Scelti per voi

Simona Forti

Il totalitarismo

Laterza, 2001, pp. 140, e 9,30

David Bidussa

La mentalità totalitaria

storia e antropologia

Morcelliana, 2001, pp. 114, e 7,75

Tzvetan Todorov

Memoria del male tentazione del bene

Garzanti, 2001, pp. 399, e 19,63

Nell’analizzare le dittature di massa di questo secolo, la categoria del totalitarismo è stata usata prevalentemente per individuarne il carattere “criminale” che non a spiegarne le capacità di attrazione. La coercizione più che l’adesione.

Se prendiamo questi altri versanti, ci accorgiamo di come il totalitarismo faccia parte della modernità, sia pure come mutazione, esasperazione e accentuazione di alcuni caratteri che appaiono come innovazioni.

La contrapposizione tra il “valore” della democrazia e il “disvalore” del totalitarismo, pur giustificata sul piano etico e politico, è stata poco produttiva sul piano storiografico, e non ha permesso do comprendere l’essenza e i caratteri del totalitarismo.

La diade antifascismo e anticomunismo come insieme di categorie, per il ruolo che hanno rivestito in questo dopoguerra, hanno rallentato la possibilità di approfondire la natura dei regimi totalitari, individuandone il legame con la società contemporanea.

Il lavoro di todorov cerca di cogliere le debolezze e aporie delle democrazie occidentali, soprattutto sul terreno dell’identità, su cui il totalitarismo ha saputo creare risposte originali, capaci di fondare consenso, nonostante le tragedie imposte alla collettività.

Todorov prende il comunismo e il nazismo come esperienze paradigmatiche del totalitarismo, cercando i fondamenti di una ideologia che si fa stato, che si riassume nello stato. Le opposizioni tra particolare ed universale, antimoderno e ultramoderno, fatalismo e volontarismo, presenti contemporaneamente senza mai elidersi, formano la base di questo processo.

Le biografie che lui ci propone, di soggetti che hanno vissuto in prima persona in regimi totalitari, e che dall’interno si sono interrogati, hanno preso posizione, affrontando
i nodi della democrazia che i totalitarismi hanno risolto in modo violento e sanguinario, costituiscono il filo conduttore del testo. Così i problemi posti dal presente, nell’epoca del post-totalitarismo, trovano nell’analisi il peso del passato nel presente, il suo eccesso o la sua mancanza attraverso le figure di Vasilij Grossman, Margarete Buber-Neumann, David Rousset, Primo Levi, Romani Gary, Germaine Tillion.

A questo testo si aggiungono due libri brevi in cui il totalitarismo viene analizzato come concetto che attraversa l’esperienza della modernità, filo segreto che si dipana lungo l’esperienza storica, interrogando il nostro presente.

Il primo è un testo di Simo Forti, che analizza il concetto sul versante della filosofia politica. Passando attraverso il lavoro di Hanna Arendt (dei cui scritti politici tradotti in italiano Simona Forti è curatrice) a cui sono dedicate pagine chiare che permettono  di accostarsi alla studiosa del totalitarismo. Da qui si spazia a Leo Strass, Levinas ed altri, e allora la lettura del fenomeno si espande ad includere fenomeni distanti per famiglie di appartenenza.

Così le considerazioni finali sul lavoro di Foucault ci riportano alla discrezionalità che il potere si arroga di decidere sulla sorte dei suoi sudditi in base al principio del rafforzamento della specie in nome della quale quel dominio si esercita, sia esso rispondente al mito ariano o al mito della classe operaia. Questa dimensione rappresenta la sintesi ultima del totalitarismo e non un accidente di percorso.

Su queste dimensioni, sono interessanti le riflessioni di Segev sulla nascita dello stato di Israele. La vergogna che ha accompagnato gli scampati all’Olocausto che sono andati a vivere in Israele, l’impossibilità di fare i conti con il passato, rimandano alla colpa che il totalitarismo ha introdotto, al segno che ha lasciato come colpa nella sopravvivenza. Ma le riflessioni che Segev introduce, portano a pensare alla necessità di non dare per scontata la democrazia, ad interrogarsi sul pericolo di adesione ai miti della razza e della terra, del sangue e dell’onore come strutturali e coevi al totalitarismo.

L’ultimo testo è quello di Davide Bidussa sulla mentalità totalitaria. Qui l’analisi prende in considerazione le condizioni di preesistenza del totalitarismo, che ne permettono l’emergere e la diffusione, la sua stessa stabilizzazione.

“Il totalitarismo riguarda ambiti di destra e di sinistra; si modella in relazione a versioni narrative e persuasive –in breve retoriche- attraverso le quali attori politici configurano una condizione della stabilità del potere; stabilità, infine, che è il prodotto ndi una domanda di insicurezza sociale e di incertezza collettiva.

