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Scelti per voi

Carlo Cuppini,

Militanza del fiore

Maschietto Editore, Firenze 2011, pp. 160, € 15,00.

Il libro di Carlo Cuppini è stato per me un incontro importante, fin dalla prima lettura, lenta e dilatata in tempi diversi, come è necessario, io credo, quando ci si avvicini a un testo composto di poesie. L’ho poi riletto e ne ho valutato il valore anche educativo, innanzitutto per me stessa, ma non soltanto evidentemente.

Anch’io sono vecchia, a differenza dell’autore, e mi ritrovo nelle parole di Adriano Sofri, che scrive, nella Prefazione al libro, “sono curioso come un vecchio scimpanzè dei sentimenti dei giovani che si sono accorti dello scandalo del mondo. Lo scandalo è cosa di giovani”. E, poche righe più avanti, se la prende con l’uso ormai invalso della parola “indignazione, che è invece parola da vecchi (…) Cuppini non è indignato, è incazzato nero o allegro rosso….

Le sue poesie infatti sono denuncia dei molti scandali che vivono e danno fisionomia al nostro contemporaneo, ma il colore delle sue parole, dei versi che compongono le pagine riesce ad essere di tono non magistrale, non moralistico né, appunto, noiosamente indignato: ci conduce con mano apparentemente leggera, talora in forma di ballata, talora di filastrocca quasi infantile a toccare le atrocità che ci circondano, una normalità del male, cui ci abitua la sua pervasività, la reiterazione ossessiva di immagini, notizie, servizi televisivi, tiggì, discorsi sull’autobus che porta a casa dal lavoro, discussioni in cene in cui tutti sono d’accordo e nessuno fa niente.

Carlo è incazzato nero, le sue parole si incendiano di allegro rosso, ma non assumono mai, fortunatamente, i toni dell’indignazione, il sentimento dei ‘buoni’, di quelli che prendono le distanze.

La normalità delle nostre vite nasconde, rende opachi gli orrori che vi si celano, rende (può rendere) insensibili ai drammi, ai fuochi di guerra, in realtà non molto lontani.

armatura in regalo a puntate con ‘Gente’

ottima al posto della crema solare

protegge il corpo dalle radiazioni

e dal male

(…)

e per fortuna che c’era un bel grumo

di mucillagine a pochi metri da riva

a drenare quei pezzi di corpi

di slavi del sud che ci avrebbero –

lambendo le caviglie – rovinato le ferie

La sorpresa del male ci coglie nell’intimità , nella semplicità dei gesti quotidiani, abita nelle nostre case, ci accompagna nella scansione tranquilla delle giornate, quando dormiamo nei nostri letti e consumiamo i nostri pasti.

“(…) poi si apre l’anta della dispensa

tra i pacchi dei biscotti s’affacciano

migliaia di profughi libici

ti vengono incontro

sorridenti

pieni di fiori nel grembo sfondato

ballando il samba ti riempiono gli occhi

di fosforo bianco – e la cucina”

Il cibo, i consumi, le invenzioni del mercato che ci trasformano in avidi raccoglitori e raccoglitrici di punti, di occasioni (da non perdere, assolutamente), divengono bizzarre malattie del normale, irreprensibile quotidiano.

patologia in regalo coi punti

contentamento isterico

senza pretesa di felicità

familiarità dell’accumulo

non necessariamente con incremento

del colesterolo (dice il medico)

E la follia giornaliera prende la forma, in un’altra poesia, di un orrore che pare impronunciabile e che Cuppini ci allestisce nel piatto, nella luce chiara e intollerabile di una semplicità avvolgente nel suo orrore.

“(…)i soliti mille bambini disciolti nel purè

liofilizzato con gli organi interni stipati  in scatoletta

promemoria tirare linguetta rimetterli

ognuno al suo posto

anche se adesso non serve

Ma basta poco per sentirsi, ancora, buoni.

“(…)chiamare i pompieri/salvate

il gattino/eccetera

amare i pompieri

gattino ryan

eccetera

pompieri

Siamo buoni e intanto invecchiamo, diventiamo scandalosamente vecchi, e altre, altri – quelli che non possono invecchiare come noi – si prendono cura dei nostri corpi.

