Riaprire la comunicazione genitori-figli attraverso la fiaba

“Ma chi sa che cosa un bimbo chiude dentro di sé”

(R. M. Rilke)

Quello che esporrò in questa sede è la sintesi di un’esperienza di formazione per genitori ed operatori condotta attraverso l’uso di favole create appositamente su reali storie cliniche di bambini per dare agli adulti degli strumenti diversi per cercare di capire i comportamenti infantili. E’ un’esperienza che dura dal 1984 e che è stata condotta con gruppi molto diversi fra loro, da genitori riuniti casualmente nelle scuole oppure autoselezionatisi in corsi di formazione vera e propria, alle donne di quartiere di uno Spazio Donne dell’hinterland milanese, a gruppi di lavoratrici straniere e anche a un piccolo gruppo di donne in carcere, così come a gruppi di psicoterapeuti in Scuole di Psicoterapia. La favola si è dimostrata in tutti i casi un potente canale d’accesso al modo emozionale, sia al proprio che a quello dei bambini e ha spesso permesso di produrre qualche piccolissimo cambiamento nelle relazioni che ha riaperto una comunicazione a volte interrotta.

Partirò da una vignetta di abbandono scolastico che pone uno dei tanti interrogativi di noi adulti davanti a un comportamento giovanile apparentemente incomprensibile (A.Marcoli. Il bambino nascosto, Oscar Mondadadori 1993):

“Questa è la storia di una bocciatura annunciata. Una come tante altre, tratta dalle memorie di un insegnante.

Siamo a metà degli anni settanta, in piena contestazione studentesca. Quando Federico (ma potrebbero essere altrettanti Giovanni, Paolo etc.) si presenta in I Superiore ha quattordici anni ed è proprio simile a tutti gli altri ragazzi della sua età, con l’aria un pò timida e impacciata di chi sta varcando la soglia dell’adolescenza, senza sapere bene a quale mondo appartenga, se a quello dei bambini o a quello degli adulti. Agli inizi la scuola lo interessa, anzi pare che certe materie gli piacciano proprio, alcune in particolare. Federico segue con piacere quello che si fa in classe e poiché è dotato di buona intelligenza, non ha bisogno di faticare come altri suoi compagni. E’ uno dei ragazzi per i quali si può già prevedere dall’inizio dell’anno che potrebbe essere promosso senza difficoltà alcuna.

Però, dopo un pò di tempo, ecco che le cose iniziano lentamente a cambiare. Federico comincia a mostrare segni di inquietudine, si isola dai compagni, si morde le unghie, ha l’aria cupa e intristita, è sempre più assente col pensiero, finché a un certo punto arrivano le assenze vere e proprie. Per ben tre volte viene riportato a scuola dai genitori esasperati.

Alla fine non si assenta più, ma resta in un angolo della classe, solo, immerso nei suoi pensieri. Lui non dà fastidio al mondo, ma il mondo non ne deve dare a lui. Solo in poche materie partecipa saltuariamente per l’insistenza di qualche insegnante nel cercare di coinvolgerlo.

Passa così l’intero anno scolastico e Federico si avvia ad una bocciatura verso la quale si è preparato con cura.

“Mi  spiace moltissimo, Federico!” gli dice l’ultimo giorno un insegnante. Lui lo guarda un pò torvo, poi di spalle borbotta: “A me no! Mi spiace solo per lei, Prof, perché lei è uno che ci tiene ai ragazzi!”.

La storia di Federico non è così infrequente nella scuola superiore, quando esplode la fase dell’opposizione adolescenziale: ogni anno ce n’è qualcuna, ognuna con differenti modalità, in quasi ogni classe.

E’ la storia più o meno classica di un adolescente che si sente esistere solo in una opposizione tenace e senza parole, come se fosse il suo unico modo di trovare se stesso, anche se a scapito delle sue risorse. Eppure Federico è un ragazzo intelligente, è sensibile, è capace di atti di generosità e di tenerezza. E’ persino molto più obiettivo dei suoi genitori nel valutare la sua situazione scolastica: “I miei genitori hanno detto che la colpa è della scuola e di tutti gli scioperi (siamo negli anni caldi della contestazione), ma io lo so che non è vero. Altrimenti come mai tanti altri miei compagni vanno bene e sono promossi?”.

