Salute mentale: formazione alla relazione

“Se è difficile imporre un’idea nuova, non meno lo è distruggere un’idea antica. L’umanità si è sempre aggrappata disperatamente alle idee morte e agli dei morti”

(G. Le Bon)1

 

 

Gli scenari nazionali negli ultimi anni sono stati scossi da profondi sconvolgimenti, sotto la pressione di variabili come il cambiamento dei modelli culturali, le trasformazioni dell’ambiente e delle organizzazioni sociali, la crisi dei sistemi economici occidentali e del Welfare State in particolare,  concretizzatisi in provvedimenti legislativi che hanno modificato profondamente l’assistenza sanitaria.

Nell’ultimo ventennio, c’è stata l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale con la Legge 833/78, poi, con la legge 5O2/93 si è passati attraverso la  fase della trasformazione in senso aziendalistico delle ASL e,  il recente D. L.vo 229/99,  indica le norme per la realizzazione del Servizio Sanitario Nazionale. Parallelamente, in ambito psichiatrico, il percorso avviato con la L. 180/78, un provvedimento a maglie larghe attraverso cui sono scivolate molteplici possibilità di parziale attuazione delle disposizioni contenute, è approdato attraverso il progetto Obiettivo Tutela Salute Mentale (1994-96 e 1998-2000), al quasi completamento del processo di superamento degli Ospedali Psichiatrici.

Abbiamo intenzionalmente omesso la parola “definitivo” superamento, in quanto questo implicherebbe aprire un dibattito sulla strutturazione possibile, in senso manicomiale, di contesti psichiatrici e non, sia ospedalieri che territoriali.

Nel confronto/scontro con questa situazione di transizione sono emersi fra gli operatori atteggiamenti diversi, alcuni in un’ottica naturalistica sembravano aderire
all’idea “che l’uomo deve adattarsi all’ordine della natura …. E ciò facendo si realizza la giustizia”2, nel senso che la malattia è “incurabile” e noi dobbiamo assecondare la natura e quindi accudire e non curare o riabilitare. Altri, sembravano aderire ad “un’etica della filantropia” (modello messianico) nella quale il malato diventa il luogo privilegiato in cui l’attività terapeutica, secondo il significato etimologico therapeuein, acquista il valore di “essere al servizio di”.

Altri ancora, passando attraverso un’elaborazione del lutto per “un mondo che è finito”, hanno maturato attese di cambiamento che devono essere assunte dall’istituzione, ed alimentate e sostenute da quest’ultima.

In questo contesto entra in gioco la formazione, la cui funzione diventa quella di far maturare le attese di cambiamento dove il terreno è fertile; di farle germogliare dove invece la delusione, la stanchezza, il timore o le sensazioni di non essere  in  grado di affrontare il cambiamento, hanno inaridito la possibilità di esprimere le capacità umane in ambito professionale o le capacità professionali in modo umano.

Nell’ambito dell’assistenza psichiatrica riteniamo che l’intervento formativo debba avere  i seguenti obiettivi:

1) Mettere la persona in grado di avere con l’altro, una relazione di un tipo particolare (terapeutica) che può declinarsi nei diversi momenti della prevenzione, della cura e della riabilitazione.

2) Sviluppare la capacità degli operatori di lavorare insieme all’interno di questo nuovo soggetto sociale che è il Dipartimento di Salute Mentale.

Molto si è scritto sulla formazione, e molto di quello che si fa “passa” come formazione. Noi consideriamo punti fermi aspetti quali:

• una metodologia rigorosa con verifiche dell’apprendimento e con valutazioni del gradimento delle metodiche adottate come indicatore del grado di coinvolgimento;

• rigorosità nella scelta dei contenuti e dei docenti in modo da coniugare preparazione teorica ed esperienza sul campo;

• individuazione dei destinatari basata su criteri definiti da una strategia quanto più condivisa possibile;

• rispetto e valorizzazione delle esperienze precedenti da utilizzare per lo sviluppo di nuove competenze.

Partendo da questi assunti nel 1996, in concomitanza con il completamento della dismissione dell’ospedale psichiatrico di Rovigo, abbiamo avviato nel nostro DSM un piano triennale di formazione degli operatori finalizzato all’apprendimento di nuove conoscenze e allo sviluppo di nuove competenze; il processo sta coinvolgendo 115 operatori di cui oltre la metà proveniente dall’ospedale psichiatrico.

La formazione è stata condotta  in piccoli gruppi di lavoro  per favorire la conoscenza reciproca fra persone provenienti da contesti lavorativi diversi e consentire il confronto, lo scambio e la condivisione delle idee acquisite in un ambito tutelato e protetto, per costruire un possibile contesto in grado di fare emergere nuovi assetti mentali individuali e di ruolo all’interno del gruppo, per accedere ad una diversa capacità di lavoro.

