Scelti per voi

Remo Bodei

Destini personali

Edizioni Feltrinelli, Milano, 2003, pag. 488, € 26

La coscienza è la grande protagonista del lavoro di Bodei, dove il lato incosciente della vita si mostra come il grande antagonista. Ma seguiamo il lavoro partendo da alcune domande che l’autore pone nell’introduzione “..A quale campo di aspettative, implicite o esplicite, corrisponde la richiesta di identità personale o di coscienza di sé? Come dar senso al divergere irrelato d tanti destini individuali che accettano o rifiutano l’omologazione promossa dalle istituzioni? Come varia nel tempo il bisogno di dire “io” o “noi”, di presupporre un orizzonte di senso proprio e relativamente unitario, soprattutto ora in un mondo che si “restringe” e che mette in contatto diretto civiltà prima differenti o indifferenti tra loro? E’ possibile scollare la coscienza dal corpo e dagli eventi che la hanno plasmata? Come sfuggire ad una storia idealistica del soggetto, evitando di ignorare i conflitti, i condizionamenti materiali, fisici o economici, l’agire alle sue spalle di forze sicuramente orientabili ma –almeno per ora- inestirpabili? Come incrementare il potere dell’individualità in modo da non cadere in varianti del superomismo, che legittima spietate gerarchie sociali, o di narcisismo, che mura l’individuo in se stesso? Come insegnare a masse corrotte dai totalitarismi o dai conformismi, avvezze al primato del “no”, ad apprendere a dire “io” senza iattanza e con sobrio senso del reale e del possibile?”.

Nel cercare di formulare risposte possibili queste domande John Locke e Artur Schopenhauer costituiscono i riferimenti preliminari per tratteggiare due linee divergenti di sviluppo: quella dell’individuo e della sua autonomia e quella dell’eliminazione o della denigrazione del principium individuationis.

In Locke la rivalutazione del tema della coscienza è operata introducendo nella mente l’elemento della discontinuità, il problema del tempo, ed è la tradizione empirista che riesce a dar conto di quel rimanere se stessi nel cambiamento che può aiutare a comprendere la questione dell’autonomia individuale.

Schopenhauer rivendica invece il primato di un’alterità che alberga nel soggetto, di un’estraneità insediata nel cuore di quanto crediamo più familiare. E’ l’antagonista della coscienza, non l’inconscio, ma l’incosciente che si mostra come vita, autoconservazione, volontà cieca. La scelta per Locke porta Bodei ad una presa di distanza da coloro che Ricoeur e Foucault  avevano chiamato i maestri del sospetto: Marx, Nietzsche, Freud. Bodei ne riconosce l’importanza, ma sostiene che da tali contesti culturali e teorici, attraverso semplificazioni, si sono sviluppati movimenti che hanno finito con lo svalutare, con il ruolo della coscienza, il ruolo dell’individuo e della sua autonomia nella società e nella storia.

Nella seconda parte del libro l’attenzione viene spostata sui processi di colonizzazione dell’io per giungere alla domanda cruciale: perché gli uomini scelgono di perdere la loro autonomia e decidono di subordinarsi a qualcuno? Qui passando attraverso le tragedie del novecento Bodei individua  un impasto di sofferenza e godimento nella scelta di subordinarsi agli altri, derivato anche dal fatto che la subordinazione alleggerisce il peso, a volte insostenibile della responsabilità e dell’autonomia individuale.

“Ciascuno dovrà tuttavia, in termini weberiani scoprire quale sia il demone che tiene i fili della sua vita…” scrive l’autore nell’ultima pagina, ma seguire questo percorso non significa forse riaccostarsi a quella scuola del sospetto, depurandola dalle derive che l’hanno svilita e semplificata. Nel rapporto tra l’io e il noi, non si riaprono forse strade che ne svelino l’illusorietà e l’intima solidarietà tra godimento e sofferenza, che non è che il risvolto dell’intima solidarietà tra leader e vittima, che si unificano nelle figure moderne della politica. Altre domande, che fanno eco a quelle iniziali e che rilanciano un percorso di lavoro lungo il quale questo testo si pone.

A cura di Clara Gallini

Patrie elettive

I segni dell’appartenenza

Bollati Boringhieri, Torino, 2003, pag. 224, e 18

Il titolo “Patrie elettive” del libro, viene da un’immagine coniata da Ernesto De Martino ne La terra del rimorso, dove la Puglia viene intesa come patria elettiva del tarantismo, cioè di un complesso di pratiche e rappresentazioni che marcherebbero in modo distintivo un territorio e una cultura, una lezione in cui le pratiche sociali non solo hanno una storia, ma che essa allude a un’idea in cui il territorio viene caricato di un finalismo che l’indagine deve preliminarmente incaricarsi di smitizzare e di smontare. Con questi assunti ci si allontana perciò da un’antropologia assunta come scienza naturalistica della civiltà, per porsi invece in continuo confronto con la storia, con il divenire storico.

Le patrie elettive sono quindi quei terreni simbolici, verbali, gestuali, in cui gli individui costruiscono la loro identità collettiva e, attraverso pratiche sociali, danno senso alla propria storia e la caricano di ritualità identitaria. Le patrie elettive non individuano mai un tragitto individuale verso una condivisione di contenuti, di istanze progettuali oppure di regole condivise. Descrivono o sintetizzano quei luoghi fisici, quelle forme simboliche, quei riti praticati che permettono la ostruzione della propria identità cosciente in un tempo dato.