Ma perchè un ragazzo così dotato intellettualmente non ha potuto individuare nessun altro meccanismo che lo aiutasse a trovare la sua identità adulta? Federico, come tanti altri ragazzi, ha sicuramente dentro di sé le risorse che gli faranno trovare la sua strada per la vita, ma perchè ad un prezzo emotivamente così alto?

Che cosa è successo? Che cosa può scattare ogni volta che un bambino, un ragazzo, o noi stessi adulti entriamo in un gioco psicologico che a lungo andare danneggia noi e le persone cui teniamo di più?

Questo libro vuole essere un aiuto per tutti gli adulti che si pongono una domanda del genere. Non dà risposte, non offre soluzioni a priori, vuole solo aiutare a scoprire, attraverso favole costruite su reali storie infantili, che ogni comportamento, dal punto di vista psicologico, non sorge mai dal nulla, ma si struttura nel nostro mondo interno da quando siamo bambini, senza che noi stessi ce ne accorgiamo.

E’ solo se riusciamo a trovare una chiave d’accesso a questo mondo che  forse potremo utilizzare meglio le nostre risorse, evitando che si ritorcano contro di noi e i nostri figli.

E’ perchè altri ragazzi o bambini non soffrano in solitudine come Federico, senza che noi adulti riusciamo a capirli e
ad aiutarli, che ho raccolto questo materiale, frutto delle mie esperienze personali e professionali, dopo quasi trenta anni di attività, prima nel campo della scuola e poi in quello della psicologia clinica”.

Questa vignetta pone il classico problema di un comportamento giovanile difficile da capire.

Che cosa è successo a Federico? Come fare per capirlo? Racconterò ora l’esperienza che sta alla base di questo lavoro che vuole offrirsi come strumento di comprensione per gli adulti.

Risale al 1984, quando in un Consultorio Familiare lavoravo sia con genitori che con bambini, per alcuni dei quali avevo ideato un Atelier sul modello di quelli di Maud Mannoni a Bonneuil, in cui lavoravamo attraverso i disegni, le sculture, le fiabe. Durante una mia pausa forzata per malattia avevo una volta pensato di provare a scrivere per ogni bambino dell’Atelier una favola che gli raccontasse la sua storia in modo simbolico ma con uno sbocco evolutivo rispetto a quello involutivo abituale, per aiutarlo a cercare nuove possibilità dentro di lui. Ma mentre ero ancora alla ricerca di una forma definitiva da dare a queste favole, ecco che un giorno si presenta all’Assistente Sociale la mamma di uno di questi bambini, per chiedere che il figlio le venisse allontanato e fosse messo in istituto. Era una mamma completamente esasperata dal non capire gli atteggiamenti del bambino che viveva solo come un attacco e una provocazione nei suoi confronti ed era lei stessa una persona con una storia così difficile e dolorosa che le sembrava di non farcela più a tollerare anche il dolore di questa relazione. Era quindi una mamma che si presentava avendo chiuso dentro di sé la comunicazione col bambino, per quanto dolore questo le potesse costare. Il bambino d’altra parte aveva già dentro di sé un tale vissuto di rifiuto che questo ultimo episodio sarebbe stato per lui completamente intollerabile. Era quindi il classico caso di una coppia mamma-bambino che, pur avendo un legame affettivo profondo e viscerale, non riusciva a trovare più nessun punto di incontro. Quando l’Assistente Sociale, dopo aver provato inutilmente lei stessa a parlarle, mi ha inviato la mamma perchè provassi anch’io a parlarle, mi sono resa conto che qualsiasi cosa io potessi dirle, non riuscivo a raggiungerla emotivamente per il carico di dolore che già si portava addosso, per cui alla fine ho provato io stessa una grandissima frustrazione. E’ stata però questa stessa frustrazione quello che mi ha fatto ricordare, come ultima possibilità, la favola che avevo scritto per suo figlio e a cui stavo ancora lavorando, per cui le ho detto:” Signora, se mi ascolta dieci minuti le vorrei leggere una favola!”. Lei mi ha guardato prima stupita, poi a poco a poco l’ho vista trasformarsi completamente man mano che leggevo, con mia grande sorpresa perchè io stessa non me l’aspettavo. Non solo questa mamma ha seguito la favola con estrema attenzione e partecipazione emotiva, ma alla fine ha fatto un profondo sospiro di sollievo e ha detto, con palese soddisfazione. “Adesso finalmente capisco perché si comporta così! Capisco anche perché sabato scorso ha fatto il bagno e poi è uscito fuori di casa nudo e io l’ho dovuto rincorrere per le strade. Si vede che voleva prendersi una polmonite; si vede che voleva che io mi occupassi di lui!”.