“(…)gli ex torturati a Guantanamo

ci verranno a lavare la schiena

quando ancora vivi saremo

troppo vecchi anche per stare all’ospedale

Si scopre, nel nostro silenzio, non solo la colpa, non solo la pavidità o la paura – “… e allora noi vili”, scriveva un altro poeta – ma la perdita di noi stessi.

“tolto il bavaglio

non c’è bocca

 né faccia

senza trucco

né inganno

ci tocca scoprire

che nessuno ci aveva costretti a tacere

se non il tacere”

E in questo normale percorso tra sofferenze, silenzi e cantilene sorridenti di atrocità, trova posto ancora l’amore, ancora il desiderio (o la necessità?) di dare vita.

“(…) nel nostro stringerci

come mattone bruciato

nella stanza accerchiata

in quest’ora

di assedio

c’è nostro figlio

che vuole sbocciare”.

Barbara Mapelli

Mariangela Giusti

Immigrazioni e consumi culturali. Un’interpretazione pedagogica

Laterza, Roma-Bari 2011, pp. 176, € 22,00.

Leggendo Immigrazioni e consumi culturali quello che può capitare al lettore è di trovarsi chiamato a dialogare con la propria storia formativa. Lo sappiamo, le storie
di vita chiamano altre storie di vita e il lettore si trova immerso in una nuova dimensione in cui le esperienze narrate e quelle vissute si intrecciano.

É quanto mi è capitato durante la lettura: nel confronto con i racconti letti mi sono inevitabilmente imbattuto nella mia storia come “consumatore culturale”. Questa è la vera forza di un testo che sostiene il passaggio dal pensiero egoico all’apertura all’altro-da-sé, obiettivo di ogni lavoro educativo, interculturale e non.

Colpisce (positivamente) leggere che “la nuova cultura di tutti nasce da gruppi di persone che vivono gli spazi pubblici delle città; da tradizioni e modernità; da reperti archeologici e rimandi mitologici, ma anche da storie di vita comune e condizioni esistenziali di migrazione”. Riconosciuta l’importanza di “una cultura che rimanga colta” si focalizza, invece, l’attenzione verso quelle realtà, quelle persone, poste ai margini del contesto formativo e culturale.

Il margine diventa punto privilegiato di osservazione, che ci rivela quali realtà culturali si aprono all’altro, allo straniero, rappresentando luoghi di incontro e occasioni di crescita vicendevole.

L’autrice ci pone di fronte all’importanza della reciprocità: se la cultura si apre a chi viene da altre realtà, a chi è stato ed è in una condizione marginale, allora perde in astrazione per occupare “spazi reali della convergenza e del dialogo, ambienti fisici della reciproca influenza e anche della complementarietà fra gli uomini, fra le culture, fra i gruppi umani”.

Veniamo accompagnati dentro a luoghi di cultura che promuovono quel coinvolgimento attivo che spesso manca anche nei nostri ricordi e nei nostri vissuti scolastici. Coinvolgimento che andrebbe  recuperato, con vantaggio per i piccoli studenti, autoctoni e non, partendo dall’offerta agli stranieri presentata nel testo. In modo analogo viene valorizzato, citando un altro testo della prof.ssa Giusti, il rapporto tra “formazione e spazi pubblici”. Gli spazi della città diventano luoghi di scambio, di incontro e di intercultura, luoghi che “riescono a contenere oltre alle persone […] materiali d’uso nel tempo libero e oggetti della convivialità (stereo, poltroncine pieghevoli, barbecue per la grigliata)”.

Mentre ci avviamo alla conclusione della lettura, la spinta auto-riflessiva da cui siamo partiti si riaffaccia con urgenza: “Se un giorno dovessi trovarmi, costretto o per scelta, a vivere in un altro paese, quali luoghi frequenterei? Quali riferimenti cercherei?”. Nessuna difficoltà nella risposta:  biblioteche, parchi, luoghi di pratica sportiva all’aperto. Luoghi compagni nel percorso di studi e che oggi, con maggiore consapevolezza, si offrono come ambiti di auto-formazione continua.

