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Scelti per voi

Claudia Alemani, Maria Cristina Fedrigotti

Donne e nonne. I volti di un ruolo sociale

Stripes Edizioni, Rho (MI) 2012, pp. 120, € 13,00

Eccoci, ora tocca a noi. Sì, proprio a noi, la generazione di donne cresciute negli anni Settanta, che hanno portato avanti (magari senza ottenere i risultati sperati) le lotte femministe per la parità tra i sessi, decise a rivendicare un ruolo anche al di fuori delle mura domestiche e a ridisegnare i modelli femminili impersonati dalle proprie madri. Oggi, è proprio la nostra generazione a essere giunta alla soglia della “nonnità”, e a essere chiamata ancora una volta a ridefinire un ruolo femminile: questa volta, quello di nonna. Una ridefinizione, come sempre, difficile, talvolta contraddittoria, ma stimolante e appassionante.

È proprio questo il tema del libro Donne e nonne. I volti di un ruolo sociale, scritto da Claudia Alemani e Maria Cristina Fedrigotti e pubblicato dall’editore Stripes nella collana “Impronte”.

Un libro che nasce da una ricerca condotta su venti nonne di oggi, che si raccontano e si confrontano su una serie di temi. Ad esempio, quello del tempo dedicato ai nipotini, e della difficile ricerca di un equilibrio che consenta anche di continuare a coltivare i propri impegni e interessi; quello delle attività che le nonne fanno con i nipotini, e della stanchezza di una giornata passata con loro a rincorrerli e giocare; quello delle consegne, ovvero il margine di autonomia che le nonne hanno nella gestione dei nipotini, e quindi il rapporto con i genitori (figli e figlie)…

Temi che concorrono a delineare un ritratto preciso delle “nuove” nonne che oggi siamo. Nonne che hanno avuto (o che hanno ancora) un’attività lavorativa, che si sono conquistate un margine più o meno ampio di autonomia anche rispetto agli stereotipi della generazione che le ha precedute, ma che ora si trovano alle prese con altri stereotipi: per esempio, quelli per i quali l’associazione donna e cura (dei bambini, ma anche dei membri della famiglia più anziani) è naturale, e per i quali ci sentiamo in colpa se ci capita qualche volta di dover negare il nostro aiuto.

Nonne d’altra parte innamorate dei loro nipotini, capaci di abbandonarsi al gioco e alla tenerezza con loro come non avevano fatto con i propri figli, e che anzi vedono nei nipoti l’occasione di “recuperare” quel tempo e quella tenerezza che non hanno potuto dedicare ai figli. Un sentimento che d’altra parte le accomuna alle giovani madri, che vivono oggi lo stesso conflitto, combattute tra l’amore dei figli e la necessità di realizzarsi anche al di fuori delle mura domestiche.

Il tutto, mentre il nostro ruolo di accudimento è sempre più importante, in una società in cui tra carenze di servizi e lavori precari dei genitori, diventa fondamentale l’ammortizzatore costituito dalla disponibilità delle nonne a fare da “tappabuchi”.

Un libro, insomma, che ci aiuta a riflettere e a interrogarci sul nostro ruolo di nonne, da vivere con gioia, ma anche con la consapevolezza che oggi abbiamo la possibilità di reinventarlo per vivere con pienezza anche questa fase della nostra vita.

Annalisa Pomilio

Giovanna Providenti

La porta è aperta. Vita di Goliarda Sapienza

Villaggio Maori, Valverde (CT) 2010, pp. 208, € 15,00

Sembra un destino quello di Goliarda di essere messa al mondo sempre, nel bene e nel male, dalle donne. Certo, la madre, persona straordinaria, prima dirigente donna della Camera del Lavoro, nei primi anni del 900: impegnata sul piano politico, fu un punto di riferimento per le donne, che spronava anche attraverso pubblicazioni come “Su compagne!”. Una madre che, per Goliarda, fu una presenza commisurata al suo grande impegno politico, civile e sociale che, negli anni del fascismo, era particolarmente difficile. Nonostante i continui arresti, dovuti all’attività politica, aveva cercato comunque di rimanere, in particolare per Goliarda, un punto di riferimento preciso. Proprio per questo, nel ’43, la madre decise di seguire la figlia adolescente a Roma per poterle restare vicina e seguirla nella frequenza all’Accademia d’Arte Drammatica. Prima di essere scrittrice, Goliarda fa anche l’esperienza di attrice teatrale e cinematografica girando anche per famosi registi ma, in seguito, la scrittura diventa la sua passione più importante. Una passione che le viene contrastata anche per il tipo di vita che Goliarda conduce, all’insegna di una sua particolare visione del mondo, di una vita libera, lontana dal perbenismo. Così uno dei suoi romanzi più amato La porta è aperta terminato nel 1977, rimane a lungo inedito, come peraltro altre sue opere.

