Recensione – L’amore imperdonabile. Un mistero sul lago

Giuseppe Guin

L’amore imperdonabile. Un mistero sul lago

Book editore, Ferrarese (FE) 2009, pp. 224, €14,00

Giuseppe Guin

L’amore imperdonabile. Un mistero sul lago

Book editore, Ferrarese (FE) 2009, pp. 224, €14,00

Si sa, all’inizio, ha cominciato don Lisander, alias Alessandro Manzoni, celebrando un ramo del lago di Como, quello più propriamente lecchese. Di questi tempi, in questi ultimi anni, l’esplorazione del lago si è, nel senso proprio della scrittura, articolata in tutta la sua ampiezza, come è giusto che sia. I “laghée” si sono cimentati in racconti e romanzi, confortati da un notevole successo di critica e di pubblico. Così è per Andrea Vitali, come per Davide Van De Sfroos (al secolo, Davide Bernasconi) o per la coppia di penna e di fatto Cocco & Margella (ciao, Amneris! Bacioni!), così è anche per Giuseppe Guin, il cui ultimo romanzo, L’amore imperdonabile. Un mistero sul lago è già giunto alla sua quinta edizione.

Fa piacere e incuriosisce la vitalità di questa letteratura che unisce, da una parte, il localismo, e dall’altra, molto spesso, anche se non sempre, un genere, quello del “giallo”. Giusto l’altro giorno, en passant, mi capitava di regalare
a mia moglie un romanzo, un “noir” di Hans Tuzzi, Un enigma del passato (ed. Bollati Boringhieri) ambientato nella da lei amatissima Valle Vigezzo, la cosiddetta valle dei pittori.

Quando si parla di “gialli” si è soliti pensare ad autori stranieri, Simenon (per quel che mi riguarda, parere ovviamente del tutto personale) sopra tutti e così taglio corto!, e a scenari anche di provincia, ma che introducono ad altri mondi, lontani da quelli che abitualmente conosciamo, troppo “semplici” per prestarsi a quella doppia lettura che il “giallo” richiede, vale a dire una sorta di ambigua divisione tra quel che appare, quel che si presenta in superficie e quel che vi sta sotto, quel che briga oscuramente contro un’evidenza, per definizione, cara ai benpensanti.

I “noir” nostrani, “localistici” contribuiscono, in tal senso, a favorire una sana decolonizzazione  dell’immaginario che la letteratura ma anche (come dimenticarlo?) il cinema e la televisione hanno  massicciamente lavorato per costruire, alimentando di tutta risposta un immaginario ancorato a storie, vicende più prossime a noi, a quello che, in una parola, sperimentiamo. Ma c’è di più. Il “giallo” gioca sulle insospettabili aperture che il rimando a quel demone che lo agita è in grado di sollecitare, di evocare del tutto inavvertitamente: la verità. E’ una parola sibilata all’orecchio dell’ascoltatore  più distratto, un seme che non si sa che germoglio produrrà… Lo scrittore sembra dire: intanto io ho buttato l’amo, poi si vedrà chi abbocca o quali echi produrranno le mie parole…  Il “giallo”, con buona pace di Lombroso e di Wilde (che accoppiata!), invita a dubitare del teatro del visibile, va oltre…

Ma veniamo al libro di Guin, bello e intrigante. Essendo un “giallo”, la storia non può essere raccontata, ma solo accennata. Un “noir” che si rispetti è ritmo e buona scrittura, buona scrittura e ritmo che, in fondo, a guardar bene, sono la stessa cosa. Si parte, come da copione, da un grave e inimmaginabile evento, quello dello stupro della bella Elisa, la figlia di Demetrio, padrone della locanda del Nibbio (Ahi! Ahi! Don Lisander, se ci sei batti un colpo!). Una storia di violenza, dunque? Calma. Non è così semplice, non è così lineare… Guin provoca, e non senza ragione quel che si è soliti definire come il politicamente corretto. Ma l’amore, le passioni, come possono stare in quel registro senza venirne mortificate? L’amore, quello che spinge fuori di sé, Abelardo docet,  non è forse sempre imperdonabile, il che può forse voler dire che cerca un perdono? Quale? Quello degli uomini, no di certo. Bisogna guardare più in alto. Da non perdere, a questo proposito, il consiglio che Sebastiano Poletti, uno dei protagonisti del romanzo, da a… Io mi fermo qui, come recitava una vecchia canzone, e lascio ai lettori tutto il piacere di godersi la lettura del romanzo di Guin. All’inizio del libro c’è una fiabesca piantina del lago, molto originale e, per i lettori smemorati, un elenco dei personaggi del “giallo”, come quando si legge un testo teatrale. In mezzo, tra le storie, tra i movimenti dei personaggi, c’è lui, sua maestà il lago, e i suoi venti. Rinvio in materia alle canzoni del Davide già citato, per tacere dello sguardo perplesso di George (Clooney) che, vedasi una miriade di foto in proposito, sul davanzale della sua villa osserva pensoso l’increspatura delle onde. Lago, o piccolo lago, quanti misteri contengono le tue acque!

Angelo Villa

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