E’ stato questo insight emotivo così forte quello che ha permesso a questa mamma non solo di riaprire il contatto emotivo col bambino, ma anche di riuscire a vedere le cose attraverso i suoi occhi, cosa che avevo tentato varie volte di aiutarla a fare, senza riuscirci. E il contatto emotivo la mamma l’ha riaperto non solo col bambino, ma anche con se stessa e la sua sofferenza. La favola è riuscita probabilmente a farle vedere infatti anche la sua stessa fatica e la sofferenza che il bambino condivideva con lei, proprio attraverso i passaggi che io avevo invece pensato per aiutare il bambino a fare la pace con la mamma dentro di lui. Contrariamente a quanto io mi aspettassi, sono forse stati proprio questi passaggi quelli che hanno permesso alla mamma di fare la pace con se stessa, prima e poi col suo bambino. Perché era anche vero che, nel momento in cui chiedeva che il bambino le venisse allontanato, lei però si sentiva allo stesso tempo, da qualche parte dentro di sé, fallire anche come mamma.

Questa esperienza è stata dunque per me un insight prezioso e stimolante. Da quel momento ho smesso di scrivere favole solo per bambini e ho cominciato a scrivere favole per adulti, proprio nell’ottica di aiutarli a capire meglio i bambini, sia quelli fuori, che il bambino che ognuno di noi è stato e si porta dentro, spesso proiettandolo sul fuori.

Ed ecco ora la favola:

IL LUPACCHIOTTO CHE FACEVA SEMPRE I DISPETTI

“Sono l’unico vostro suddito, io che ero il Re di me stesso…”

(W. Shakespeare, La Tempesta)

  Quello delle Sette Querce era proprio un bosco normale come gli altri di questa terra e quindi c’erano anche lì gli animali tranquilli che tutti giudicavano buoni e quelli scatenati che tutti ritenevano cattivi.

    Ma c’era un cucciolo che in fatto di cattiveria non aveva rivali: era un lupacchiotto scuro e col pelo irto, sempre pronto ad attaccare e a fare i dispetti agli altri, finché tutti lo scacciavano. Anche quando andava alla Scuola dello Spiazzo trovava sempre il modo di infastidire qualcuno; o tirava la zampa a uno, o pestava la coda a un altro, o lanciava le ghiande sul naso di chi gli stava di fronte, ma fermo non stava proprio mai. E ogni volta era sempre la stessa storia: gli altri cuccioli si lamentavano, c’era chi si ribellava, chi subiva, chi andava a dirlo al gruppo degli Anziani, chi cambiava posto finche’ lui restava solo col suo pelo nero irto che lo faceva sembrare ancora più brutto. E così gli altri cuccioli si vendicavano chiamandolo “il Brutto” e lo prendevano in giro per il suo pelo.

  Lupacchiotto faceva finta di niente, ma dentro di sé ne soffriva molto. Il fatto è che tutti gli altri cuccioli, almeno così’ sembrava a lui, avevano a casa una mamma che li amava, che gli spazzolava il pelo prima che uscissero dalla tana, che gli cambiava il fiocco tutti i giorni e glielo preparava ogni volta bello, lavato e stirato di fresco. Invece la sua mamma non aveva mai il tempo di fare tutte queste cose.