Scrive
Goliarda: “Da due anni ho finito il mio lavoro dieci anni di lavoro serene e senza ambasce. Ma al momento che ho deciso di pubblicarlo, l’esterno osceno di Roma con autobus, folle, insegne e sirene della polizia, s’è riversato (non avessi socchiuso la porta) nella mia stanza-spazio mentale, stravolgendo tutto, rendendo tutto affannoso, nevrotico e…insensato. Riesco, almeno per adesso, a non farmi sommergere da queste volgarità e meschinità che muovono “il mondo del reale”.

Nella vita di Goliarda molte saranno le donne che da una parte la incenseranno e tante, senza apparenti ragioni, diverranno le sue detrattrici. Soprattutto quelle e quelli che le rimproveravano di dire le cose impopolari ed in piena libertà. Un personaggio come lei, un’anima così sensibile, viva, capace di alterarsi per l’amore dell’altro, sconta la pena di possedere quell’autenticità che a molti fa paura. Fa paura perché vengono “costretti” a confrontarsi con qualcosa che temono e che, per ciò stesso, sfugge alla loro comprensione. Per certi versi sembra essere la “paziente designata”, più facile a cadere nelle trappole della disagio mentale e del carcere, benché lei del carcere – ne parla in una intervista condotta diversi anni fa da Enzo Biagi – si sia fatta un’idea straordinariamente “visionaria”, quasi fino a rendere grazie a questa esperienza. Goliarda parla delle ferite, della vulnerabilità umana e della possibilità di trovare, proprio dentro queste fragilità, l’essenza dell’umano. E’ certo che come scrive la sua biografa d’eccezione, Giovanna Providenti, chi come Goliarda è capace di vivere in compagnia di un avviso appeso all’ingresso del suo suo attico romano: “La porta è aperta: dentro non c’è nulla di valore. Soltanto cose vecchie (per me preziose). Entrate pure. Ma, per favore, non rovinate nulla, possiede davvero qualcosa di quello scarto che stupisce e crea la possibilità, l’ambiguità e il desiderio di farci i conti.

Giovanna Providenti, nel mettere al mondo La porta è aperta. Vita di Goliarda Sapienza, è riuscita a realizzare un’opera, completa e puntuale, da certosino, tanto da avere ottenuto critiche molto colte e raffinate per questo importante saggio, scritto come un romanzo. Giovanna è riuscita a fare rivivere sentimenti ed empatie, a dare la netta percezione proprio di quello “scarto”, del dolore, dell’immaginario, dell’irraggiungibile desiderio di Goliarda, riattivando nel lettore le parti di sé meno accessibili, eppure così presenti in ognuno e, meglio ancora, in ognuna. Giovanna in questa minuziosa biografia di Goliarda e, in certo modo, delle figure familiari che l’hanno preceduta, riesce a mettersi nei panni della sua eroina scrittrice, aderendovi alla perfezione: i documenti che studia per ore, le interviste che fa in giro per l’Italia ad amici, conoscenti, amori, amanti, estimatori e detrattori di Goliarda, sono l’humus che fa crescere il personaggio e il desiderio di conoscere questa sfortunata scrittrice più da vicino, di chiedersi come e perché la si sia potuta ignorare o misconoscerne ricchezza e talento. La ricostruzione dei fatti, dei luoghi, dei sentimenti e di ogni dettaglio, sono passaggi cari all’Autrice al punto che, a volte, sembra che Giovanna si trasformi, quasi dissolvendosi nella sua immagine, quasi assumendo così le sembianze di Goliarda, quasi facendola, ancora, rinascere alle nostre attenzioni.

E’ Goliarda o è Giovanna ?

La porta è aperta. Vita di Goliarda Sapienza può essere davvero una porta per entrare, accompagnati, accuditi, arricchiti, nel mondo, nelle opere e nella vita di questa grande scrittrice del Novecento.

