Scelti per voi

Rosi Braidotti

In metamorfosi

Verso una teoria materialista del divenire

Feltrinelli, Milano 2003, Pagg.354, Euro 38,00

Il testo si presenta come un libro filosofico piuttosto che come un libro di filosofia, è una sorta di cantiere del pensiero, un work in progress in merito al quale risulta difficile prendere la parola, vuoi per la stessa provvisorietà dei risultati, vuoi per le indicazioni d’uso fornite dall’autrice.

I concetti attraverso i quali il libro si svolge in uno zig zag verticale, in un movimento che la stessa autrice avvicina al rimbalzare della fune del bungee jumper, sono quelli di incarnazione, immanenza, differenza sessuale, rizomatica, memoria, resistenza e sostenibilità, ruotando intontro alla nozione di soggetto articolato come non unitario, diviso, nomade, in trasformazione.

I due nodi attorno ai quali si struttura il discorso della Braidotti sono quelli del materialismo della carne e quello del potere. L’autrice rende esplicito che il soggetto del femminismo non è la Donna come alterità complementare e speculare all’uomo, bensì un soggetto incarnato complesso e stratificato che ha preso distanza dall’istituzione della femminilità come linea di rappresentazione del femminile propria del pensiero occidentale.

La nozione di soggetto incarnato è un sito di interconnessione tra un preciso percorso del pensiero occidentale – che mette in evidenza la struttura corporea della soggettività e le questioni a essa connesse come la differenza sessuale e la sessualità – e l’apporto della psicoanalisi. Pertanto in questa visione della soggettività, sia l’affettività, sia il desiderio, sia l’immaginazione entrano nell’attività del soggetto e si intersecano con le problematiche che investono il corpo. Corpo che “..resta un fascio di contraddizioni: un’entità zoologica, una banca dati genetica, pur continuando ad essere un’entità biosociale, vale a dire una lastra di ricordi codificati e personalizzati”.

In questa linea di lettura della soggettività risulta centrale la considerazione del pensiero della differenza sessuale di Luce Irigary come ripresa dell’importanza della materialità corporea. Il soggetto femminista non è rigidamente imbrigliato dall’elemento corporeo marcato sessualmente, ma proprio dalla supposta naturalità della differenza femminile, la soggettività femminista ha potuto elaborare un divenire soggetto.

“Quel che mi attrae di filosofie francesi della differenza quali i soggetti multipli del divenire di Deleuze o il femminile virtuale di Irigary è che non si fermano alla superficie delle questioni dell’identità e del potere, ma ne afferrano le radici concettuali…Di conseguenza, l’emergere di nuovi soggetti sociali è sempre un’impresa collettiva, esterna al sè, anche se del sè mobilita le strutture profonde. Il dialogo con le teorie psicoanalitiche della natura divisa della soggettività occupa dunque una posizione di primo piano nella mia agenda e si svilupperà lungo l’intero libro”.

Il secondo capitolo è volto a proporre un percorso tra Deleuze e una lettura femminista dell’opera deleuziana rintracciando delle interrelazioni nei confronti di una lettura dell’alterità. L’altro diviene allora un orizzonte mobile di scambi e divenire, “verso il quale i soggetti non unitari della postmodernità muovono e dal quale sono a loro volta mossi”.

Come si vede l’accento è posto sul divenire e la mobilità, e l’ultimo capitolo sul soggetto cyborg e l’immaginario tecnologico che lo circonda cerca di rendere visibili queste trasformazioni segnate dalla mobilità e dal divenire.

Quel che a nostro avviso viene tralasciato è la permanenza di certe forme della soggettività, il loro volgersi al passato per sottrarsi al divenire, ma non per questo meno intrise di desideri, fantasie e sessualità. Forse la nozione di mobilità e pervasività dl potere, che in alcuni scritti di Foucault giunge ad una reificazione, non permette di cogliere insieme mobilità e permanenza, portando a privilegiare un polo che diviene il punto unico di  immersione nel proprio tempo. Materia di riflessione per un libro filosofico.                                                         A.C.

