Una ricerca su luoghi che formano

Una ricerca su luoghi che formano

Tante persone provenienti da tante parti del mondo sperimentano modi nuovi per occupare e reclamare propri spazi geografici e simbolici, alla ricerca di nuove esperienze e nuove conoscenze. E’ chiamata in causa la memoria legata ai luoghi, alle credenze, all’arte, alla religione, alle tradizioni che deve essere elaborata, ricostruita, rinnovata anche da chi proviene da altrove.

Mariangela Giusti*

Una ricerca su luoghi che formano

Tante persone provenienti da tante parti del mondo sperimentano modi nuovi per occupare e reclamare propri spazi geografici e simbolici, alla ricerca di nuove esperienze e nuove conoscenze. E’ chiamata in causa la memoria legata ai luoghi, alle credenze, all’arte, alla religione, alle tradizioni che deve essere elaborata, ricostruita, rinnovata anche da chi proviene da altrove.

Mariangela Giusti*

Una ricerca su luoghi che formano

In occasione di una ricerca condotta con la tecnica dell’intervista in profondità centrata sull’utilizzo del tempo libero da parte di persone immigrate, il riferimento agli spazi geografici ha rappresentato uno degli argomenti più ricorrenti[1]. Le persone immigrate (sole o con la famiglia, a seconda dei casi), una volta stabilizzata la condizione lavorativa/abitativa, si muovono molto sul territorio al fine di conoscere, apprendere, integrarsi nella nuova realtà di vita. In occasione della ricerca, ai testimoni è stato proposto anche di rappresentare con un disegno uno spazio geografico, un luogo della memoria, uno spazio urbano significativo del paese di partenza o del paese d’arrivo[2]. In questo contributo viene presentata una sintesi di alcuni disegni prodotti[3]. I partecipanti alla ricerca appartenevano a due gruppi di immigrazione: persone (uomini e donne) filippine e sudamericane in Italia da molti anni, con figli e genitori; ragazze e donne dell’Est Europa, in Italia da poco tempo, in prevalenza sole (con la famiglia nel paese d’origine).

I luoghi rappresentati sono luoghi prima ignoti, la cui scoperta e conoscenza graduale rappresentano vere e proprie tappe di apprendimento delle risorse del territorio e delle possibilità che esso può offrire per le esigenze dell’esistenza, per creare legami di riferimento e ricordi. I luoghi nel verde, della natura florida e libera, così come i luoghi della fede consentono di raccogliere immagini, fotografie, souvenir che, nei giorni seguenti alla gita, entrano nelle esistenze dei singoli. I testimoni (donne e uomini), nei colloqui, fanno spesso riferimento ai piccoli oggetti acquistati nel giorno di gita, alle foto scattate, ai sassi di fiume presi come ricordo: sono modi per tenere in memoria ciò che si è visto, sono oggetti piccoli, facili da portare a casa, utili per pensare, piccoli attaccapanni narrativi, hanno la funzione di conservare il ricordo. Sono oggetti solo apparentemente insignificanti, in realtà consentono di costruire nuova memoria, che può formare legami via via sempre più consistenti coi territori da dove provengono. Le persone immigrate si muovono in prevalenza coi mezzi pubblici (pullman, treni) per gite domenicali, per fine settimana, per brevi pellegrinaggi. Un po’ alla volta si vengono a creare paesaggi di transito, luoghi dove si è già stati, dove si è trascorsa una giornata ricca di significati, dove si progetta di tornare. Si crea memoria, si segna il territorio, i luoghi frequentati rappresentano tappe d’integrazione. Le persone in movimento anche solo per un giorno costituiscono nuovi paesaggi etnici, che cambiano nel corso del tempo. I turisti domenicali sperimentano su di sé nuove forme di mediazione e percezione. Capita persino che la popolazione locale di una città turistica di mare o di lago possa sentirsi confusa alla vista di tanti nuovi arrivi, assenti fino a qualche tempo prima.