Una vita che molto può dire e dare alle lettrici e ai lettori, una vita spesa a dispetto di perbenismo e conformismo di ogni matrice, una vita accompagnata da “Il vizio di parlare a me stessa”.

Maria Piacente

Sandro Bellassai

L’invenzione della virilità. Politica e immaginario maschile nell’Italia contemporanea

Carocci, Roma 2011, pp. 180, € 17, 00

L’autore chiarisce fin dalle primissime pagine le intenzioni del suo testo, “tratteggiare alcuni passaggi essenziali di una storia del virilismo come ideale politico che implica dinamiche sociali e culturali che definiscono limiti e possibilità della libertà e del potere nelle relazioni tra donne e uomini”. L’attenzione si rivolge alla dimensione della costruzione sociale dell’immaginario, che si propone come pubblica e normativa e l’ipotesi che guida la riflessione è che “il virilismo come valore collettivo nato per rispondere alla temuta detronizzazione e svirilizzazione ‘moderna’ dell’uomo a fine Ottocento, abbia svolto in primo luogo una rilevante funzione in termini di aggregazione del consenso maschile nella nascente società di massa, rassicurando gli uomini sulla persistenza della loro virilità e supremazia nei confronti delle donne.

Si tratta dunque di affrontare la storia italiana per poco più di un secolo adottando una prospettiva di genere, quello maschile, e questa narrazione e ricostruzione sessuata si dimostra una prospettiva interpretativa importante per comprendere le costruzioni sociali e culturali che hanno fatto e fanno da sfondo e sostanza al racconto politico della contemporaneità. E del nostro presente in cui, “il virilismo ‘classico’ […] è morto […] ma non è ancora stato sepolto e […] si fa attendere un onesto congedo da quel sistema culturale che non è più la lingua ufficiale del nostro sistema sociale. Eppure, ancora oggi assistiamo in Italia alla ripetizione, apparentemente eterna, di un copione mille volte rivisto: una storia di insicurezze e angosce maschili destinate a condizionare pesantemente i livelli di democrazia e libertà dell’intera società.

Il periodo da cui si avvia la riflessione di Sandro Bellassai è la fine Ottocento, momento critico e cruciale in cui gli uomini, non tutti ma in particolare i maschi egemoni direbbe Robert Connell, percepiscono come possa essere messo a rischio il tradizionale dominio virile dalle trasformazioni della modernità e dalle nuove libertà che le donne iniziano a vivere e a pretendere.

Si viene costruendo allora, a partire da quegli anni, un quadro di fondo, “L’idea che la ‘natura’ avesse forgiato il genere maschile per il comando e l’eccellenza fu riaffermata con forza in un preciso tornante storico, e descritta come una verità eterna e incontestabile, proprio quando iniziò a essere seriamente contestata e minacciata.

Il testo percorre quindi gli anni dell’imperialismo e del colonialismo italiano in cui “il dominio su un altro uomo ‘inferiore’ aveva storicamente un effetto corroborante per il senso di virilità di un uomo che si ritenesse superiore” e l’esercizio della ‘giusta violenza’ “non poteva che aggiungere, dunque, ulteriori onorificenze virili alla propria figura di uomo.

In seguito gli anni del ‘ventennio’ in cui “la mascolinità fascista fu […] una mascolinità rude, pronta e anzi ben disposta al sacrificio, dotata di modi spicci, di idee nette e solide, di un linguaggio sprezzante e volitivo”. All’interno di questa rappresentazione del virilismo la presunta minorità della donna risultava ancor più necessaria poiché avrebbe dovuto garantire un’immagine di femminile “segnata da inferiorità, obbedienza, dedizione alla famiglia.

Ma negli anni seguenti il secondo conflitto mondiale questa ‘giusta distanza’ gerarchica non fu più possibile: a partire dal declino degli anni Sessanta all’agonia terminale dei decenni seguenti il virilismo dominante, ‘classico’ avviava la sua parabola di decadenza.

Nel contempo il corpo maschile iniziava ad assumere una visibilità legata alle costruite necessità di nuovi consumi che il mercato andava imponendo. Dalle riviste maschili, nate in quegli anni, emergeva, ed emerge, ormai, una “maschilità precaria, che va definita, e in costante pericolo di ridefinizione in corso d’opera.

Quel virilismo o patriarcato, “morto ma non sepolto, che ancora ci impone “un’infinita, beckettiana attesa di un funerale che non arriva mai, mentre, ancora, “nell’Italia di oggi la messa in scena della virilità sul palcoscenico politico è più imponente che mai”.