Antonella Squilloni

Libertà esteriore. Libertà interiore.

Due aspetti del pensiero greco.

Olschki Editore, Firenze 2004, Pagg. 168, Euro 18,00

“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti. Il bisogno di affermare la libertà come diritto inalienabile dell’essere umano è indizio di quella coerenza fra la coscienza dell’uomo che, “volendo” essere libero, si “sente” libero e responsabile della propria vita e la realtà quotidiana che il più delle volte annulla questa identità. Esiste, infatti, una profonda differenza fra l’ “essere” libero e il “sentirsi” libero: “essere” libero è un concetto che si definisce in relazione all’esterno, al mondo circostante, nella sua manifestazione sociale e politica; “sentirsi” libero, al contrario, è concetto che riguarda la sfera interiore, individuale. In altre parole, nel primo caso l’ “essere” libero dipende dalle circostanze esterne che possono aiutare l’uomo a realizzare le sue aspirazioni o, al contrario, possono costringerlo ad agire in un modo che va contro il suo volere. Nel secondo caso “sentirsi” libero fa riferimento ad un principio interno all’uomo che prescinde dalle circostanze esteriori. L’angoscia esistenziale dell’uomo di tutti i tempi nasce dallo scontro di queste due dimensioni: il “fuori” e il “dentro”. Il peso degli eventi che incatenano l’uomo al proprio destino individuale mortificandone le aspirazioni e i sogni, spesse volte gli nasconde, o addirittura annulla, la capacità di sviluppare un atteggiamento libero ed autonomo.”

Ci si scusi la lunga citazione, che rischia di togliere tanto spazio a recensioni di solito brevi, ma ci è sembrato importante riportarla estesamente poichè individua il filo conduttore dell’interesse suscitato dalla lettura del testo. L’autrice individua le due dimensioni della libertà politica e della libertà
interiore legandole in modo dialettico agli eventi storici. La libertà interiore, in una prima fase strettamente legata alla libertà politica, che si declina prima come libertà rispetto al corso degli eventi, come decifrazione dei segni che di volta in volta si manifestano per giungere alla verità, sforzo di comprensione che conduce alla decodificazione della necessità degli eventi. Poi, successivamente, gli interrogativi di efficacia della libertà democratica a livello politico si riverberano  sull’aspetto individuale e morale “..la libertà sulla quale i filosofi indagheranno non sarà più quella strettamente politica, anche se di questa sarà in un certo senso il naturale sviluppo”, ma si declinerà soprattutto come l’affermazione del vero e reale “io” ottenuto attraverso il dominio sulle passioni.

Gli spunti di riflessione che il testo offre sono parecchi, senza cadere in facili trasposizioni storiche, alcuni temi ci appaiono ancora attuali. In particolare vorremmo segnalare il capitolo dedicato al nomos, cioè al rapporto tra libertà e legge. Il passaggio dalla legge oracolare a quella razionale e umana, il concetto di limite che perimetra la libertà “libero è colui che può affermare la sua libertà attraverso la legge e grazie alla legge, ossia concorrendo alla formazione o alla trasformazione dei nomoi cittadini”. Il rapporto con la legge, con il limite, l’incontro con la castrazione che ci segna come soggetti rendendoci liberi, sono temi sui quali ancora oggi ci confrontiamo, e che l’autrice delinea nello sviluppo storico del pensiero e della società greca, avvicinandoli a noi non attraverso banali trasposizioni, ma rispettandone la collocazione e contemporaneamente sottolineando quanto quei discorsi siano anche i nostri.                                 A.C.

G. Bertan

Il labirinto, Arianna ed il filo

Autismo e patologie gravi nel labirinto della psicoterapia

Edizioni Borla, 2002 Pagg. 160, Euro 16,00

Nel prologo del suo libro “Il labirinto, Arianna ed il filo” G. Bertan descrive il bellissimo labirinto all’interno della villa di Stra – sulla riviera del Brenta – definendolo solo come un angolo di quel grande giardino, una zona dietro alle quinte di un ampio palcoscenico e rappresenta così la stanza dove lavora con i bambini: “un intricato labirinto dove bambini e terapeuta si cercano, si incontrano ed insieme cercano quel filo di Arianna che permetta loro di trovare strade percorribili che conducano a narrarsi sul palcoscenico della vita”.