Dai contesti extrascolastici il ritorno all’aula è d’obbligo, se non altro per vedere i limiti di quest’ultima e per permettere a chi vive quotidianamente la realtà scolastica, di pensare strategie migliorative. Troviamo quindi alcune cause dell’insuccesso scolastico dei ragazzi stranieri, raccontate dagli stessi protagonisti. Mancata accoglienza e difficoltà famigliari si alternano però a storie di giovani che non mollano. Ragazzi e ragazze che, nonostante la fatica e i percorsi travagliati, portano a compimento il loro ciclo di studi. Affianco a loro, storie di giovani in bilico tra  cultura d’origine, cultura “ospitante” e la pratica omologante dei centri commerciali, dove acquistare non solo oggetti ma simboli. Ricordando che, per dirla con l’autrice, “consumare significa comunicare qualcosa di sé: gli stili di consumo sono anche stili di comportamento in quanto le identità sociali si esprimono e si stabilizzano anche tramite i consumi”.

Ma i giovani non sono solo stereotipie e omologazione. Anzi, giovani migranti individuano spazi di riscoperta nel Web che diventa luogo di creazione e di trasmissione di cultura. Attraverso i loro racconti vediamo giovani impegnati a ri-trovarsi e a ri-conoscersi. Giovani che, tramite la rete, fruiscono di iniziative culturali o ne promuovono. Il Web diventa, così, “un modo per favorire e incentivare nei giovani che vivono la migrazione lo sviluppo di un atteggiamento di doppia appartenenza, che può consentire loro di superare in positivo il compito della costruzione della propria identità”.

Concludiamo evidenziando uno degli obiettivi non dichiarati ma evidenti del testo: non solo fornire strumenti che favoriscano la comprensione della società multiculturale, bensì invitarci, attraverso spunti operativi e laboratori, a metterci in gioco per contribuire ad un percorso di accoglienza e integrazione di chi viene da una cultura diversa.

Gianluca Salvati

Sufjan Stevens

The Age of Adz

Asthmatic Kitty, 2010, € 15,30

Fleet Foxes

Helplessness Blues

COOP Music, 2011, € 19,30

Tinariwen

Tassili

COOP Music, 2011, € 18,90

Dubbi, insolubili dubbi? La strada che ogni giorno devo percorrere per recarmi al lavoro la conosco talmente a memoria che potrei guidare con gli occhi chiusi, pericolosa tentazione che, di tanto in tanto, si affaccia nel mesto ruminare dei miei pensieri. Il fatto, poi, che la suddetta strada sia un eterno cantiere a cielo aperto non mi è di grande aiuto. Nervoso attendo che una coda si esaurisca per infilarmi prontamente in quella successiva. Il tempo passa e io cerco come posso di consolarmi o stemperare la mia inquietudine ascoltando qualche cd che mi porto sempre appresso. E’ in quella circostanza, poi la vita mi ruba ad altre preoccupazioni, che amletici quesiti mi assalgono e mi tengono compagnia. Domande profonde ed esistenziali, del tipo: quale Stevens è meglio? E’ preferibile il vecchio Cat, il quale non ci ha nemmeno risparmiato l’irritazione per la sua conversione alla religione musulmana, o il giovane Sufjan? Come non sapete chi è Sufjan Stevens? Beh, allora fate qualcosa, minimo, andate su Youtube per farvene un’idea. A conti fatti e in spregio della nostalgia credo valga oggi più la pena di ascoltare Sufjan. E’ bravo, originale, secondo alcuni è addirittura quanto di meglio è dato di sentire e vedere sulla scena newyorkese. Anni fa, Sufjan coltivava un’ambizione, quella cioè di creare un cd per ogni stato americano. Ovviamente, il progetto è ben lungi dall’esser terminato e chissà se il nostro Sufjan riuscirà mai a concludere la sua titanica impresa. Chi vivrà, vedrà. Basta tuttavia solo questo per lasciar intendere di che pasta sia fatto il nostro Sufjan, quale l’ispirazione che lo anima… Per il momento, se non erro, di cd dedicati ai singoli stati ne sono usciti due: Come on fell the Illinoise e Greetings from Michigan. Entrambi fantasiosi, densi e mai banali. Nel frattempo, ricordo, sono usciti altri album, poiché Sufjan non è rimasto a oziare con le mani in mano, chi volesse iniziare a conoscerlo potrebbe partire da Chicago e poi proseguire…

Niente male è, a questo proposito, anche il suo ultimo cd The age of Adz.