  Era una mamma che aveva sempre da fare, ma che non riusciva a concludere tutti i lavori anche perché aveva quattro figli: Lupacchiotto, che era sempre ribelle, Lupetta che era molto più carina ma voleva sempre lei l’attenzione, e due gemelli che erano molto piccoli e avevano ancora bisogno di tutto. E così quando si arrabbiava, era con Lupacchiotto che si sfogava spesso e gli diceva delle cose che i grandi a volte dicono senza crederci fino in fondo quando sono proprio fuori di sé perché sono molto arrabbiati e non si rendono conto che i cuccioli invece a quelle parole ci credono davvero, anche quando fingono il contrario. Allora quando la sua mamma gli urlava “Tu sei proprio la mia rovina, mi farai morire!” Lupacchiotto ci credeva davvero e aveva veramente paura che la mamma morisse e a volte era cosi’ terrorizzato che desiderava davvero che lei morisse e poi subito dopo si spaventava di quel pensiero che gli era venuto e per cancellarlo faceva tutto quello che poteva per aiutare la mamma: andava a prendere il latte, accompagnava la sorellina a scuola, accudiva i fratelli piccoli e così di seguito.

  Però Lupacchiotto era un cucciolo molto triste. Lui non aveva il problema di non riuscire ad imparare le storie, anzi, quelle gli piacevano proprio; era solo sui calcoli che non riusciva molto, ma si sa che in un bosco i numeri non servono tanto e, in ogni caso, quelli che servono tutti li conoscono naturalmente. Quello che invece non gli piaceva era il fatto che, secondo lui, la mamma trattava meglio i fratelli più piccoli e, soprattutto, gli pesava che loro fossero figli del suo papà attuale, mentre lui era figlio di un altro papà da cui la mamma si era separata. E così il cucciolo si sentiva diverso dagli altri in casa e si  sentiva diverso dagli altri allo Spiazzo delle Sette Querce.

  Per fortuna c’era una cosa che lui sapeva fare molto bene: le partite del bosco. In queste gare era proprio un cucciolo contento perché correva e giocava insieme agli altri e non era mai rifiutato, anzi tutti lo cercavano perché era bravo, agile e svelto e in certi momenti lo applaudivano persino e lui si sentiva tutto caldo dentro dalla soddisfazione e in quei momenti dimenticava le altre volte in cui era triste e arrabbiato.

  Però  le partite del bosco  erano una o due volte la settimana, per cui per la maggior parte del tempo Lupacchiotto era scontento.

  E una sera che era particolarmente arrabbiato e che i suoi compagni lo scacciavano e si lamentavano con il gruppo dei vecchi, ecco che uno dei saggi che gli erano più simpatici, il leone Criniera d’Oro, lo guardò dritto negli occhi
e disse: “Adesso vi racconterò la mia storia in questo bosco. Tanto e tanto tempo fa io ero un cucciolo, proprio come voi, non ero vecchio come ora. Ero molto forte e prepotente, vincevo quasi tutte le gare del bosco, mi piaceva andare in giro tutto il giorno, ma ero sempre scontento perché ero convinto che la mia mamma volesse più bene ai miei fratelli che a me. E così facevo sempre i dispetti ai miei fratelli fino a quando le prendevo di santa ragione e quando uscivo dalla tana facevo sempre i dispetti agli altri finché tutti mi lasciavano solo. C’era, è vero, un momento in cui tutti mi ammiravano ed era quando ruggivo, avevo il ruggito più potente del bosco, ma non potevo ruggire tutto il giorno per farmi ammirare e così per la maggior parte del tempo ero scontento ed arrabbiato.

  Finché un giorno ero così stanco che decisi di aspettare la notte e di partire per cercare anch’io il libro della mia storia, e così feci. Quando finalmente arrivai all’albero di tutte le storie trovai Gufo Millenario che mi guardò e disse: “Andiamo a vedere che cosa c’è scritto sul tuo libro”. E mi portò all’interno del tronco millenario. E quando ebbe trovato il libro della mia storia la lesse e poi mi disse: “Sai qual è il tuo problema? Che tu non hai ancora trovato chi sei. Finora ti sei visto o rifiutato dagli altri, o applaudito, per cui non puoi che comportarti in modo da farti rifiutare o applaudire. Questo succede però, perché tu hai sempre bisogno che gli altri si occupino di te, in quanto pensi che la tua mamma non l’abbia fatto abbastanza. Ma se la tua mamma non si fosse occupata di te quando tu eri molto piccolo, saresti morto di fame, non saresti cresciuto e non avresti imparato né a camminare, né a cacciare, né a ruggire. E’ stata lei che ti ha sfamato quando avevi fame, ti ha protetto dai temporali e dal freddo dell’inverno, ti ha rialzato quando ruzzolavi perché non sapevi camminare e ti ha insegnato ad essere forte e a ruggire. E’ proprio perché lei si è occupata di te che tu ora sai fare queste cose e adesso lei le deve fare per i tuoi fratellini, che queste cose non le sanno ancora fare.