Cosa resta e cosa cambia per l’operatore nel nuovo ambito lavorativo è il primo interrogativo a cui dare risposta. L’operatore  può recuperare la conoscenza maturata in molti anni di lavoro mantenendo una certa continuità  che lo aiuta ad accettare  i cambiamenti relativi all’esercizio delle nuove funzioni e ruoli, creando e cocreando insieme agli altri, nuovi linguaggi e nuove modalità di comunicazione.

E’ compito del formatore far emergere il sapere nascosto che ogni operatore ha acquisito in anni di esperienza aiutandolo a raggiungere quella consapevolezza necessaria per scegliere cosa traferire, consolidare ed approfondire nella nuova prassi quotidiana.

Nel nostro progetto sono  stati sviluppati  i seguenti temi:

• conoscenze diagnostiche sulla patologia psichiatrica, la farmacologia, la psicoterapia, la riabilitazione psicosociale, gli scenari familiari, attraverso  un linguaggio comune (“sapere tutti di cosa stiamo parlando”);

• la lettura della propria realtà lavorativa, la differenziazione dei servizi, il diverso ruolo e le diverse funzioni, per capire cosa cambia nella specificità professionale attraverso l’individuazione delle ambiguità confusive, l’attivazione di cambiamenti organizzativi e i corretti passaggi informativi;

• elementi sperimentabili di teoria della comunicazione.

Il contesto formativo ha  consentito l’avvio di un processo di sperimentazione in gruppo, attraverso l’utilizzo di metodologie didattiche attive quali il “gioco dei ruoli”, le tecniche di “problem solving”; l’operatore ha avuto  la possibilità di confrontarsi con le dinamiche che caratterizzano il piccolo gruppo imparando da e con gli altri; l’obiettivo  era quello di superare i confini “della squadra”, retaggio dei turni e dei reparti, per arrivare al gruppo di lavoro del DSM.

Il programma formativo è stato suddiviso in 3 fasi successive:

1. Corso base destinato a tutti gli operatori finalizzato all’apprendimento di conoscenze sui principali argomenti psichiatrici;

2. Il secondo momento ha visto gli operatori aggregati attorno a tematiche d’interesse specifico quali: le relazioni familiari e l’approccio sistemico, la riabilitazione psicosociale, l’animazione in SPDC, l’inserimento lavorativo. E stata una importante occasione di confronto tra le diverse aree del DSM con la mediazione di esperti esterni, un modo per arricchire l’esperienza quotidiana e utilizzare al meglio l’apporto esterno. Contemporaneamente, sono stati strutturati momenti di confronto tra operatori appartenenti ad articolazioni diverse del DSM, al fine di favorire l’integrazione e la continuità della presa in carico.

3. Nella terza fase ci si è focalizzati sulla specificità delle diverse competenze e delle nuove mansioni, cercando di sviluppare nuovi modelli di continuità nella presa in carico e il cambiamento del ruolo dell’operatore nelle diverse fasi e nei diversi contesti.

La necessità di ampliare i punti di vista ci ha indirizzato verso il coinvolgimento nel processo formativo anche di professionalità non quotidianamente coinvolte nell’assistenza psichiatrica: maestri d’arte, psicomotricisti, esperti di organizzazione, rendendo disponibili agli operatori strumenti da “piegare” alla filosofia che sottende il DSM.

Se i primi tre anni del percorso formativo si sono configurati come un accompagnamento nel processo di cambiamento di sede e di organizzazione dei servizi, ora occorre verificare nella prassi quotidiana, se e quali cambiamenti la metodologia adottata nel processo formativo  ha prodotto. A tal fine, l’ultimo semestre del 1999, è stato dedicato al tema della valutazione.

Riprendendo la questione iniziale posta da Le Bon, noi riteniamo che la dicotomia imporre un’idea nuova/distruggere un’idea antica possa essere superata attraverso il recupero di una continuità fra un prima e un dopo che spogli il cambiamento delle sue valenze “catastrofiche”, in questo processo la formazione può assumere un ruolo cardine. Per svolgere questa funzione è necessario tuttavia che la formazione sia “costruita” sulla specifica situazione di quello specifico contesto, e che l’idea del farsi carico delle istanze di cambiamento degli operatori e dei pazienti sia parte integrante della filosofia del Dipartimento di Salute Mentale.

 

*Dipartimento di Salute Mentale Azienda USSL 18 Rovigo

 

 

Note

1 G. Le Bon, L’evoluzione dei popoli, Monanni edit. Milano, 1927

 

2 S. Spinsanti, La fragilità nella storia del pensiero scientifico, in Rapporto Sanità 98, Il Mulino Bologna, 1998