Risolto un dubbio, ahimè, ecco subito che me ne se affaccia un secondo: avete presente i Fleet Foxes, le volpi veloci? Il loro ultimo lavoro è stato alquanto osannato dalla critica specializzata, oh yeah. Varie riviste hanno dedicato la copertina a Helplessness Blues, titolo di una canzone dell’album, ispirato al “folk sociale” degli anni sessanta, Pete Seeger e dintorni, per intenderci. Personalmente, l’insieme non mi ha granché entusiasmato. L’ho trovato, per i miei gusti, alquanto noiosetto. Più cantato che realmente suonato, il cd mi sembra qualcosa a metà strada tra un vecchio brano dei CSN&Y e un coro alpino. Quasi quasi mi addormentavo. Esagero? Mi sbaglio oppure no? Loro stessi, le “volpi veloci”, d’altronde, così identificano i fan della loro musica come “…fichetti impotenti… hipster del cazzo…” (cfr. Rolling stone, n. 97, p.143). Sublime autoironia? Puro masochismo? Chissà…

E ancora: mi ha deluso, quanto meno in rapporto alle mie aspettative, il cd dei Tinariwen, Tassili, elogiatissimo da Mojo e da vecchie e celebri rock star. Questa volta, il loro blues sahariano mi è parso piuttosto ripetitivo, privo d’intensità. Ma, forse, ancora un dubbio, sono io che mi sono stancato troppo in fretta e l’ho ascoltato distrattamente. Cocciutamente, però, continuo a preferire nel medesimo contesto culturale, musicale altri cd, quali Toumastin dei Tamikrest o Ishumar dei Toumast o, infine, Ishumar 2. New tuareg guitars. Ascoltateli, ne vale la pena.

La coda, però, dopo un po’, prima o poi, si muove. Le auto riprendono la loro corsa e il tempo perduto mi spinge ad accelerare. I due Stevens mi salutano con un cenno della mano, le volpi
veloci intonano un coro melodioso e la sabbia del deserto dei Tinariwen si deposita invisibile sin dentro il cruscotto della mia vettura. I dubbi, come i debiti, possono attendere. E’, comunque, tutta musica di qualità che consiglio ai lettori di ascoltare, poi ciascuno di loro sceglierà secondo i suoi gusti e la sua sensibilità. Magari confutando le mie impressioni. Io, nel frattempo, continuo a lasciar suonare sul mio lettore cd un album turco che mi hanno portato da Istanbul. Loro si chiamano Pinhani e il disco Inandigin masallar (spero di non aver invertito il nome del gruppo con il titolo dell’album e, soprattutto, non chiedetemi cosa diavolo significhino queste parole, è facile, non lo so…). Le foto dei due (?) membri del gruppo fissano due visi puliti, semplici, convincenti. Si assomigliano, paiono fratello e sorella. La loro musica è accattivante, seducente, possiede un certo non so che di autentico, di fresco. Quasi fossero i Coldplay degli anni migliori, quelli dei loro esordi. Se vi capita di passare da quelle parti ve lo consiglio, mamma mia, in gamba davvero questi turchi!

Angelo Villa

Scialla!