  Allora, quando ti viene il pensiero che la tua mamma non ti voglia bene, prova a pensare a che cosa ne sarebbe stato di te se lei non ti avesse portato nella sua pancia prima e poi nutrito, protetto e riscaldato quando eri piccolo. Forse, se lasci che questo pensiero possa entrare nella tua testa, ti sentirai meno arrabbiato con tutti.”

  Devo dire che io ero molto perplesso e non capivo che cosa c’entrasse la mia mamma col fatto che gli altri mi rifiutassero, però Gufo Millenario aveva l’aria molto saggia e mi ispirava fiducia. E così a poco a poco provai a fare quello che mi aveva suggerito e permisi a quel pensiero che prima non era mai voluto entrare nella mia testa di entrarci.

  Le prime volte lo faceva di sfuggita e scappava subito fuori; era proprio come se non volesse coabitare con la mia testa; poi cominciò a fermarsi qualche volta e alla fine arrivava liberamente e si fermava. E a poco a poco mi accorsi che anche i pensieri dentro di me cominciarono a cambiare e quando finalmente io mi resi conto che la mia mamma voleva bene ad ognuno di noi in modo differente perché ognuno era diverso, anche con gli altri cuccioli io mi trovai molto meglio: non avevo bisogno nè di fare continuamente i dispetti nè di farmi applaudire. Ero semplicemente uno come loro, che giocava, si divertiva, imparava, litigava, piangeva e si faceva male esattamente come tutti gli altri.

  Adesso sapevo finalmente chi ero: non dovevo più farmi rifiutare o applaudire ad ogni costo.”

  Lupacchiotto aveva ascoltato molto attentamente la storia del vecchio leone, e in certi momenti gli era sembrato di vedersela proprio lì davanti a lui, come se fosse stato lui il protagonista, anzi, si era tanto immedesimato che a volte gli era persino venuto il batticuore. Ma quando la storia fu finita emise un gran sospiro e pensò tra sè che quella sì era una bella storia, ma lui non era come Criniera d’oro, la sua era certamente diversa, e se ne andò via scontento più di prima.

  Ma si sa che i pensieri che cascano una volta nella testa sono come i semi, da uno ne nasce un altro, da questo un altro ancora e così via. E un giorno che Lupacchiotto era come al solito arrabbiato con la sua mamma, ecco che gli cadde in testa il pensiero delle parole di Gufo Millenario e allora provò a guardare meglio la sua mamma e vide delle cose che prima non aveva mai visto.

  Vide una mamma che era molto stanca e che aveva sofferto tante cose nella vita e che si dava sempre da fare, ma che, anche se voleva, tante cose non riusciva a farle, proprio come lui con i conti. Era una mamma che faceva tutto quello che poteva, proprio tutto quello che poteva, anche per lui, anche se lo sgridava tanto.

  Lupacchiotto fu molto sorpreso da quel pensiero; non gli piaceva proprio, preferiva la sua vecchia idea che gli faceva sempre compagnia, e così lo scacciò. Però qualche giorno dopo il pensiero gli cascò nuovamente dentro alla testa e si fermò un minuto di più. E così la lotta fra lui e il suo nuovo pensiero andò avanti per un po’, poi alla fine si erano tutti e due talmente abituati a lottare e a farsi compagnia, che decisero di fare la pace.

  E così nel Bosco delle Sette Querce si vide a poco a poco un lupacchiotto che giocava con gli altri, che litigava, che si faceva male, che faceva la pace e giocava di nuovo, proprio come tutti gli altri cuccioli del bosco, e non si ebbe più un cucciolo rifiutato o applaudito che per trovare se stesso aveva sempre bisogno di essere ammirato o scacciato.