Le esperienze di visione/conoscenza/frequentazione/creazione di legami affettivi/tutela in riferimento ai luoghi e ai paesaggi sono passaggi pedagogici e formativi. Sono sempre filtrate dalla storia passata e individuale di ciascuno e dalle rappresentazioni mediali e tecnologiche che ciascuno possiede di un certo luogo, di un certo paesaggio. Forse i macroprocessi di cambiamento della nostra società, in prospettiva realmente e decisamente interculturale, hanno necessità di (e si riconducono a) innumerevoli microprocessi di visita, rivisitazione, ritorno che fanno passare e ripassare da uno stesso punto (e da più punti), con un movimento ciclico, fino a che, a un certo momento il cambiamento (e l’integrazione) possono avvenire davvero.

Le rappresentazioni degli spazi geografici da parte di immigrati di lungo periodo

Le donne e gli uomini immigrati latinoamericani e filippini che hanno collaborato alla ricerca per le loro vacanze di un giorno prevalentemente frequentano e abitano i parchi. Sono stati rammentati il Parco Cernusco, il Parco del Ticino, l’Idroscalo, il Parco Boscoincittà, il Parco Forlanini, il Parco Increa, il Parco del fiume Adda, Parco Lambro, Parco La Rosa, Parco Trenno, Parco Le Cave, Parco di Monza, Parco di Arcore, Parco Villa Fiorita (a Brugherio), Parco di Bruzzano (coi due campi da bocce, coi tavoli di legno e le panchine), parte del grandissimo Parco Nord. I disegni realizzati mostrano che i grandi parchi fluviali costituiscono spazi che consentono esperienze di paesamento, cioè consentono di portare con sé parte del proprio paese, trapiantare i segni, le usanze, i valori e i sogni in uno spazio vuoto o considerato come tale. Le famiglie a gruppi frequentano i parchi e trapiantano un modello di società semplificata, alleggerita dalle costrizioni e dagli obblighi materiali e morali quotidiani. Se compaiono alcune città, è in prevalenza per l’esplicito ed esclusivo riferimento al fiume[4]. L’acqua infatti è l’elemento paesaggistico prevalente, compare con molta frequenza, con una presenza di sicuro primo piano. In alcuni disegni l’acqua del fiume scorre e il movimento è reso con diverse tecniche e scelte materiche. Il fiume è il protagonista indiscusso: spesso è rappresentato largo, potente, impetuoso e tuttavia amico in quanto ospita sulle sue rive intere famiglie, perfettamente rappresentate nei loro componenti: i bambini che giocano a palla sul greto, le mamme che si riposano, i babbi intenti a sorvegliare il fuoco del barbecue e a fare la grigliata. I fiumi sono rappresentati nel loro scorrere, in perenne movimento, le rive sono abitate da piccoli personaggi stilizzati che si rilassano, ascoltano musica, preparano la grigliata. In diversi disegni compare l’acqua calma dei laghi di cui i testimoni hanno parlato nei colloqui. Di solito il lago appare bene inserito in una cornice di montagne dalla giusta altezza, in primo piano ci sono la balaustra, la ringhiera, le cassette di terracotta coi gerani, la manica a vento per misurare (appunto) l’intensità del vento. Il lago è visto come un luogo sicuro, quasi uno scenario perfettamente mantenuto (dove s’immagina che possano avvenire solo avvenimenti belli), coi prati erbosi e fioriti dei giardinetti, le panchine per la sosta e la conversazione, spesso col grande battello rosso a due piani per l’escursione.