E’ un libro importante questo testo di Sandro Bellassai, un contributo essenziale al delinearsi della profondità, radicalità
cruciale e necessaria della prospettiva di genere per la comprensione degli anni della contemporaneità.

L’autore apre nuovi spazi di ricerca identitaria e di relazioni per gli uomini che vi partecipano, per i quali la critica alla costruzione sociale della mascolinità non parte solo “da esigenze intellettuali o teoriche, ma diviene una “molto concreta opportunità di libertà nelle proprie vite, esperienze, relazioni.

Un congedo affettuoso da parte mia a questo libro di Sandro, con cui condivido passioni, ricerca, esperienze comuni di ‘nuova’ politica tra donne e uomini. Il suo testo lo raccomando a chi sia personalmente interessato allo svolgersi di vicende storiche che, nel chiarirsi attraverso una percorso interpretativo e narrativo ‘sessuato’, offrono ad ognuno l’opportunità di comprendere meglio l’epoca in cui viviamo, con le sue contraddizioni, oppositività, guadagni e perdite per ambedue i generi. Perché, donne e uomini, siamo legate e legati a destini e scelte tra loro profondamente intrecciate, nel privato e nel pubblico, nel politico come nei rapporti d’amore e affetto. C’è molto lavoro da fare, insieme o separatamente, lo sappiamo, per ricostruire, riscoprire, dare o ridare alla luce nuovi linguaggi, nuove forme di pensarsi e mettersi in relazione tra i generi. Un lavoro personale, di ognuno, e un lavoro di ricerca da offrire alla lettura e ulteriore interpretazione degli altri e delle altre, per proseguire nel dialogo, in vicinanza e distanza.

Barbara Mapelli

Marina Piazza

L’età in più. Narrazione in fogli sparsi

Ghena, Roma 2012, pp. 173, € 13,00

Il bel libro di Marina Piazza sulla vecchiaia mi ha molto colpita.

Ricordo che alla lettura delle prime bozze una commozione forte si era impadronita di me. Letteralmente non riuscivo a smettere di piangere e a costruire un parere che non fosse solo la risonanza empatica con le riflessioni di un’autobiografia che smuoveva parti profonde della mia “anima”.

Marina mi chiedeva “Come lo trovi?” e io sfuggivo a lei e a me stessa.

Forse perché vi sono aspetti sgradevoli per il fatto stesso che vi si parla di vecchiaia, qualcosa che costituisce un tabù nella nostra epoca di gioventù coatta per tutte/i? Non credo.

Certo è che mi sarei aspettata qualcosa di simile ai precedenti libri di Marina: l’utilizzo di apparati concettuali propri della ricerca degli studi di genere e il distacco intellettuale di una biografia generazionale. Mi aspettavo un libro sulle donne di settant’anni e ho trovato molto di più: un percorso femminile individuale di ricerca di verità e di senso per sé.

Marina stessa ci spiega perché: “mentre in gruppo abbiamo attraversato la vita, la vecchiaia è solitaria”.

Sul fatto di non avere una mappa per l’età avanzata e di dover scoprire il tessuto della nostra vita attraverso i fili diversamente intrecciati del Tappeto dei ricordi, che è la metafora del dipinto di Klee che l’autrice ci consegna e che dall’inizio ci segue per tutto il testo, si fonda il lavoro che Marina svolge con questa scrittura.

Un lavoro duro, un faccia a faccia con se stessa, ma prezioso perché “forse in qualche parte utile a qualcun altro”. E per me lo è moltissimo.

Per essere in grado di avviare la nuova creazione di senso che la vecchiaia richiede; per mantenere la consapevolezza di essere una generazione di donne innovatrici di identità; per prenderci cura di noi con attenzione e coraggio anche nelle riflessioni più difficili quali quelle sulla estrema vecchiaia, la morte e il commiato che Marina non edulcora; per tutti questi scopi l’autrice ci propone il metodo dell’autobiografia in “fogli sparsi.

Non un filo rosso ordinatore nel flusso degli eventi, ma un intreccio tra l’emergere caotico dei ricordi e la consapevolezza della rappresentatività della propria storia come role model, come grandezza femminile nelle circostanze di tempo, di luoghi e di relazioni.

