Riflessioni sul volontariato

Nel ringraziare gli autori degli interventi sul numero monografico dedicato al volontariato, dobbiamo rilevare la ricchezza dei contributi che per essere discussi in dettaglio richiederebbero uno spazio ben più ampio, e dei quali intendiamo tenere conto nella ripresa del lavoro. Sfrutteremo pertanto questo spazio per prendere in considerazione solo alcuni punti evidenziati dagli autori intervenuti.

Sull’intervento di Giovanni Nervo vorremmo sottolineare come il nostro si proponeva appunto come un contributo per conoscere “Giovannino”, una riflessione dal di dentro, su aspetti che a noi sono sembrati centrali, e che sicuramente sono poco ortodossi rispetto ai lavori che si leggono sul volontariato. D’altra parte riteniamo che contributi elogiativi, che propongono di mettere al centro delle analisi sociali e storiche il ruolo del volontariato ne siano uscite parecchie negli ultimi anni, ponendolo addirittura a fondamento di una nuova cittadinanza, o proponendo di sostituire questa figura a quelle della militanza che hanno segnato il novecento (per queste proposte si può rimandare al lavoro di Marco Revelli recensito su questa stessa rivista). Segnalare i rischi presenti in questa deriva a noi è sembrato doveroso, affrontando il problema non come una disputa ideologica, ma appunto dall’interno, a partire da difficoltà ed aporie che abbiamo incontrato nel lavoro con i volontari. Questo anche al fine di evitare di sostituire ad una retorica all’altra, salvo accorgersi a posteriori di difficoltà che potevano anche essere colte. Sul parallelo militanza-volontariato ad esempio ci sembra che la proposta di sostituire il volontario al militante sia un modo per non interrogarsi seriamente sulla figura del militante, sull’elemento di volontà presente nella militanza, e che ha portato, nel momento in cui il riferimento storico sociale subiva un declino, a quell’eterogenesi dei fini che il lavoro di Revelli ben evidenzia. Non si tratta pertanto di ridurre tutto a “volontà di potenza”, ma di tenere conto che la strada del riferimento alla volontà può portare altrove, e può contenere al suo interno le coordinate di una nuova tragedia.

Un secondo punto del contributo di Giovanni Nervo verte sul ruolo del dono contrapposto allo scambio. Condividiamo in pieno la citazione finale, ma vorremmo anche sottolineare come il dono faccia riferimento ad una socialità primaria, spesso piu vincolante della socialità determinata dallo scambio. E questo porta ad una riflessione sul legame di dipendenza che il dono instaura, ponendo il ricevente quasi nelle condizioni di ricambiare per alleviare la dipendenza (pensiamo al ruolo che il dono svolge nella vita quotidiana, senza andare
troppo lontani). Riprendere il rapporto con il diritto ci sembra allora fondamentale, anche per impedire ed evitare una possibile conventio ad excludendum basata sul dono, che si trasformerebbe in un meccanismo di inclusione ed esclusione che riporta sul piano orizzontale quel che ieri era definito su un piano verticale (su questi nuovi aspetti della marginalità ci sembrano importanti le riflessioni di Francesca Rigotti apparse in Animazione sociale).