In alcuni disegni il lago è visto dall’alto; se ne vedono i contorni, non l’acqua. Il paesaggio è reso minuscolo, non si distinguono i particolari, che sono talmente lontani che si possono solo intuire o ricordare: talvolta è ben definito persino il fiume affluente, che porta acqua al lago di forma ovoidale. Nelle vicinanze sono riconoscibili (oltre che indicati con delle scritte) il chiosco dei gelati, la stazione del treno, le automobili in marcia sulla strada, gli ombrelloni sulla riva, ma tutto è piccolissimo, come miniaturizzato, lontano, quasi visto con un cannocchiale alla rovescia, che allontana piuttosto che avvicinare. Un gruppo consistente di disegni raffigura il mare: talvolta la spiaggia è come riempita dai membri della famiglia, compaiono i grossi apparecchi stereo accesi che diffondono musica nell’aria, il fuoco per la grigliata, gruppetti di uomini che conversano, stando in piedi a coppie uno di fronte all’altro sorseggiando bottiglie di birra. In altri casi troviamo rappresentato un mare vivo, in movimento, animato, popolato: si intuisce che non sono mari italiani, sono mari di altrove, s’intuisce dalla vegetazione e da com’è raffigurata la costa. Queste marine esotiche rappresentano grandi palme sulla spiaggia a bordo mare, piegate in avanti verso l’acqua, barche di legno ancorate a pali, pronte forse per ripartire: sembrano essere chiari riferimenti a un altrove, a paesaggi lontani, forse mitici, non reali, o forse, invece, ben presenti nei ricordi di chi li ha disegnati[5]. Diversi disegni presentano una struttura ricorrente, con la suddivisione netta fra spiaggia e mare, col senso del relax, del riposo, del dolce far niente tipico di una giornata di ferie: la mamma si abbronza distesa sul telo, il babbo legge il giornale, i bambini giocano a palla lì vicino. Mare, spiaggia, oggetti d’uso.

Altri disegni si concentrano sulle zone verdi frequentate nel giorno di vacanza e contengono tutto ciò che rimanda ai parchi, agli elementi della natura non fluviale, né marina
né lacustre. Raccontano una giornata di vacanza al parco dove è presente non solo la famiglia, ma anche diverse persone della comunità d’appartenenza – adulti e bambini – intente a varie occupazioni del tempo libero. Il tutto all’interno di situazioni dove i veri protagonisti sono gli alberi del parco, (diverse forme, diverse tipologie, diversi tronchi…) e il senso del verde con, sullo sfondo ma molto, molto lontani, i palazzoni alti della città, a significare bene la presa di distanza dalla caotica quotidianità. Spesso sono disegnati i tavolini pieghevoli, piatti, bicchieri, il cesto della frutta; talvolta cespugli, animaletti, altalene.

Non sono molte le schede che contengono riferimenti a elementi architettonici e monumentali, quasi che la conoscenza di questi aspetti del territorio d’arrivo rappresentasse una tappa successiva. Un testimone ha disegnato la Torre degli Asinelli di Bologna, altri il Santuario di Caravaggio (vicino a Bergamo) colto nell’ampiezza del suo vasto porticato e nell’alta cupola; altri hanno riportato i grandi viadotti (che sostengono l’autostrada e la ferrovia) molto ben visibili da varie località della costa ligure. Sono disegni molto stilizzati, ma svolgono il compito pedagogico di fissare la memoria sull’idea di uno spazio geografico che probabilmente è stata sviluppata nel colloquio e che intende rappresentare un punto d’arrivo, una meta raggiunta.

Le rappresentazioni degli spazi geografici da parte delle donne immigrate da poco tempo

Le ragazze e le donne contattate per la ricerca si muovono fra registri culturali e temporali diversi. Comprendono presto, poco dopo l’arrivo, che la loro immigrazione in Italia è un percorso di emancipazione, di esplorazione di nuove possibilità e di modi di essere in precedenza neppure immaginati. E comprendono anche che buona parte di questo percorso si giocherà proprio nelle ore del tempo libero dal lavoro, in qualunque modo ciascuna scelga di impiegarlo. Sono ragazze e donne che sono state spinte alla migrazione da profonde motivazioni di carattere economico. Una di loro per sua iniziativa, nel corso della conversazione, ha raccontato brevemente il processo d’impoverimento rapido (con le sue conseguenze sul piano delle scelte dei singoli a migrare, soprattutto delle donne), mentre un’altra signora ha invitato l’intervistatore (e, attraverso di lui, gli eventuali lettori della sua testimonianza) a fare un esercizio di entropatia, cioè a mettersi nei suoi (e nei loro) panni.

