Recensione – La mano nel cappello

Psicoanalisi ed handicap grave

Angelo Villa

La mano nel cappello. Psicoanalisi ed handicap grave

Stripes Edizioni, Rho (MI), 2009, pp. 183, € 16,00

Angelo Villa

La mano nel cappello. Psicoanalisi ed handicap grave

Stripes Edizioni, Rho (MI), 2009, pp. 183, € 16,00

Un criceto nella ruota, una mano nella gabbia.

Sostenere un incontro impossibile.

Mi chiedevo ragione, mentre leggevo il libro di Angelo Villa, di una sorta di difficoltà o disagio che avevo avvertito mentre percorrevo le prime pagine del testo e che di tanto in tanto riemergeva, come per non consentirmi di avanzare troppo rapidamente, spingendomi a soffermarmi un po’ per guardare meglio e non dare per scontato il panorama. Un libro chiaro, scritto anzi con un gusto da narratore, che talvolta può far sentire il lettore come di fronte ad un romanzo: come andrà a finire? Non erano certo un linguaggio troppo astratto o specialistico, o un argomentare intricato, o un mio disaccordo con i concetti espressi a farmi esitare. Al contrario. Dunque cosa?

È con questo interrogativo come guida che tenterò di dire qualcosa del lavoro di Villa, consapevole del fatto che “probabilmente per un fatto più di stile, di modo d’interrogazione, che di sostanza” qualunque tentativo di entrare nel merito dei “concetti” non gli renderebbe giustizia.

La mano nel cappello è un libro scritto attorno all’esperienza quotidiana, si potrebbe dire anche alla contingenza. Una precisa, approfondita, talvolta dura indagine della pratica che mira a interrogarne ogni aspetto: i piccoli particolari che divengono abitudini condivise, come i piccoli o grandi soprusi, talvolta rimasti persino inavvertiti, persi negli automatismi del fare di ogni giorno, i buoni luoghi comuni di “integrazione” e “autonomia”, l’affaccendarsi riabilitativo che talvolta non lascia spazio ad altro, satura ogni cosa, non consentendo di dare accoglimento e ascolto al soggetto, il ruolo di tutto questo nel mascherare la posizione dell’operatore, o più in generale del “normale”, i suoi imbarazzi, le sue difficoltà, la sua impotenza di fronte all’abisso che lo separa dal disabile che vorrebbe aiutare.

Il lavoro di Angelo Villa non è una lettura comoda; punta senza sconti alle finte ovvietà che minano la pratica, che fanno lievitare l’imbarazzo da cui vorrebbero proteggere, che aumentano il disagio (del normale come del disabile) proprio con quelle azioni, spesso troppe, con cui si vorrebbe mettere quel disagio in disparte. Come pensare ad un’autonomia proprio là dove le azioni stesse, o i giudizi, o i buoni propositi dell’operatore riempiono ogni spazio, facendo coincidere l’agire del disabile “riabilitato” con il volere del normale che educa? Come pensare un’autonomia senza separazione, se è il normale stesso a “incollare” il suo giudizio e le sue aspettative a ciò che chiede al disabile, a voler modellare la vita di quest’ultimo sulla sua? Si tende appunto a non pensarla perché, se si tentasse, si finirebbe per vedere che non ve ne è una la logica; ma proprio lì sta l’intoppo: posta la domanda una volta, calata nel proprio quotidiano di “normale”, nulla si può più dare per scontato e l’interrogativo ha un costo, brucia, scava.

Eccoci dunque tornati a quella certa scomodità, difficoltà, disagio di cui avevo fatto accenno qualche riga sopra. Si tratta solo di questo? Una lettura che può spingere a interrogativi scomodi, là dove ci sarebbe stata una certa carenza nel porsene? Può essere, se è da questa posizione che si parte.

Vi è probabilmente altro da considerare, tanto più che La mano nel cappello non è un gesto di accusa o polemica; nonostante le considerazioni precedenti, non si avverte nel testo un desiderio di “mettere il dito nella piaga”, ma piuttosto di interrogare veramente, senza sconti, l’umanità che sta al fondamento di ogni incontro di cura, in primo luogo, Villa ne dà continua testimonianza, quella dell’autore stesso, che non esista a mettere sotto la lente di ingrandimento le sue proprie impasse e che anzi sembra mirare, col suo stile e col suo modo di procedere peculiare, ad una costruzione “in soggettiva”, fondata su uno sguardo particolare di cui l’autore fa dono ai suoi lettori, base su cui costruisce anche le sue considerazioni più astratte e complesse.

Se qui troviamo buona parte del valore e della singolarità di questo libro, è pur in questo stile così atipico che intravedo nel contempo parte della radice del disagio di cui ho posto la questione. Le molte vignette cliniche, su cui poggia l’indagine e la riflessione dell’intero testo, possono rievocare l’esperienza di ciascuno lettore, ma non lasciano spazio ad alcuna immedesimazione. Tanto più lo sguardo di Villa si mostra come proprio, singolare, si fa l’esperienza di una differenza, di una distanza; se anche le occasioni possono apparire simili, è la loro lettura, la costruzione che ciascuno ne ha fatto, se ha potuto tentare, che mostra un buco in cui si può inciampare ma che solo può creare le condizioni per un effetto di soggettivazione per il lettore, a maggior ragione se ha già lui stesso voluto avventurarsi sul cammino d’indagine cui l’autore ci invita.

È su questo piano, dove i percorsi diversi di scrittore e lettore divergono o si sovrappongono formando figure sempre nuove, che l’esperienza, anche quella di aprire un libro, può diventare un’occasione d’invenzione per la propria pratica. Una teoria la si può amare o odiare, la si può far propria o respingere, la si può sviluppare o tentare di confutare. Uno sguardo lo si incrocia e non è mai una cosa facile; ma questo incrocio è anche un incontro, pur se mediato da delle lettere su un foglio di carta.

Un vero incontro, proprio perché scomodo, in qualche modo impossibile perché sempre parziale, bucato, è cosa comune che si tenti per lo più di evitarlo, cosa di cui nel testo si trovano molti esempi. Che si tratti di una lettura scomoda, come di una persona in difficoltà, è sempre della distanza incommensurabile dell’alterità che si tratta, è sempre da questa che si tenta di ripararsi, è sempre di essa che non può fare a meno ogni sforzo di soggettivazione, che sia di un “normale”, di un “disabile”, di un “operatore-lettore” o di uno “scrittore-analista”. Senza tale sforzo, tuttavia, ogni azione – un intervento educativo come un’elaborazione teorica – rischia di girare a vuoto: l’affannarsi di un criceto sulla sua ruota che lascia ogni cosa, in particolar modo se stesso, nel suo triste posto, pur nella fatica e talvolta con tutte le buone intenzioni. Se una lettura può contribuire a trovarsi ad essere un po’ più soggetto e un po’ meno “criceto”, varrà la pena di tentare? Il salto fuori dalla gabbia non è mai una volta per tutte e ogni dito che può indicare, testimoniandolo, che vi sono delle vie di uscita, o che si possono ricavare, è ben venuto, per quanto una mano nella “piccola casetta” possa essere inizialmente un ospite scomodo. Ad ognuno la scelta se fargli posto.

Marcello Morale

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