Riforma dei servizi e futuro degli A.A.S.S.

Diversi gli scenari che contribuiscono a delineare un quadro incerto e complesso per l’evoluzione della professione degli assistenti sociali in Italia: la riforma dei servizi sociali e il completamento della riforma in materia di autonomia didattica dell’università.

Il primo può fornire indicazioni sull’evoluzione del sistema occupazionale della professione (la domanda formativa) e il secondo può a sua volta precostituire le condizioni (l’offerta formativa) perchè la professione sia in grado di affrontare in modo attrezzato le nuove sfide al cambiamento, che da sempre gli assistenti sociali sono abituati a cogliere.

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Pur essendovi margini di autonomia e quindi nessun tipo di dipendenza del secondo dal primo scenario, è cruciale per il futuro della professione che vi sia un certo grado di coerenza tra i due scenari e si instauri una maggior interazione tra università e ambiti istituzionali e/o professionali esterni ad essa.
Molte sono le attese della professione circa le potenzialità di entrambe le riforme sul completamento e la piena realizzazione del processo di professionalizzazione nel rispetto della propria specificità, autonomia e delle esperienze professionali più avanzate.
La riforma dei servizi, con il superamento dell’assistenzialismo e dello stesso DPR 616/’77, affida alla regia dei comuni la realizzazione di un sistema di protezione sociale attiva e la ricomposizione delle competenze dell’intera comunità, soggetti diversi che intervengono e contribuiscono – pubblico e privato, attori sociali, individui, gruppi, famiglie, produttori di progettualità – per l’offerta di servizi.
Senza alcuna presunzione si può affermare che il ruolo “chiave” giocato fino ad oggi dagli assistenti sociali nel sistema dei servizi con flessibilità e intelligenza creativa è ad essi riconosciuto come centrale anche per la futura costruzione del nuovo welfare community e di “un sistema integrato di interventi e servizi sociali”.
Senza alcuna presunzione si può affermare che il ruolo “chiave” giocato fino ad oggi dagli assistenti sociali nel sistema dei servizi con flessibilità e intelligenza creativa è ad essi riconosciuto come centrale anche per la futura costruzione del nuovo welfare community e di “un sistema integrato di interventi e servizi sociali”.
La professione, finalmente liberata dai gravami assistenziali e dall’assimilazione alla marginalità, vedrà valorizzate le competenze e le metodologie professionali centrate su:
– la capacità di leggere e progettare nella dimensione territoriale locale,
– l’attenzione ai processi,
– la personalizzazione dell’intervento e il consenso dell’utente/cliente,
– la territorialità,
– la costruzione di reti,
– l’approccio empirico e l’orientamento ai risultati,
– il lavoro di gruppo e con i gruppi,
– la globalità e l’integrazione dell’intervento,
– la relazionalità infra e interorganizzativa,
– la documentazione e la gestione delle informazioni.
Tali competenze pregiate necessitano però della piena realizzazione anche della riforma dell’università e di alcune condizioni in particolare:
– la programmazione delle attività formative,
– l’apporto di una metateoria specifica e unitaria capace di riflettere sulla realtà sociale e di rappresentarsi i diversi oggetti del proprio lavoro,
– l’apporto equilibrato di più discipline (diritto, pedagogia, psicologia, sociologia, antropologia)
– l’integrazione tra tirocinio e aula,
– la ricerca applicata al servizio sociale,
– la formazione a più livelli, con spazi di specializzazione anche per aree specifiche di professionalità e in rapporto ai vari gradi di complessità del lavoro sociale (1° livello di laurea e 2° livello di laurea specialistica che valorizzi la formazione specifica universitaria ed extrauniversitaria, master per entrambi i livelli e dottorato di ricerca),
– l’incardinamento della docenza specificamente professionale (concorsi.),
– l’incremento delle convenzioni con gli enti che gestiscono i servizi per i tirocini, per la sperimentazione e la ricerca, per la messa a disposizione di competenze qualificate,
– il riconoscimento pieno della figura del docente di tirocinio,
– lo sviluppo della sperimentazione relativa alle metodologie didattiche anche non tradizionali in ambito accademico (laboratori, moduli tematici interdisciplinari, lavoro di gruppo),
– la formazione dei supervisori di tirocinio e in servizio.
Il quadro così disegnato per sommi capi impegna in modo consistente anche la professione attraverso i propri organismi di rappresentanza, ciascuno nel proprio ruolo (Ordini nazionale e regionali, Associazione italiana docenti di servizio sociale, Associazione nazionale assistenti sociali, Sindacato unitario nazionale assistenti sociali) a sviluppare strategie specifiche per:
– un ruolo della professione meno frammentato ed eterogeneo a livello nazionale e nell’immaginario collettivo;
– continuare nello sforzo massiccio a produrre teoria, incrementando le capacità culturali e tecniche dei professionisti sopratutto
nell’analisi e nella gestione di azioni sociali per la promozione, costruzione, accompagnamento a reti dei servizi, processi di lavoro e di valutazione;
– sviluppare e promuovere il confronto al proprio interno e con altre professioni;
– controllare la qualità sia della formazione che dell’intervento professionale.
La gestione dell’incertezza e della complessità sono patrimonio genetico della professione degli assistenti sociali che è pronta a coglierne le sfide ma che pagherebbe un caro prezzo, insieme agli utenti/clienti, se il circuito virtuoso avviato negli anni ’80 anche in Italia venisse interrotto e gravi problemi e riduzionismi investissero la sua identità professionale.