Ed in questi labirinti la Bertan ci fa entrare e ci mostra, ci narra il lavoro con alcuni suoi piccoli pazienti.

Emerge allora la specificità dell’intervento terapeutico in casi di autismo dove è sottolineato con forza non il genere di terapia scelto (quale è l’intervento migliore?) quanto il presupposto che importante, essenziale per trovare il filo, è il tipo di rapporto che si instaura tra terapeuta e bambino.

La Bertan riprende un concetto Piagetiano che afferma che il maggior punto d’accordo tra psicologia evolutiva e psicoanalisi è che l’affettività è il motore della cognizione. Dal racconto della terapia con i bambini emerge chiaro come il bambino autistico è principalmente inafferrabile e che il disturbo autistico si presenta soprattutto come problema di interazione. E’ paragonato il lavoro terapeutico con il bambino a quello che le “madri sufficientemente buone” fanno con i bambini che definiamo “normali”: “contenere, supplire, trasformare, narrando loro ciò che fanno senza poterlo narrare in attesa che nascano storie condivise”.

Ma se parliamo di interazione è chiaro allora che il lavoro terapeutico non può essere rivolto solo al bambino ma risultano importanti tutti gli altri interventi che ruotano intorno al bambino: il lavoro con i genitori, con gli educatori, con gli insegnanti.

E il lavoro con i genitori presuppone l’accogliere le loro angosce e le loro fatiche cercando di riportarli a vedere la naturalezza dell’essere genitori in modo che trovino dentro se stessi risposte e strade da percorrere con il loro figlio.

Il testo della Bertan è denso di storie “emozionanti” ma soprattutto colpisce la paziente attesa dei tempi, l’uso rispettoso del linguaggio e delle modalità comunicative del bambino, il credere che da un labirinto, aiutati da un filo usato sapientemente perchè non si spezzi, si può uscire. E questo labirinto diventa allora davvero solo una zona dietro le quinte di un più ampio palcoscenico.

Mariarosaria Monaco

Barbara Mapelli, Gabriella Seveso

Una storia imprevista

Femminismi del Novecento ed educazione

Guerini Studio, Milano 2003, Pagg.210, Euro 25,50

Proviamo ad indicare qualche buon motivo per andare a leggere un testo che di primo acchito si presenta come troppo denso e variegato. L’antologia curata da Barbara Mapelli e da Gabriella Seveso, ha come titolo un curioso aggettivo, “imprevisto”, inventato a suo tempo da Carla Lonzi per parlare del movimento femminista degli anni settanta e che qui utilizziamo come aggettivo adatto ad interpretare le azioni che le donne, e in questi ultimi anni anche alcuni uomini, hanno insieme compiuto per cominciare a realizzare una relazione pedagogica soddisfacente.

“Avete un’idea di quanti libri sulle donne si scrivono in un anno?

E avete idea di quanti fra questi sono scritti da uomini?

Vi rendete conto di essere, forse, l’animale più discusso dell’universo?

(Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé)

Benché sono oramai passati parecchi anni, la citazione mi sembra tuttavia particolarmente attuale.

E’ ancora a tutte e tutti evidente come, pure oggi, anche se in modo meno vistoso, i centri del potere e del sapere – il nesso non è casuale – sono perlopiù nelle mani dei maschi.

L’antologia prende in esame due periodi storici del movimento femminista particolarmente fruttuosi; il primo (1900-1930), curato da Gabriella Seveso, riflette sul processo di emancipazione delle donne, il secondo curato da Barbara Mapelli, mette in luce gli aspetti più interessanti del movimento femminista che ebbero inizio dagli anni ‘70 a tutt’oggi partendo anche dalle riflessioni di Luce Irigaray, sviluppati poi in Italia da altre filosofe come Adriana Cavarero.