Queste ultime righe ci portano al contributo di Emilio Baccarini che amplia la nostra prospettiva, ma tralascia un aspetto sul quale ci sembra interessante soffermarci. Infatti Baccarini pone il discorso della differenza sul piano del simbolico, riprendendo i lavori di Levinas e Rosenzweig. A nostro parere occorrerebbe uno spostamento di piano per comprendere meglio quel che accade nel caso del volontariato. Come avevamo scritto ci pare che ci sia un tentativo nel volontariato di rendere ll’altro non troppo altro, cioé di introdurlo in un processo di familiarizzazione. Questo processo non viene analizzato sul piano simbolico poché non se ne trova lea necessità, nel senso che l’alterità può essere messa in termini assoluti in quanto generici, é uscendo dalla genericità, scendendo nel reale alla catena degli altri concreti, in carne ed ossa e non in spirito, che il problema si pone. Se ci spostiamo dal simbolico al reale, vediamo che la soluzione che tiene sul piano simbolico, sul piano reale non è così pacifica. Esemplificando, cosa accade quando l’altro resiste, quando l’identità si trova nell’impossibilità di essere derivata? E’ quel che accade spesso nel lavoro di volontariato. Pensiamo al campo delle tossicodipendenze, come campo in cui questa identità derivata si scontra con un piano di impossibilità. Si è disponibili all’inizio, si aspetta dall’altro un segno, che doti di senso l’agire, che situi nella differenza. Questo porta ad una sorta di sovrainvestimento, di dipendenza rovesciata in cui l’altro è portatore di senso. Cambiando piano, si assiste ad un interesse, ad una difesa del soggetto dalla famiglia, dai servizi, da chi prima è intervenuto, poiché non ha compreso, non ha capito. (Ci si scusi la semplificazione del caso, occorrerebbe individuare le mediazioni di percorso, ma quel che ci sembra essenziale è per ora proporre uno schema semplificato per poterci ragionare) All’inizio la disponibilità è estrema, quasi eroica, si pensa di riuscire là dove altri non sono riusciti, e la via regia pare quella della disponibilità, dell’interesse genuino verso un soggetto non colto, un altro, privato di incontri o meglio di relazioni che gli abbiano dato la possibilità di situarsi. Ma mano a mano che l’altro sfugge, che non si lascia prendere nella relazione, si assiste ad una caduta di interesse, ad una presa di distanza che pur non accomunando agli altri che intorno al soggetto ruotano, si traduce in una caduta, in una chiusura, poiché l’altro si è sottratto, poiché quella forma di riconoscimento è mancata, non è intervenuta. Allora al nome proprio si sostituisce un nome collettivo, quasi che nella categoria possa trovare annullamento una storia mancata. Marco, Giovanni…..divengono i tossicodipendenti, i “tossici”, e non è raro assistere all’accentuazione di una posizione superegoica che sostituisce alla disponibilità il dovere, che pone condizioni sempre piu vincolanti, che porta ad un sottrarsi, all’impossibilità. Alla manifestazione dell’identità dell’altro si è sostituita una identificazione sociale che lo precedeva, la disponibilità si è rivelata insufficiente a sostenere la relazione. Il passaggio dal simbolico al reale ci pare che porti con sé questi aspetti, la relazione si inceppa riportando il soggetto ad essere irrelato. Il volto sfugge, si nasconde, non vi è un fascio di luce che ci permetta di coglierlo, si cela nell’ombra e la “convocazione etica” si chiude nell’assenza dell’altro.

Evidenziare questo aspetto, sottolineare come le difficoltà siano maggiori quando si passa al piano del reale, ci permette di fare ritorno alla dimensione del “lavoro” piu volte citato nel nostro articolo, e sul quale ci interroga il contributo di Orietta Ripamonti e Mariacarla Castagna.

Ci pare che il racconto di Oe “Un’eperienza personale” ben si presti ad esemplificare un percorso possibile. La storia è proprio la metafora di un lavoro che Tori-bird compie. E’ un percorso attraverso i propri fantasmi, attraverso la dipendenza che misconosceva nel mentre lo abitava. L’altro è il figlio che è nato, che non risponde all’ideale, e allora il percorso si dipana attraverso l’incontro con altre persone che hanno occupato la posizione di Altro per Tori-bird: la donna, il padre, l’amico… sino a giungere alle convulse pagine finali. L’assunzione di responsabilità assume allora il valore etico di riconoscimento, di porsi come altro per il proprio figlio, di chiusura di un percorso per aprirne un altro, dove alle immagini titaniche di forza si sostituisce una forza diversa. Si può leggere il prosieguo del rapporto con il figlio nella successiva raccolta di Oe apparsa da Mondadori, e si rimane stupiti dal cambiamento di toni, dal cogliere nella distanza la possibilità di incontrare il figlio. Non che tutto sia risolto, ma un inizio è possibile. In questo consiste il termine ripresa, nell’attraversamento dei fantasmi che lo hanno abitato, nelle relazioni precedenti il soggetto trova una possibilità. In parallelo al romanzo di Oe si potrebbe leggere un romanzo di Bernard McLaverty:  “Un istante di felicità”, dove il percorso viene affrontato dal protagonista abolendo l’Altro, sfuggendo l’incontro con l’Altro, portando alla catastrofe finale. Possiamo vedere in questo parallelo, e nei due finali contrapposti, gli esiti di una ripresa e quelli di una replica: l’abolizione dell’Altro porta alla sua soppressione nel momento in cui l’assunzione di una posizione etica è avvenuta in nome dell’ideale a cui il soggetto cerca di adeguarsi, occupando quella posizione senza fare i conti con i fantasmi che lo abitano. L’assunzione di responsabilità in Oe avviene alla fine come esito possibile di un lavoro che lo ha preceduto.