Citerò soltanto alcune di quelle circostanze che più fanno scattare in me il meccanismo della identificazione. “La cosa più bella che mi sia capitata nella mia vecchiaia è l’innamoramento per Giovanni, il mio primo nipotino. Incontrando lui ho incontrato nuovamente me stessa.

Gli episodi di Marina e Giovanni inteneriscono il nostro sentire, immersi come sono in paesaggi idilliaci: la natura rigogliosa della primavera, i giochi all’aperto e con gli animali amici, i dialoghi intimi sulle prime scoperte del bambino.

Mi sembra che Marina ce ne fornisca una doppia interpretazione. Da un lato il recupero pieno e ricco di una maternità un po’ smemorata e frettolosa di noi mamme degli anni ’70, dall’altro la possibilità di sperimentare una relazione affettiva forte con piccoli uomini, dove il maschile si esprime nella ingenuità, nella energia e nel fascino di una differenza allo stato puro.

Un’altra passione emerge dal tessuto dei ricordi ed è quella per il lavoro. Un lavoro con i tratti della vocazione, sacro fuoco che concentra “interesse sociale, politico, di studiosa…” Il lavoro come un buttarsi a tutto campo senza risparmio di sé e di energie.

Non è che Marina non veda gli aspetti negativi della scarsa e sempre rimandata cura di sé che ne deriva, ma è come se con il procedere dell’età anche questo nodo ingarbugliato acquistasse un suo più preciso significato. Il senso della continua apertura e costruzione di universi di possibilità per sé e per il mondo: piacere, complessità, sfida.

E fin qui gli aspetti luminosi dell’età avanzata. Ma l’autrice non ci risparmia anche il tessuto di solitudine, perché “non c’è più nessuno che ti pensa davvero, di smarrimento di fronte “la grande caverna della vecchiaia”, di percezione “dell’orrore del vuoto che ci attende e che già sentiamo, di rancore “per tutte le vite non vissute.

Lavoro duro, sempre condotto sul filo precario di un equilibrio tra lucidità adamantina e riconciliazione amorevole. Un compito etico però, che Marina Piazza ci indica come ineludibile, se vogliamo accedere a una elaborazione di senso che non ci è più data dall’esterno, come accadeva nella giovinezza e nella maturità ma viene ora dall’interno, in questa “età in più” della vita che “sentiamo, anche con un certo sgomento,completamente nelle nostre mani.

Luisella Erlicher

Duccio Demetrio

Perché amiamo scrivere. Filosofia e miti di una passione,

Raffaello Cortina Editore, Milano 2011, pp. 170, € 13,00

La scrittura di sé, com’è noto, è trattata da Duccio Demetrio in diversi suoi libri. È importante però evidenziare un aspetto distintivo di questo autore: la ricaduta autoanalitica dello scrivere attraversa il corpus complessivo delle sue opere, al di là dei temi affrontati di volta in volta. Intendiamo dire che sia quando tratta dell’autobiografia, sia quando centra l’obiettivo su altri ambiti d’indagine, utilizza la scrittura come strumento non solo di conoscenza, ma anche di autoconoscenza. E tali ricadute autoanalitiche coinvolgono specularmente anche il lettore.

L’ultimo libro di Demetrio, Perché amiamo scrivere. Filosofia e miti di una passione, edito da Cortina, conferma quanto ora affermato e mostra come in queste pagine la scrittura si faccia anche metafora e specchio delle dinamiche psichiche dell’autore. Osservando gli aspetti formali e strutturali di quest’opera (e di buona parte delle precedenti), si resta infatti colpiti dal modo di procedere del pensiero, che segue non un percorso rettilineo, come di regola negli studi critici e nei saggi, ma un itinerario “a spirale”, o meglio “a molla”, immagine che comprende l’idea della tridimensionalità, dello spessore, della profondità. La mente (la scrittura) di Demetrio segue una logica circolare e ricorsiva, procede per successive elaborazioni parziali, avanza solo a patto di ritornare sui suoi passi. La “filosofia del camminare” di questo autore non segue strade già tracciate, il suo pensiero ama i sentieri non segnati che impongono un passo lento e mai unidirezionale.

Nel titolo del libro vengono esplicitati quattro concetti importanti: l’amore, la passione, la filosofia e il mito. L’“amore” va al di là del “piacere del testo” di cui parla Barthes e acquisisce una dimensione
più profonda e tragica perché si intride di “passione”, quindi di forte partecipazione affettiva, ma anche di dolore mentale da elaborare. La “filosofia” è la disposizione più generale della mente a decantare e rendere pensabili le emozioni. Il “mito” è ciò che permette di travalicare se stessi e di agganciarsi ad una dimensione “meta” che vivifica il culturale con il personale e traspone il personale ad un livello archetipico.