Dalla lettura del testo, ricco di scritti e documenti condensati per la prima volta in uno stesso volume, si ricava una imprevista vivacità intellettuale e di testimonianze. Storie di donne, forgiate dalla storia e dai loro affetti. E nella parte ultima del volume anche storie di uomini, finalmente, capaci anch’essi di raccontarsi. Uomini che insieme alle donne prendono le distanze dall’aberrante figura patinata e così ben descritta nel libro-manifesto del collettivo francese Tikkun Elementi per una teoria della Jeune fille (recensito sul numero 5 di Pedagogika.it dell’anno scorso). Una presa di distanza e di emancipazione dalla mercificazione in tutte le sue implicazioni, che lascia spazio alle espressioni del corpo e della sessualità non coatta di tutti i generi in divenire.

Allora il femminismo del novecento, per usare le parole di Rosi Braidotti (Nuovi soggetti nomadi, Roma, 2002) “si basa sulla stessa nozione di identità femminile che è storicamente destinato a mettere in discussione”.

Maria Piacente

Umberto Fiori

Tutto bene professore?

Croci e delizie del corpo docente

Baldini Castoldi Dalai , Milano 2003

Umberto Fiori, ex cantante dello storico gruppo rock italiano degli Stormy Six, insegna dal 1985. Poeta, ha pubblicato dal 1985 ad oggi cinque libri di poesie (Case, Esempi, Chiarimenti, Tutti, A bella vista), oltre a recensioni e saggi critici. La sua maniera di parlare di scuola, di alunni ed insegnanti è completamente diversa da quella della maggior parte dei suoi colleghi: lontano dai tecnicismi, ha orrore del gergo didattico e del linguaggio sociologico. Ogni tanto, sfogliando le pagine di questo libro, viene da pensare al compianto Sandro Onofri e ai suoi bellissimi libri sulla scuola.

Il libro di Fiori è un libro rischioso, come è rischioso, oggi, scrivere ancora sulla scuola. Il suo è uno sguardo oggettivo e impietoso sulla situazione della scuola italiana dopo la riforma dell’attuale ministro dell’istruzione Letizia Moratti. La scuola delle tanto decantate tre I (Internet, Industria, Inglese) non prepara più alla vita, come faceva tempo fa: ora la scuola “deve” preparare al posto di lavoro, una sorta di corso di formazione in vista dell’assunzione (ormai sempre più ipotetica) in
azienda.

Una delle possibili cause può essere ricercata, secondo Fiori, nella degradazione della figura del professore. A partire dagli anni Ottanta il professore, un tempo figura rispettabile, è sempre più considerata dal grande pubblico “una figura patetica, uggiosa, sorpassata, insopportabile: un Grillo parlante da schiacciare con una martellata, senza pensarci due volte”. C’è in oltre una progressiva crescita, nel paese, di un antintellettualismo che non ha precedenti neppure nel ventennio fascista: pur non essendo il professore propriamente un intellettuale, o essendo piuttosto un intellettuale sui generis, ha sicuramente subito questa situazione.

Tutto bene professore? è ricco di situazioni contrastanti, di un senso costante di disagio da parte dell’insegnante: da una parte ciò che gli viene richiesto e che reputa inutile (la scuola-azienda e la burocrazia), dall’altra ciò che sa fare (il rapporto con gli alunni, la trasmissione del sapere) che però non interessa più a nessuno. Il libro è interamente percorso da un doppio binario, da una doppia chiave di lettura: all’inquietudine e all’angoscia di certi passaggi se ne sostituisce in altri una calma serena, rilassante. La capacità dell’insegnante di saper sempre ascoltare i ragazzi (divertente e emblematico in tal senso è l’episodio dell’alunna nazista alla quale il professore fa esprimere liberamente le proprie opinioni) è qualità imprescindibile e necessaria per diventare professore. L’insegnante è qui sia una figura atemporale, depositaria di un sapere storico, sia un elemento, neanche il più importante, gettato negli ingranaggi dell’asettica scuola del futuro. La diversità del libro consiste proprio nel dare un’identità a questa figura, nel non farla diventare personaggio: il ruolo ormai canonico dell’inetto, secondo la tradizione del romanzo novecentesco.