Anche il gruppo dei disegni realizzati dalle donne dell’Est d’immigrazione recente sono ricchissimi di spunti e soggetti relativi agli spazi geografici. Riguardo al paesaggio naturale, un gruppo di disegni si concentra sull’acqua che non appare (come era invece per l’altro gruppo di testimoni) come l’elemento prevalente, ma come uno dei tanti possibili elementi del paesaggio. Sono disegnati fiumi che scorrono affiancando la vegetazione e le persone presenti; specchi d’acqua lacustre rappresentati come vedute d’insieme proporzionate e armoniche: il lago, le montagne protettive, i piccoli paesi sullo fondo, il cielo. In molti disegni sono raffigurati i lungomare: l’acqua del mare nel suo continuo movimento, gli spruzzi (per mezzo di piccoli tratti a pennarello azzurro che si attorcigliano su se stessi), le rocce frangiflutti, a protezione della passeggiata a mare, le scalette per salire, le panchine, le palme in fila ordinata.

Sono, in genere, disegni che rappresentano scene molto animate, molto ricche di particolari, tutto è tenuto sott’occhio: il gruppo delle amiche sedute sull’erba in conversazione, le persone sulle panchine, che riposano all’ombra degli alberi, le mamme e i bambini in atteggiamenti di gioco o di corsa; gli elementi che arredano il parco: tavoli e panchine di legno per i picnic, il chiosco del bar coi suoi panchetti di fronte; gli ombrelloni.

Nei disegni realizzati dalle ragazze e dalle donne che provengono dall’Est compaiono spesso elementi architettonici, per esempio: il Colosseo, il Ponte Vecchio di Firenze, con le case sospese su piloni di legno e le grandi arcate del ponte; il Santuario di Caravaggio; le Cave di marmo di Carrara, raffigurate in modo molto essenziale ma con scritta la località rappresentata. In alcuni casi è stato disegnato il villaggio o il paese di provenienza dell’autrice con molti particolari caratteristici: un castello austero; le chiese; varie abitazioni e costruzioni; una torre tipica; le strade pavimentate a pietre stondate che s’inerpicano tra edifici e chiese.

Il tema del giardinetto o del parco cittadino lo troviamo sviluppato in tanti disegni. Spesso sono raffigurate al centro le vasche d’acqua, mosse da zampilli, intorno alle quali i giardini sono organizzati e disegnati: gli alberi, di vario tipo e altezza, le panchine, il chiosco… Piccoli mondi che sembrano ruotare intorno a se stessi.

Diversi disegni raffigurano la casa e l’ambiente domestico del paese d’origine; altri pongono al centro la coppia: la ragazza e il ragazzo che passeggiano tenendosi per mano sulla battigia del mare; appuntamenti galanti (tavolini di bar o di caffè con due bicchieri di vino rosso, una rosa); figurinette che si tengono per mano in primo piano con grandi cuori rossi intorno.