Dato che “scrivere è tramite tra sacro e profano, tra reale e immaginario” e permette “l’accesso a un’altra realtà”, la mitologia è un riferimento più che pertinente per la scrittura.

L’analisi di Demetrio prende avvio dalla constatazione che nell’epoca greco-romana nessuna musa è stata preposta all’arte dello scrivere. E così l’autore si dedica a rinvenire sfaccettature di miti riconducibili a quell’arte trascurata.

Ecco dunque Eco che, condannata a ripetere un frammento di parola privo di senso, incarna il potere della scrittura che rompe l’incantesimo alienante e restituisce alla parola ecolalica e vuota una forma compiuta e un significato.

La curiosità di Psiche, che al buio guarda Eros infrangendo l’atto di fede imposto da lui, ricorda che anche la scrittura richiede un atto di fedeltà da accettare a occhi chiusi e che anche la verità che ci viene rivelata dalla scrittura non accetta di lasciarsi scoprire.

La scrittura non offre verità univoche; la sua natura è legata al movimento, alla trasformabilità, e in questo richiama Ermes. Come Circe, evoca tranelli, sortilegi, illusioni in chi la usa.

Dato che “scrivere è memoria e oblio”, è d’obbligo il rimando a Mnemosine, ma anche a Lete.

Tra le tante altre presenze che attraversano le pagine del libro troviamo Arianna con il suo celebre filo; Piramo e Tisbe, presi a emblema del fatto che scrivere è affrontare l’equivoco, la doppiezza, la tragedia.

Didone rappresenta la solitudine e il silenzio, condizioni essenziali della scrittura. Narciso è l’esempio di chi “non sa distinguere dentro di sé due persone: il corpo e il riflesso”, mentre “chi scrive accetta di essere altro da sé tanto agli occhi degli altri quanto sulle proprie pagine”. Sisifo incarna la fatica, anche se quella dello scrivere è diversa, perché è ripetizione apparente e non infinita.

In conclusione si può affermare che una dimensione di mito è intrinseca alla scrittura autobiografica, in quanto offre all’autore un’immagine di sé ricca, tridimensionale, modellizzata e culturalmente riflessa, che poi si riverbera nella quotidianità. Con un avvertimento importante dell’autore: “toccherà a noi vigilare affinché non divenga la nostra unica ragione di vita”.

Gian Luca Barbieri

Gianmaria Testa

Vitamia

Incipit 2011, € 19,50

Wilco

The whole love

Anti-/Epitaph 2011, € 19,50

Amy Winehouse,

Lioness: hidden treasures

Universal 2011, € 20,90

Adele

21

XL Recordings 2011, € 15,90

La voce, questione o, parafrasando Barthes, grana complessa. Difficile definirla, per un verso, quasi impossibile dimenticarla, per un’altra, una volta associata a una persona. Quella di De André, ad esempio, è inconfondibile, molti di noi sono musicalmente cresciuti con il suo timbro caldo e suadente nelle orecchie, con la sua capacità di lasciar intendere le parole con chiarezza, una dopo l’altra. Come se distillasse un liquido prezioso. Un dono unico di sé, agli altri, incontestabilmente. Ma che senso ha, oggi, dopo la sua scomparsa, riproporre la sua voce facendola accompagnare dalle pompose sonorità di una celebrata orchestra sinfonica? Un’operazione commerciale? Un ennesimo atto di quella insopportabile e nauseante beatificazione del Faber che prosegue inarrestabile da diversi anni? Non saprei rispondere, ma reputo l’iniziativa di cattivo gusto, in odore di necrofilia… Lasciamo in pace i morti, please. E, quindi, passiamo allora ai vivi. Gianmaria Testa è un cantautore bravissimo, sensibile e delicato che meriterebbe ben altro successo. Il suo ultimo cd Vitamia è, manco a dirlo, decisamente bello. Però, c’è un però. Testa è intonato, sa cantare. Ma la voce, la voce… Se quest’ultima è la traccia che identifica un cantante, qui tocchiamo il punto debole dell’artista piemontese (e, se non erro, capostazione di professione…). Nella sua voce, infatti, si ritrovano echi di altre, più note. Effetto che genera nell’ascoltatore una sensazione confusiva di straniamento. Chi sta cantando? A volte sembra di sentire Fossati, altre Paolo Conte o Capossela… Insomma, mi sembra ciò penalizzi non poco i lavori di Testa, alla stregua di un impedimento che non permette alla sua personalità artistica di venire pienamente alla luce.