Daniele Comberiati

Domenico Cosenza

Jacques Lacan e il problema dellatecnica in psicoanalisi

Astrolabio, Roma 2003, Pagg. 170, Euro 14,00

Onore alla precisione, all’articolazione argomentativa e alla chiarezza: chi ha mai detto che Lacan sia illegibile o peggio ancora presti inevitabilmente il fianco a una prosa deteriore e detestabile di  cui un certo lacanismo, specie nel nostro Paese, ha fatto uso e abuso, quale improbabile supporto di pensieri tanto confusi e labili quanto pretestuosi o arroganti?

Domenico Cosenza, riprendendo il filo della rilettura, imponente e sistematica, dell’insegnamento del grande psicoanalista francese che, con spirito cartesiano, ha intrapreso Jacques Alain Miller, dimostra la profonda intelligibilità e l’ineguagliabile rigore che anima la ricerca di Jacques Lacan.

Siamo lontani anni luce  dalla fumisterie o dagli specialismi psicoqualcosa. Ciò è tanto più encomiabile allorché si considera il tema che Cosenza prende in questione, quello cioè della tecnica analitica.

La strada, quella da percorrere, era già stata aperta nel modo più corretto, ovviamente, dallo stesso Freud. Non esistono, sottolineava il padre della psicoanalisi, problemi specificatamente tecnici nella nostra pratica. Ogni questione tecnica, ribadiva Freud sbarrando il cammino a qualsiasi tentazione tecnicistica, riflette, risponde di un nodo teorico.

La tecnica, insomma, non è un rituale mortifero da ossessivi incalliti, una prassi burocratizzante chiamata a rassicurare e a sopire il desiderio dell’analizzante e quello dell’analista.

Dopo Freud, i passi tesi a introdurre dei mutamenti nella tecnica analitica non sono stati molti: si pensi alla psicoanalisi infantili, in primo luogo.

Oppure, per quanto riguardi  gli adulti, fondamentalmente, a Sandor Ferenczi, sempre in bilico tra un’avventata e discutibile spregiudicatezza clinica, da una parte, e un coraggio e un’intuitività non comune, dall’altra:  ombre e luci che si intrecciano indistricabilmente in un’esperienza estremamente originale, forse non sempre sostenuta da una riflessione teorica alla sua altezza.

Con Lacan, il discorso muta ed assume un’ampiezza e una complessità seconda solo alla speculazione freudiana.

La tecnica rispecchia una riflessione marcata da un “ritorno a Freud”, creativo e non dogmatico, che viene a rivisitare tutti i cardini essenziali dell’edificio analitico, dal transfert all’interpretazione,  alla pulsione, al soggetto dell’inconscio.

Lo svolgimento della cura subisce, a questo punto, un suo ripensamento radicale, teso a far in modo che la stessa non si atrofizzi nelle paludi di una ripetitività monocorde che assegni all’analista il semplice ruolo di compassato ermeneuta del discorso del paziente.

Lo scandalo delle cosiddette sedute brevi, i “tagli” introdotti dall’analista, le modalità d’interpretazione, l’atto analitico, l’isterizzazione del dire del paziente definiscono nel loro insieme l’arco delle possibili strategie cui il terapeuta ricorre nell’ambito del trattamento: il merito di Lacan è aver permesso di poter pensare alla conduzione della cura in termini nuovi, sino ad allora sconosciuti, sulla base di un processo vitalizzante che chiama direttamente in causa la responsabilità etica dell’analista.

Tutto questo non è il frutto di suggestioni controtransferali o di estetismi capricciosi, ma rappresenta il frutto più maturo e concreto di un pensiero mai banale o scontato, mai fermo su se stesso o chiuso in un ambiguo autocompiacimento.

Domenico Cosenza ripercorre in maniera piana ed esaustiva le tappe della teorizzazione lacaniana  in proposito. Il suo è  un testo ricco e denso, utile a chi conosce Lacan e a chi lo ignora: esso  non dovrebbe mancare  negli scaffali della libreria di ogni psicoanalista o psicoterapeuta.

Angelo Villa

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