Riflessioni sull’esperienza

Che cosa è successo dopo la lettura di questa favola con la mamma?

1. Si è stabilito un rapporto fra di noi che fino a quel momento era stato impossibile, sia per limiti miei che per difficoltà sue.

2. E’ stata accolta una parte infantile ferita della mamma. Se qualcuno stava davvero dalla sua parte capendo la sua fatica (anche quella della bambina che lei stessa era stata), forse era più facile anche per lei stare dalla parte di un bambino capendo la sua fatica.

3. C’è stato un calo naturale di difese (davanti a una favola non c’era forse bisogno di difendersi)  che ha aiutato la mamma a vedere le cose attraverso gli occhi del bambino.

4. E’ stato restituito un senso ad atteggiamenti prima incomprensibili del figlio che le davano un’angoscia di cui lei si liberava con comportamenti che peggioravano la situazione.

5. La mamma ha infine potuto cominciare a sentire, anche se confusamente, che dentro alla sua rabbia, come dentro a quella del lupacchiotto, stavano altre emozioni e sensazioni, come dolore, solitudine, abbandono e disperazione, a cui si potevano dare parole ed immagini. Ci poteva essere cioè uno sbocco evolutivo alla rabbia, diverso dall’agirla con comportamenti distruttivi.

E’ stato quindi dopo questa esperienza che ho cominciato a tenere gruppi e corsi di formazione per genitori e operatori, utilizzando le favole che scrivevo man mano che procedeva l’esperienza con i gruppi e il mio lavoro clinico con i genitori.

Credo che il terreno del lavoro con i genitori sia di fondamentale e vitale importanza nella prevenzione o nell’attenuazione del disagio minorile, per varie ragioni.

Anche il nostro funzionamento mentale è appreso nel corso del crescere ed è di un tipo piuttosto che di un altro. Il bambino, pur con le caratteristiche dategli dall’unicità del suo patrimonio genetico e della sua storia, imparerà più facilmente il tipo di funzionamento mentale dominante nell’ambiente in cui cresce. Se in quell’ambiente delle emozioni spiacevoli o degli avvenimenti dolorosi non si parla, il bambino imparerà a non parlarne, salvo poi non sapere dove collocarli quando la vita glieli farà inevitabilmente incontrare. Il bambino sarà perciò meno protetto nei confronti degli eventi difficili del vivere (mentre solitamente i genitori che si comportano così pensano di proteggerlo, come d’altra parte avranno fatto a loro volta i loro genitori e così via…). Ricorda M.Rutter1:

“(…) Possiamo supporre che i modi in cui i genitori stessi affrontano lo stress insito nelle difficoltà della vita possano influenzare il modo in cui i figli risponderanno alle sfide e ai problemi che si presenteranno loro. Naturalmente, non dobbiamo aspettarci che vengano apprese soluzioni specifiche; lo stress derivante da problemi fiscali ha poco in comune con le situazioni di vita dei bambini! E’ più probabile che ciò che i bambini percepiscono siano caratteristiche più generali, come rispondere alla frustrazione con l’aggressività nei confronti dell’altro, più che discutendo modalità alternative
di superare le difficoltà.”

Ogni bambino è, non dimentichiamo, l’intrecciarsi di tre storie: la sua, quella di sua madre e quella di suo padre. Non si può assolutamente cercare di capire quello che succede nel mondo interno del bambino se non si conoscono le altre due. Lo stesso è valso per i genitori quando erano piccoli. A volte dei segreti dolorosi o delle modalità aggressive vengono trasmessi da una generazione all’altra senza averne la consapevolezza e perpetuando così una sofferenza fatta di tanti anelli. Riuscire a spezzarne uno, anche se non definitivamente, è sempre un passo importante. «L’altro giorno urlavo con mia figlia ed ero proprio disperata – ha raccontato in un gruppo una giovane madre – Ma all’improvviso mi è venuto un flash, mi sono vista in quella scena e mi sono detta: “Ma questa non sono io! Queste sono le scene che c’erano fra me e mia madre!” E allora ho potuto cominciare a capire la mia bambina e a stare dalla sua parte, ma contemporaneamente anche dalla mia, perché prima io mi sentivo una mamma cattiva, quando mi identificavo in quel comportamento! Lo sentivo che era una cosa che faceva male a tutte e due, ma non capivo che cosa fosse!»