L’esperienza totalitaria non è la vacanza della ragione, bensì è la spia di una domanda di semplificazione sociale e culturale a fronte di una complessificazione delle società contemporanee……….da una parte la configurazione dell’ordine gerarchico come salvezza………….dall’altra la fondatezza della gerarchia totalitaria come domanda di sicurezza, come espressione di una mentalità che trova nella forma del totalitarismo una risposta”.

(A.C.)

Yves Mény, Yves Surel

populismo e democrazia

Il Mulino, 2001, pp. 312, e 18,08

Sono nate negli ultimi anni in tutta Europa formazioni politiche di tipo populista. Ciò che caratterizza tutte queste formazioni è la contrapposizione del “noi” al “loro”, dove il “noi” è fondato sull’emozione collettiva, su un senso di partecipazione da cui “loro” ci hanno esclusi.

Questa contrapposizione è stata favorita da fenomeni quali la crisi delle élites dominanti, minate al loro interno dalla corruzione, da un rapporto irrisolto con la giustizia, da una perdita dei referenti che tendenzialmente dovevano rappresentare. A partire da questi aspetti si situa lo spirito rigeneratore del populismo, che non si pone come antidemocratico, ma come difensore della democrazia compiuta. Come portatore e depositario dello spirito di partecipazione dei cittadini. Ma questo nodo della democrazia non è solo patrimonio della destra, e per questo il populismo non può essere caratterizzato solo come un movimento di destra. Occorre infatti interrogarsi sul problema della formazione della classe dirigente, sul suo rapporto con i diretti, sui valori che la fondano e la legittimano.

Lasciare questi interrogativi solo alla destra permette la deriva attuale del populismo, che trova allora il fondamento del “noi” nel mito dell’etnia, dove il popolo invece che farsi cittadino si fa nazione. Così, di fronte al processo di integrazione europea, si riscoprono le nazioni, baluardo del populismo europeo. Populismo europeo che cerca di radicarsi nel localismo, riscoprendo miti originari assai dubbi, ma utili a fondare una possibile identità a fronte di insicurezze incalzanti.

Non è solo a destra che il populismo ha proliferato, ma certamente a sinistra sono mancate possibili risposte. Risposte che evidenziassero e sapessero elaborare il tema della crisi delle democrazie moderne, che sapessero cogliere e declinare il problema della partecipazione, capaci di incanalare questa domanda, di darle un orizzonte di senso.

Oggi, come sottolineano gli autori, siamo costretti a convivere e dovremo convivere a lungo con il populismo, che affidandosi a figure carismatiche sembra indicare come via d’uscita dalla crisi una possibile deriva autoritaria, caratterizzata da una chiusra etnica sempre più accentuata.

(A.C.)

John W. Dawson Jr.

Dilemmi logici.

La vita e le opere di kurt godel

Bollati Boringhieri, 2001, pp. 320, e 46,48

In queste pagine abbiamo già affrontato il problema del rapporto tra creatività matematica e follia. Rapporto che abbiamo tentato di porre per differenza con quello che la follia intrattiene con l’arte. Semplificando potremmo dire che se l’arte costituisce una via d’uscita dalla follia, la creatività matematica ne impedisce invece l’ingresso. Su questa semplificazione ci proponiamo di tornare, rendendoci ben conto che una formulazione così secca rischia di esporci a parecchi fraintesi.

Queste riflessioni (già avanzate in occasione della recensione della biografia del premio Nobel J. Nash) ci sono ritornate alla mente leggendo la bella biografia di Godel pubblicata da Dowson.

A titolo di esempio del rapporto con il significante di Godel, basti citare l’episodio della richiesta di cittadinanza americana da parte di Godel. Al commento del giudice sulla dittatura che governava l’Austria, Godel risponde di aver individuato la possibilità “logica” di una dittatura anche negli Stati Uniti “io so che può accadere, e posso provarlo”. Fermato in questa diatriba da Einstein e Morgenstern, viene allontanato. Ci interessava qui la mancata distinzione tra piano logico e piano storico, con una adesione alla lettera che impedisce di distinguere.

L’ultima parte della vita di Godel sarà caratterizzata dall’accentuarsi della paranoia, che lo porterà al rifiuto di mangiare per paura di essere avvelenato. Sarà questa denutrizione che lo porterà alla morte.

Il testo segue il lavoro scientifico di Godel intrecciandolo con la vita, lavoro la cui importanza per il pensiero del novecento abbiamo già sottolineato in occasione della pubblicazione del primo volume degli scritti presso lo stesso editore.

Il tono sobrio, chiaro, senza inutili svolazzi o semplificazioni dell’esposizione, la rende un’opera utilissima per introdursi al pensiero di Godel; questo senza perdersi nei meandri di applicazione del suo teorema in modi errati a campi del sapere sbagliati.

(A.C.)