Il rimando nostro ad una interrogazione incessante era un richiamo a non dare il percorso per concluso una volta per tutte, il lavoro di formazione (inteso nella sua accezione letterale come tentativo di dare una forma all’azione, di contenerla, di capirla, di situarla rispetto a sé e all’Altro, di trovarne le coordinate) si pone così come lavoro continuo, che in un tempo posteriore mette il soggetto nella situazione di interrogarsi, dove ogni incontro opera una sorta di rilancio per capire che cosa c’è in gioco, che cosa lo lega ad altri, affinché l’azione non si riduca ad agito. Il termine “incessante” può apparire enfatico, ma questo era il suggerimento che si voleva indicare.

Un altro punto importante, e forse trascurato nel nostro articolo, riguarda il che cosa tenga insieme un gruppo di volontari. Noi riteniamo che sia il riferimento all’ideale di cui il gruppo è depositario, con una singolare divaricazione tra l’ideale che tiene insieme il gruppo e il fantasma che abita il soggetto, quasi che i due piani non entrino in contatto.

Questa ultima riflessione ci porta ai contributi di Giorgio Sordelli e Sergio Marsicano. Pur nelle differenze indicano una medesima prospettiva che potremmo chiamare di “volontariato professionale” come scrive Marsicano. Crediamo che questo sia un mutamento di prospettiva che però non annulla i termini del problema. Infatti questa “professionalizzazione” ci pare avvenga sul piano dell’ideale, poiché unica depositaria del sapere è in questi casi l’organizzazione cui si aderisce, e che funge anche da garante sia rispetto al volontario, sia rispetto all’esterno. A cosa possa portare una simile prospettiva è difficile dirlo, temiamo forse un aumento di defezioni, nel momento in cui la socializzazione della domanda che fonda una comunanza si irrigidisce e non permette forme di dialettica interne all’organizzazione. Ciò che appare preminente è allora il disegno dell’organizzazione, cui non rimane al soggetto che aderire o meno, ma il rischio che si apre è che alcune istanze che il volontario e il volontariato colgono, invece di essere accantonate possano essere recise. Sono pericoli esistenti, in una prospettiva che ci sembra però distante da quella da cui siamo partiti, e che rende il volontariato una sorta di lavoro gratuito all’interno di una organizzazione già determinata e che copre aree di lavoro attraverso queste presenze. Alcune domande si potrebbero allora ribaltare sull’organizzazione, nel momento in cui dà per scontate talune manchevolezze, e ci si potrebbe chiedere se non sia invece necessario un lavoro interno per affrontarle. Nella contrapposizione tra dimenticare e ricordare ci pare di assistere all’accantonare da parte della società, accantonare come elemento marginale per la società
che affida queste funzioni a figure quasi fuori contesto.

Ma accanto a questo ci sembra sia presente un elemento contradditorio, che nel nostro lavoro indicavamo: quello della presenza di un sapere già dato che rischia di rinchiudere l’incontro con l’altro, di darlo per scontato e conosciuto attraverso gli strumenti del sapere consolidato.

*Riflessioni degli autori

sul volontariato

v. Pedagogika.it 17 ott/nov 2000