Queste procedure rimandano allora ad alcune pratiche sociali che contemporaneamente definiscono l’identità comunitaria di appartenenza e le pratiche interrelazioni con l’esterno. “Possiamo allora leggere i segni come gli strumenti che vengono messi in campo dai soggetti per costruire insieme l’appartenenza e i suoi significati. I segni hanno una duplice natura, sia pratica sia fantasmatica: si riproducono infatti nell’immaginario sociale attraverso parole, oggetti, gesti, azioni capaci sia di intervenire sul reale sia di rappresentarlo. In questo senso, si può parlare di efficacia simbolica, nella misura in cui questa nozione rinvia anche alla complessa spirale di reciproche determinazioni che connette soggetti e segni, significanti e significati, e che consente di leggere ciascuna appartenenza nello stesso tempo come situazione data e come processo a venire.”

“Di fatto, ogni appartenenza esiste e si manifesta attraverso un lavoro sociale di produzione dell’identità e della differenza, cioè attraverso l’attivazione di modalità atte a indicare che questo o quello è un gruppo,…Più in generale, si tratta di un lavoro simbolico e relazionale: simbolico perché veicola segni e produce significati, relazionale perché  costruisce insieme il sé e l’altro da sé, instaura confini distintivi tra chi è dentro e chi è fuori il territorio …da essi delimitato…Ogni processo simbolico ci appare dunque come un continuo processo di significazione e risignificazione dell’esistente”.

Tutti i contributi del testo si iscrivono in queste riflessioni. Dalle appartenenze deboli prodotte in località distanti come i mercati di Napoli e Accra, alla valorizzazione di un immaginario etnico nella Sierra Nevada, riproponendo tutti come centrale il tema della memoria, che diviene il filo conduttore nell’analisi delle parate repubblicane di Belfast.

Ma è proprio il significato da dare al passato, e quindi alle relative memorie, la posta in gioco cruciale di molte espressioni di comune appartenenza.

Tema centrale questo, soprattutto oggi che si inventano passati fittizi o mitici, tanto falsi quanto inutili, o piegati ad altri scopi, o quando la memoria viene azzerata da una falsa pietas, che nel cordoglio della morte annulla le responsabilità della vita.

Lea Melandri

Le passioni del corpo

Bollati Boringhieri, Torino, 2002, pag. 187, e 15

Se il testo di Bodei cercava di espungere l’inconscio per proporre un discorso sulla coscienza, ma si poneva all’inizio la domanda sul corpo, il libro di Lea Melandri parte proprio dal corpo per avanzare nell’analisi dell’oggi. Già nell’introduzione  sottolinea come la sottrazione all’ambito della natura di alcuni passaggi cruciali dell’esistenza (la nascita e la morte come paradigmatici) si possa leggere come una volontà di potenza e dominio dell’uomo dove “controllare la nascita, produrla, non significa solo estromettere la donna, ma illudersi di poter intervenire su tutti i limiti che alla nascita sembrano fatalmente connessi”. Individuando nel corpo la prima alterità con cui fare i conti, il primo limite irriducibile al governo del soggetto.

“Ripensare la libertà a partire da ciò che è parso storicamente necessario…vuol dire invece riattraversare il limite facendone un passaggio di esperienza, l’apertura verso nuove possibilità: vuol dire, in qualche modo, modificarlo.”

“La predominanza dello scenario delle origini sembra espellere, o mettere sullo sfondo, i segni che lasciano le costruzioni storiche sulle vicende più drammatiche degli individui, comprese la nascita e la morte. Le ragioni di questo evidente spostamento vengono dall’autobiografia, dall’esperienza politica del femminismo e dal desiderio, in me sempre vivo, di sottrarre al silenzio o alla chiacchiera divorante dello spettacolo una preistoria che ha il corpo come interlocutore e parte in causa……”

Lungo questi fili si snoda un testo importante e molto bello. Difficile dare conto di tutti i temi toccati, cercheremo solo di individuare un filo di lettura nostro, avvertendo di una parzialità che forse non è del testo, e tenendo conto dei limiti di spazio.

Ci pare che il discorso del corpo si saldi a quello del limite attraverso la caratterizzazione di un campo “biologico” che resiste,  e che segna in questo collocarsi un primo confine, che è il confine della preistoria e della nascita come della morte. Confine non superabile, col quale i conti non tornano mai, e le cui fantasmatizzazioni si ritrovano nell’approccio di Freud al narcisismo (molto
interessante la lettura della Melandri su questo punto) come nel sogno d’amore, entrambi letti come nostalgia del ritorno all’origine, del fare uno. Fare uno che però tiene conto dei confini del corpo, a differenza delle patologie moderne (in particolare l’anoressia) che negano quel confine in una sorta di fantasia di superamento che coincide con la negazione dell’esistenza. Ma qui si salda l’ultima parte di riflessioni autobiografiche che cerca di rendere conto nell’esistenza quotidiana dell’incontro con questi limiti. Nella vecchiaia e malattia della madre, come nella morte del padre, la riflessione si fa secca, trova uno scoglio che nel dolore rimanda al limite, a domande non poste perché prive di risposta, quasi trattenute in una sorta di pudore che incrocia il tempo proprio e quello della storia. Qui la riflessione sul sogo d’amore assume altre curvature, che rimandando al tema del ritorno alle origini se ne staccano in una quotidianità che segna l’esistenza del corpo nella storia. Parte non pleonastica questa finale, ma centrale, in cui l’autrice si assume con coraggio l’onere di mettere alla prova la teoria, mostrando come ogni vera teoria è intrecciata e originata dall’esistenza, da domande sull’esistere che intessono la trama dell’esistenza stessa nel mentre la sottraggono al silenzio di un corpo solo biologico.

Con questo testo Lea Melandri si ripropone come una delle pensatrici più originali del femminismo italiano,  anche nel ricercare l’intreccio tra approccio psicoanalitico, teoria e stagioni della vita, e forse anche tutto il lavoro (e la vita?) dell’autrice.