di Francesco Bruni

Italia 2011

Produzione: IBC Movie, Pupkin Production, Rai Cinema

Quando le parole non fanno paura

Stavo per scegliere un altro genere; passeggiavo nei dintorni della fantascienza alla ricerca di uno di quei film dal respiro globale, con picchi di catastrofismo e tensioni salvifiche spettacolari. I film che usano l’ottica macrocosmica nel raccontare le paure e le ansie generalizzate che ci provoca questo lungo tempo di crisi sono abbondanti. Invece poi ho cambiato idea, ho fermato lo sguardo su dimensioni più piccole e più vicine. Ancora una volta propongo un film italiano. Ecco, ho trovato una commedia che fa ridere la maggioranza di quelli che sono in sala; io sono nella minoranza. Per me ha il tono narrativo che ti strappa di frequente un sorriso amaro. Anzi, superata la superficie, si arriva ad un fondo che non ha più nulla del sorriso, è solo amaro. Una commedia, appunto, di quelle che scorrono sul filo di una sceneggiatura minimalista, che sta in piedi sui soliti rapporti conflittuali tra i soliti personaggi nella solita scenografia metropolitana. Siamo a Roma dove un professore e uno studente, divenuti coinquilini per uno strano evento, si scoprono padre e figlio e imparano a gestire il nuovo legame. Ma la patina di dejà vu rivela particolari insoliti che, a ben guardare, non sono proprio rassicuranti. Bruno è docente di italiano e latino, ha smesso di insegnare, non tornerebbe mai più a scuola. Triste, apatico, catatonico. Eppure è intensamente avvinghiato agli insegnamenti letterari dei padri latini, che cita di frequente e con passione. Le uniche parole che lo fanno vibrare sono quelle latine. Luca, è studente al liceo classico, nella scuola sta stretto come un ippopotamo in un vaso di fiori, perciò in classe ci arriva sempre tardi e malvolentieri. Ansioso, insofferente, inquieto. Si allena a boxe, non conosce un’acca di latino ma parla bene la lingua degli sciallati, quella che esorta a prendere tutto con calma, quando tutto calmo non è. I gesti di rabbia rivolti agli adulti, le mosse azzardate che lo spingono nelle braccia dello spaccio di droga, i sorrisi a metà scambiati con gli amici raccontano e ricordano molti ma molti profili simili al suo, qui, ora, nella scuola di oggi. Con un mondo interno sgangherato ma vivo, alla ricerca di un presente senza pesi sulle spalle, perché fa troppa paura sognare se poi il sogno non si realizza. Mi metto nei panni di un adolescente e mi chiedo come si possa imparare la storia di Achille se si è seduti in un’aula dalle pareti soffocanti e l’insegnante, ritta su sé stessa come una mazza di scopa, è pronta solo a voler correggere l’incorreggibile? Certo che è poi molto meglio tapparsi le orecchie con le note di musica rap e fissare là, fuori dalla finestra. Al professore abulico, quando scopre che il suo studente è pure suo figlio, capita di provare finalmente delle emozioni. Di paura, soprattutto; pensando che il figlio senza titoli di studio e senza ambizioni avrà un futuro zoppo, che vive in un presente fermo, schivo, e si mette pure in fuga da tutti quelli che provano ad “accollarsi” a lui. Alla fine un legame tra i due si forma, il che è davvero un enorme traguardo. Ma l’orizzonte è spento, i riverberi della stanchezza del padre/professore intrecciano le ombre esistenziali del figlio/studente. E attendiamo una svolta che non arriva mai, nel film. Siamo davvero così impantanati? Quanta e quale distanza siderale si frappone tra l’adulto e il giovane! Ancora è tanta, malgrado gli sforzi, la non comunicazione. La sua assenza diffusa. La presentazione della vicenda accade senza retorica e senza punteggiature morali; la maggioranza delle inquadrature riprendono gli interni: dell’appartamento, della scuola, dell’auto. Le uniche tracce di Roma sono campi medi di sprazzi di strade piccole e meno piccole. Il vero scenario della vicenda è il linguaggio, anzi l’incrocio tra il linguaggio veneto dell’adulto e il linguaggio spinto romanesco del giovane che, appena le circostanze assumono un livello di complicazione superiore ad 1, sfodera l’imperativo magico “scialla”: stai tranquillo, vivi sereno, è tutto a posto, non ci pensare, rilassati, prenditela comoda, non ti preoccupare. Nei momenti di massima tensione, più ci esortano alla calma e più la calma diminuisce, più ci ordinano di star calmi è più verrebbe da fracassare un bicchiere in terra. “Scialla!” è l’imperativo del titolo del film, il suo contenuto però può avere effetti collaterali opposti. Un film che ti fa pensare nello stesso momento in cui ti chiede di non farlo. Interessante.

Cristiana La Capria

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