Con la voce gioca invece alla grande Jeff Tweedy, leader dei Wilco, quando va in falsetto nella deliziosa “The whole love”. Per qualche settimana, lo ammetto, il brano mi ha creato una certa qual dipendenza. Non smettevo di sentirlo e, quando anche non lo ascoltavo, la sua melodia non mi usciva più dalla testa. Stupendo album pop! Nella mia vita, dice Jeff, la musica è stata la zona libera dai conflitti. Intendendo per conflitti, vicissitudini quali l’abuso di droghe, la depressione, le liti interne alla band e così via. The whole love, è il titolo dell’album, non è infatti un album triste e il faccione di Jeff, guardatelo su “Youtube” quando si esibisce dal vivo al David Letterman Show, sprigiona contentezza e passione per quel che sta facendo. Oltre al brano già citato, del resto, l’ottavo album della band contiene una manciata di canzoni veramente notevoli, come “Art Of Almost”, “I might” e soprattutto, a pare mio, quella che lo chiude: “One Sunday Morning (Song for Jane’s Smiley Boyfriend)”. Secondo alcuni è addirittura il miglior album del 2011. Io, per quel che mi riguarda, alzo la mano e voto a favore!

E le donne? Da Faber mi spingo sino alla povera Amy Winehouse, un cognome, un destino. A legare il primo alla seconda non è solo l’abuso di alcool, ma anche l’esaltazione post mortem. I rotocalchi hanno scritto tutto e il suo contrario, trasformandola spesso, Amy, in una stella di prima grandezza. Io non ne sono convinto. Anche il celebrato Back to black mi è parso francamente sopravvalutato. Ora, questa è la pratica in uso presso le case discografiche, vengono ristampati brani incisi in precedenza anche quel che non era stati, ovviamente, ritenuti degni d’esser pubblicati. Malignamente, qualche spirito perfido li chiamerebbe fondi di magazzino. Definizione, forse, eccessivamente ingenerosa ma quantomeno più realistica di quel “tesori nascosti” (sic!) con cui vengono adesso immessi sul mercato. Il titolo esatto dell’album è Lioness: hidden treasures.

Mah, mi è sembrato un po’ noiosetto. Non mi ha procurato particolari emozioni e dopo un po’ di volte che girava sul mio lettore cd mi sono stancato. Mi pareva un’ottima musica di sottofondo, un po’ poco per quel che andavo cercando… In compenso, l’ho sostituto con un altro, quello sì in grado di procurarmi un’indubbia e intensa soddisfazione. Lo so, non ditemelo, la scelta non è per nulla originale, l’album ha venduto una barcata di copie, lei ha raccolto critiche entusiastiche, alle quali, nel mio piccolo, non posso far altro che aggiungere la mia. Sto parlando, of course, di Adele e del suo album 21. I suoi brani li conoscono ormai tutti, specie quel “Someone like you”, il singolo (non so se mi spiego…) più acquistato del decennio, quello che interpreta ai British Awards ha fatto piangere tutti, lei compresa. Ha solo ventitré anni. Dove arriverà? La leggenda racconta che all’età di quattordici ascoltando un cd di Ella Fitzgerald e Etta James qualcosa le è scattato dentro. Da allora la sua vita cambiò e, oggi, eccola qui… Mettete 21 sul vostro lettore e avvertite subito come la sua voce passionale vi trascina via, con cuore e forza. E chi l’ascolta ingenuamente non chiede altro, non domanda che di perdersi dietro ad essa, sperando che il cd non finisca mai. Bastano le prime note, tanto incalzanti da togliere il respiro, di “Rolling in the deep” e la magia è fatta. Se qualcosa che vagamente assomiglia a un anelito alla libertà avesse una voce, ebbene credo che quella di Adele potrebbe essere una. Potente, fresca, sensuale. Mi spiace per Amy, che Dio l’accolga e la compensi di tutto
quello che non ha avuto in vita, ma con Adele proprio non c’è confronto! Parere, ovviamente, del tutto personale…

Angelo Villa

Albert Nobbs

di Rodrigo Garcìa

Gran Bretagna, Irlanda 2011

Produzione: Amblin Entertainment

Lo spazio delle apparenze

Questa volta il film che intendo lanciare sotto i riflettori non tematizza una questione immediatamente imparentata con l’argomento focale di questo numero – gli spazi del mutamento – ma fa qualcosa di più. Fa fare esperienza degli spazi fisici e psichici che sono oltre lo schermo.