Ogni bambino nasce in una famiglia diversa. Quella che accoglie un primogenito è completamente diversa da quella che accoglie un secondogenito e così via, per cui è inevitabilmente diversa la relazione tra i genitori e i singoli figli. Il cambiamento maggiore sembra essere in genere quello della nascita del primo figlio: è una vera e propria rivoluzione nella vita di una coppia che non ha ancora sperimentato tutto quello che un figlio comporta, compreso il difficile passaggio dal ruolo di figlio a quello di genitore. Non a caso sembra che un alto numero di separazioni avvenga oggi proprio dopo la nascita di un figlio, se la coppia non riesce a ricostruire un equilibrio nuovo che tenga conto della situazione profondamente cambiata e dei nuovi problemi che inevitabilmente dovranno essere affrontati.

Il bambino può portare alla luce la sofferenza nascosta di un genitore. Sono i casi di quelli che Racamier definisce “I bambini che portano in consulenza le madri”. Se diminuisce il livello d’ansia dei genitori anche la relazione con i bambini ne beneficerà e sarà meno ansiogena. Questo vale in modo particolare per le neo-mamme perché il bambino è in stretto contatto con il loro mondo interno e risente del loro stato d’animo. Qualsiasi aiuto venga loro dato in questo senso si trasformerà automaticamente in un beneficio anche per il bambino.

La sofferenza maggiore sembra prodursi nella qualità della relazione quotidiana, più che nei grossi traumi. Un bambino, se ben accompagnato, ha in genere la vitalità e la forza sufficiente per reagire alle grandi avversità della vita. E’ invece nella relazione quotidiana e nelle piccole cose del vivere, giorno dopo giorno, che ha meno difese. Se il genitore riesce ad operare dei piccoli cambiamenti, anche estremamente lievi, è probabile che migliori una relazione che prima era bloccata su un nodo di sofferenza reciproca. Credo sia importante ricordare, a questo proposito, che dietro a un bambino che soffre c’è sempre un genitore che soffre e viceversa.

Il bambino tende a proteggere il genitore per non tradirlo, ma contemporaneamente per non perderne la sicurezza, perché è consapevole che si tratta della persona su cui può contare di più in assoluto, nel bene e nel male. Questo non significa però che debba essere il bambino a dover fare da genitore al proprio padre o alla propria madre. Un bambino dovrebbe avere il diritto di fare il figlio, se è possibile, tranne in situazioni e casi del tutto particolari. «Il mese scorso dovevo finalmente partire per qualche giorno di vacanza con mio marito e ho visto mia figlia stranamente silenziosa – ha raccontato una mamma in un gruppo – Allora ho cercato di parlarle e alla fine lei, con un gran sollievo, mi ha raccontato che era molto preoccupata perché non stava bene di salute. E quando io le ho chiesto: “Perché non ce l’hai detto?” lei ha risposto: “Perché non volevo che partissi preoccupata per me! Hai già troppi pensieri in questo periodo!” E a me sono venute in mente tutte le volte in cui ero io a dover proteggere mia madre, sin da piccolissima, quando non potevo andare a giocare con gli altri bambini perché dovevo restare in casa a far compagnia a lei che soffriva di malinconia a stare sola e allora mi sono sentita profondamente triste per mia figlia, l’ho abbracciata e le ho detto: “Ma guarda che sono io la mamma! Sono io che devo proteggere te! Io sono abbastanza grande per sapermi proteggere!»

Perché proprio la favola?Credo però che il lavoro con i genitori sia particolarmente difficile e delicato perché deve cercare di svolgersi sul terreno del piacere di capire cosa succede o è successo, anche se difficile, piuttosto che su quello di causa-effetto che porta spesso a chiedersi di chi è la colpa, innescando così processi che non aiutano nessuno, anzi peggiorano spesso la situazione.

