Recensione – Imparare sbagliare vivere

Storie di lifelong learning

Laura Balbo (a cura di)

Imparare sbagliare vivere. Storie di lifelong learning

Franco Angeli,
Milano 2013, pp.142, € 18.00.

Laura Balbo
(a cura di)

Imparare sbagliare vivere. Storie di lifelong learning

Franco Angeli,
Milano 2013, pp.142, € 18.00.

Riprendono, con questo testo, le pubblicazioni dei quaderni GRIFF (Gruppo di ricerca sulla famiglia e la condizione femminile). Il gruppo, coordinato da Laura Balbo, era nato nel 1973 presso la facoltà di Scienze Politiche di Milano e nel 1981 aveva inaugurato la collana con un testo che analizzava e studiava le implicazioni che lavoro per il mercato e lavoro familiare/di cura comportano per le donne, traducendole nell’espressione doppia presenza, immagine che ha aperto nel Paese un profondo e vitale dibattito sociologico, ma anche e soprattutto politico.

La collana si propone oggi, in uno scenario profondamente mutato, di leggere tutti quei temi che sono al centro delle vite, non solo di quelle delle donne, allargando dunque l’orizzonte da una ricerca eminentemente imperniata “sulle donne a quel che l’intelligenza di donne pensanti – e di uomini attenti – può portare al dibattito”.

Primo fra i temi affrontati è quello del lifelong learning. Le voci che compongono il testo sono quelle delle studiose (o almeno di un gruppo di loro) che avevano condiviso negli anni settanta e ottanta del novecento i progetti del Griff.

Che cosa è dunque il lifelong learning per queste donne, che hanno praticato la consapevolezza che il personale sia prepotentemente politico, quando può essere confrontato con quello di altre (e oggi forse di altri), quando si possono elaborare, insieme, strumenti convincenti per interpretarlo, scomporlo e rileggerlo da nuove prospettive? Continuare a imparare per tutto l’arco della vita è una dimensione processuale, dunque dialettica che implica tenere in campo necessità (da quella di non patire espulsioni dal mondo del lavoro a quella di prendersi cura di coloro che si amano) e desiderio (di esplorare nuovi saperi, di dedicarsi a ciò che piace), ma anche prendere coscienza delle motivazioni che hanno condotto a scelte, apparentemente operate sull’onda della curiosità piuttosto che misurate sul rigore della convinzione.

In questa ottica il lifelong learning non può dunque prescindere dal proprio romanzo di vita, perché  comprendere ciò che si è imparato significa leggersi nel contesto, pubblico e privato, e dunque non poter separare nettamente il sapere professionale dalle condizioni e dalle emozioni esistenziali, che ne hanno consentito il definirsi e ne consentono il ri-definirsi continuo. Così, per guardare alla costruzione dell’apprendere e degli apprendimenti, le autrici cercano il dispositivo che rende possibile il processo: la discontinuità (Bimbi, Chiaretti, Ergas, Servida, Zanuso), lo spiazzamento/la svolta/l’inciampo (Balbo, Fabbrini, Piazza), la scoperta che improvvisamente irrompe (Piccone Stella, Pirzio Biroli Sclavi), l’ambiguità (Bianchi).

Ed è paradossalmente lo stesso dispositivo che a volte porta all’errore. Forse soggettivamente più difficile è ricostruire le traiettorie lungo le quali esso si è strutturato, le ferite sulle quali si è appoggiato, fino ad appannarle e a impedirne la guarigione. Se fare i conti con l’errore è doloroso, almeno le esperienze maturate e il divenire del tempo consentono una certa indulgenza nei propri confronti. Perché questo dispositivo, come un nodo che non si scioglie, ancora si ripresenta, a volte intatto.

Ciò che abbiamo imparato, e ancora impariamo, non è dunque ciò che si presenta davanti a noi, è piuttosto ciò a cui possiamo e sappiamo dare attenzione, dato ciò che siamo. Una fatica perché presuppone comunque lo sforzo, maggiore con l’avanzare dell’età?, di disancorarci almeno un poco dalle certezze, di mantenere il desiderio di affrontare mari aperti, ma anche il piacere di saperci ancora vitali.

Claudia Alemani

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