Questo film, che tratta del delicatissimo problema dell’identità di genere e dei suoi multipli snodi, ci mette nelle condizioni di fare esperienza degli spazi assenti dal film, di quelli sottratti alla vista, di quelli mai inquadrati e mai ripresi. Degli spazi segreti. In questo modo ci portiamo a casa, ancora più del solito, ciò che noi stessi abbiamo saputo e voluto vedere del film. Un buon esempio di insegnamento filmico, quindi.

Ma cominciamo dalla storia. Albert Nobbs è un signore di ottime maniere e di pochissime parole che lavora come cameriere in un albergo di Dublino di fine Ottocento. Lo incontriamo tra i tavoli mentre serve con pazienza e saluta con rispetto i clienti. Dai primissimi piani non ricaviamo mai uno sguardo o un sorriso di troppo, mai una smorfia. Poi lo osserviamo entrare nella sua camera da letto e chiudere di fretta la porta alle spalle. Con secca rapidità si piega verso il pavimento di legno, ne solleva un’asse e tira fuori un sacco con del denaro a cui aggiunge le monete accumulate quel giorno, contandole con cura maniacale. Questo signore composto, ragioniere di sé stesso, conduce una vita arida e finalizzata al solo scopo di aprire, un giorno, un negozio in proprio. Fa venire un po’ i brividi. Ma quando la padrona dell’albergo chiede a Nobbs di condividere con l’imbianchino Hubert Page la sua camera da letto per una notte, noi scopriamo il suo segreto: sotto quella divisa impettita è compresso un corpo femminile. Albert è una donna che vive da uomo per potere lavorare e guadagnare dei soldi. Anche Hubert è in realtà una donna travestita ed ha pure una moglie che si è scelta per rendere più credibile la finzione. Ha una moglie? Ma come fa una donna travestita a fare credere ad un’altra donna di essere un uomo anche sotto le coperte? O non fanno sesso o se lo fanno conoscono entrambe benissimo il loro vero sesso. E qui sta l’interessante lavoro che ci fa fare il film. Ciò che ci viene mostrato è Hubert (un finto uomo) che pranza in casa con sua moglie Cathleen (una donna). Ciò che non ci viene detto è tutto il resto: cosa si dicono, cosa pensano, cosa provano quando sono oltre la superficie dello schermo. Quello spazio mentale ci è sottratto, così lo vediamo meglio: l’amore tra due donne. Questo è uno spazio che ha un valore ambivalente: in quanto dato sociologico è del tutto agghiacciante assistere al salto mortale (travestirsi da uomini) cui erano costrette le donne per vivere nella società in modo autonomo ma, come dato relazionale, risulta assolutamente potente il legame che unisce sentimentalmente i personaggi femminili della storia.

Anche Albert Nobbs vuole confezionare al meglio la sua finzione e prendere moglie, la decide a tavolino e la punta: è la giovane cameriera dell’albergo, Helen, già legata a un poco di buono e pure gravida di lui. La ferrea compostezza di Albert non si lascia fermare dagli ostacoli. In superficie sembra cercare nella donna la copertura della realtà; ma in profondità altre dimensioni si agitano nell’animo. Albert ama Helen e chissà se anche Helen non ricambi.

Sotto il vestito ben fatto delle false apparenze – le uniche a venire bene esibite nel film – noi incontriamo spazi fisici ed emozionali assai complessi: donne che si amano sottovoce e al buio. A chi sta in sala comodamente seduta in poltrona verrebbe da alzarsi in piedi e andare a strappare la parete dello schermo per liberare, almeno per un attimo, l’involucro della costrizione femminile; è una spinta simile a quella che porta Albert e Hubert a strapparsi per un giorno gli abiti maschili e andare in giro con le gonne e le gambe libere di correre in riva al mare. Per un solo giorno, libere nella mente e nel corpo. Un film che fa tristezza e si digerisce lentamente. Ma ne vale la pena.

Cristiana La Capria