Gli spazi geografici e psichici della vita e del cambiamento degli immigrati con questa ricerca sono divenuti oggetto di studio della riflessione pedagogica interculturale. Dopo questa ricerca gli insegnanti, gli educatori, gli animatori territoriali possono guardare i paesaggi urbani ed extraurbani anche con gli occhi degli altri. Tante persone provenienti da tante parti del mondo sperimentano modi nuovi per occupare e reclamare propri spazi geografici e simbolici, alla ricerca di nuove esperienze e nuove conoscenze anche legate ai territori. Con le migrazioni recenti il contatto fra persone con retaggi culturali diversi è diventata una questione di massa che riguarda i grandi e i piccoli, gli adulti e i minori e le loro interrelazioni reciproche. I paesaggi sono laboratori culturali in cui le persone hanno la possibilità di sperimentare nuovi aspetti della propria identità, nei rapporti con gli altri e nell’interazione con la natura. Le località e gli spazi geografici sono certo territori di libertà (libertà dal lavoro, dalle preoccupazioni, dalle imposizioni, dai regolamenti), ma possiedono anche abitudini, regole, sguardi, riti, sonorità, tempi che ne caratterizzano l’identità, il clima, il mood la cui percezione può essere colta (oppure no) da chi le frequenta. Chi si occupa di pedagogia, di educazione, di animazione territoriale dovrà (sempre più negli anni futuri) immaginare e sviluppare metodi che sappiano avvicinare gli studenti, le persone, gli adulti in formazione a una sorta di etnografia collaborativa, che consenta di migliorare i rapporti fra modalità espressive che appartengono a gruppi culturali minoritari e al gruppo culturale prevalente. Sono tante le modalità espressive che possono essere descritte, raccontate, messe a comune: sono modalità che riguardano la lingua, la musica, le narrazioni, le maniere di vivere il contatto con la natura, di osservare i monumenti. E’ chiamata in causa la memoria legata ai luoghi, alle credenze, all’arte, alla religione, alle tradizioni perché deve continuamente essere elaborata, ricostruita, rinnovata, rifusa. Questo processo non ci dovrebbe spaventare. Credo che semmai ci deve spaventare di più l’ipotesi di un futuro organizzato a canne d’organo, dove ogni gruppo (maggioritario e minoritario), ogni singola comunità si organizza per proprio conto, nei propri spazi dedicati o scelti per esclusione. Anche la pedagogia (non solo le scienze sociali) è chiamata in causa per evitare scenari di questo tipo.

*Docente presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Milano Bicocca

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[1]              La ricerca è stata pubblicata in volume: M. Giusti, Immigrati e tempo libero. Comunicazione e formazione interculturale a cielo aperto, UTET, Torino 2008, al quale si rimanda per ulteriori approfondimenti.

[2]              Il suggerimento di disegnare durante il colloquio e l’effettiva possibilità di completare il disegno nel tempo necessario anche dopo che il colloquio era terminato ha fatto emergere in molti casi delle abilità non apertamente dichiarate dai testimoni e dalle testimoni, neppure nei termini di un’inclinazione per il disegno o di un hobby personale, neanche quando il disegno è stato consegnato. In molti casi invece è apparso evidente un vero e proprio talento.

[3]              La scheda per appunti grafici era stata predisposta in modo che potesse servire alla persona che, sul momento era coinvolta nel colloquio in profondità. Il/la testimone poteva scegliere se utilizzare o no la scheda e come utilizzarla. Nessuno dei testimoni ha chiesto che il disegno gli (o le) venisse lasciato, facendo intendere in tal modo che realmente quella produzione grafica integrava la propria testimonianza verbale. Le schede, variamente utilizzate (in senso verticale o orizzontale; riempite a metà o del tutto) e con diverse modalità (solo uso di colori, tratti geometrici, disegni automatici, schizzi, disegni compiuti) riprendevano, completavano e perfezionavano il racconto di vita sulle tematiche oggetto dei colloqui.

[4] Per esempio, Rivolta d’Adda e Cassano d’Adda compaiono spesso ma mai con riferimenti al Castello Borromeo (a Cassano), né alla Basilica romanica di S. Maria e S. Sigismondo (a Rivolta): ciò che interessa è il fiume.

[5]              La spiaggia non è un territorio e non è neanche una terra con delle tradizioni, ci suggerisce J. D. Urban. La spiaggia “è quasi senza identità o, come l’isola di Robinson, non ha un’identità prestabilita ma assume quella di chi se ne appropria, che in quel posto ricostruisce il suo mondo. Quale mondo allora? E per quale esperienza? Il mondo qui via appartiene davvero, nel quadro spazio temporale di un’illusione. Come uno spettacolo vuoto, succederà quello che voi ne farete”, Cfr J. D. Urbain, 2002: 307.

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