, 2006, Violenza sulle donne:parliamo di femminicidio, www.giuristidemocratici.it/what?news_id=20061005165857

Keegan, J., 1993, The history of warfare, New York, Alfred A. Knopf.

Kimani, M., 2007, Taking on Violence Against Women in Africa”, Africa Renewal, 21 (2): 4-8.

Krantz, G., 2002, “Violence against Women: A Global Public Health Issue”, Journal of Epidemiology and Community Health, 56: 242-243.

Lean Lim, L., Landuyt, K., Ebisui, M., Kawar, M. and S. Ameratunga, 2003, An Information Guide – Preventing Discrimination, Exploitation and Abuse of Women Migrant Workers, Geneva, ILO.

Lundgren E., 2009, “Genderbased violence in Europe: terms and concepts”, Choices, pp. 4-6. http://picum.org/picum.org/uploads/file_/ippfchoices2009_web.pdf.

Miller, B.D., 2001, “Female-selective abortion in Asia: patterns, policies and debates”, American Anthropologist, 103 (4):1085-1095.

Piccone Stella, S. e C. Saraceno, (a cura di), 1996, Genere. La costruzione sociale del femminile e del maschile, Bologna, Il Mulino.

Radford J., Russell D.E.H. (Eds.), 1992, Femicide: The Politics of Women Killing, New York, Twayne Publischer.

Rouland, N., 1992, Antropologia Giuridica, Milano, Giuffrè.

Scott, J.W., 1986, “Gender: A Useful Category of Historical Analysis”, The American Historical Review, 91 (5): 1053-1075.


[1]              Il lavoro è una sintesi aggiornata di alcuni argomenti trattati nell’articolo “Rapporti di genere, violenza, discriminazione. Uno sguardo antropologico”, Incontri 2005-2006-2007, Amnesty International Italia 2008, pp. 193-207.

[2]              Già in uso in Inghilterra fin dagli inizi del 1800, solo a partire dal lavoro di Diana Russel (Radford e Russell (1992) il termine femicide viene utilizzato per indicare una categoria criminologica vera e propria, un reato con una chiara e intenzionale connotazione di genere: l’uccisione di una donna in quanto tale.

[4]              http://www.poliziaedemocrazia.it/live/index.php?domain=archivio&action=articolo&idArticolo=829.

[5]              bologna.repubblica.it/cronaca/2013/03/05/news/femminicidi.

[6]              Cfr. Special Eurobarometer 344, European Commission 2010;  http://www.unifem.org/gender_issues/violence_against_women/.

[7]              www.who.int/topics/gender_based_violence.

Author