La favola, nell’esperienza che ho condotto in questi 15 anni, in gruppi estremamente vari e diversi fra loro, mi sembra possa essere un buon canale di comunicazione per vari motivi:

1. Si tratta di una delle forme più antiche di comunicazione, presente in culture anche molto diverse tra  di loro.

2. Ha un inizio, un’evoluzione e una fine come tutte le cose del vivere. è un momento definito nel tempo e nello spazio nell’ininterrotto scorrere della vita, così come ogni vita lo è nell’ininterrotto fluire del tempo.

3. Aiuta a scoprire le soluzioni adattive e manda il messaggio che nella vita le difficoltà sono inevitabili, ma anche superabili.

4. Rassicura sul fatto che davanti alle difficolta:

  • l’eroe si può difendere

  • ‑prima o poi arriva qualcosa in aiuto

  • ‑è possibile risorgere dalla sconfitta

5. Invita a non abbandonare la ricerca.

6. Ha una funzione rassicurante sull’ignoto, che invece di solito spaventa (il viaggio è di andata e ritorno dal familiare all’ignoto)

7. è meno minacciosa delle interpretazioni o di altri messaggi (ciascuno prende quel che vuole, se vuole, oppure le lascia stare).

8. Ognuno la può usare a modo proprio. I significati sono diversi per ciascuno e anche per i vari momenti della vita.

9. Accompagna bene i momenti di passaggio (come quello del passaggio al sonno per i bambini)

10. Aiuta ad acquisire il concetto che nella vita si incontreranno inevitabilmente dei fatti che noi non potremo né prevedere, né determinare, né tanto meno controllare o evitare. Quello che aiuta di più, perciò, non è il raddoppiare o triplicare i nostri sforzi per controllare la realtà, quanto essere consapevoli che ci saranno i momenti difficili e non controllabili ed essere preparati a tollerarli mentalmente (questo potrebbe essere il corrispondente dei doni della fiaba per superare le prove)

11. Insegna che la conoscenza è un viaggio di sperimentazione per tentativi ed errori; è solo sperimentando che si impara.

12. Aiuta ad interiorizzare il concetto dei ruoli familiari in modo netto e senza confusioni (il re e la regina che decidono, i principi che devono sottostare, ecc…)

13. Stimola a sperimentare l’aggressività imparando a graduarla, invece che a reprimerla e a soccomberne.

14. Sancisce che il tempo di vita è scandito da avvenimenti importanti che segnano un prima e un dopo.

15. Aiuta ad aver fiducia nelle risorse reali di un bambino, invece che dubitarne, sottovalutarle o sopravvalutarle. Il protagonista della fiaba fa il viaggio con quello che lui ha in mano, non con quello che gli altri pensano che lui abbia.

16. Abitua a non fermarsi all’apparenza, ma a ricercare la verità nascosta. Sancisce quindi che esistono un aspetto esterno e uno interno della realtà e che l’apparenza non sempre corrisponde alla sostanza delle cose: sotto la ripugnante pelle d’asino c’è una bella principessa e dentro al ranocchio c’è un principe vittima di un incantesimo.

E inoltre, come ha detto una lavoratrice salvadoregna del Gruppo Donne Straniere, di una favola ognuno può fare quello che vuole, se vuole: “Mi piace questo lupacchiotto! Perché se uno vuole ci vede delle cose proprie e se uno non vuole è un lupacchiotto che sta lì in un bosco!”.

*Specialista in Psicologia 

Psicoterapeuta

– Articolo presentato al workshop di Psicoterapia condotto da Wally Capuzzo al Convegno Nazionale di Bologna
“Le famiglie interrogano la politica” del Marzo 1999.

– Questo materiale è apparso nei volumi:

A. Marcoli “Il bambino nascosto” Oscar Mondadori, 1993

A. Marcoli “Il bambino arrabbiato” Oscar Mondadori, 1996

A. Marcoli “Il bambino perduto e ritrovato” Oscar Mondadori, 1999

1,2M.Rutter Capacità di reagire di fronte alle avversità. Fattori di protezione e resistenza ai disturbi psichiatrici. Da: Adolescenza, Vol 5, n 3, Sett-Dic 1994, Il Pensiero Scientifico Editore, Roma.