Scelti per voi

Rosamaria Vitale

L’amore altrove.

Viaggio all’interno delle relazioni amorose nelle diverse culture

Baldini Castoldi Dalai, pg. 230, € 13,40

Diciamoci la verità, nel giro di una manciata di anni, il nostro mondo si è esteso. I confini, intendo quelli mentali, sono stati scossi. Indietro, questo è poco ma sicuro, non si torna. Ma in avanti, dove si va? Un Sud enorme sembra assediare un piccolo Nord, almeno per quel che riguarda taluni Paesi d’Europa. E’ un Sud che non ha precisi contorni geografici, poiché è all’occorrenza un Est, un Ovest o forse anche un Nord, un certo Nord. La paura e la curiosità vanno di pari passo. Fukuyama, anni fa, sentenziava (sic!) la fine della storia; Huntington, senza mai allontanarsi dalla sua cattedra universitaria, profetizzava lo scontro tra civiltà… Ma la storia non finisce. Non ha pace
l’odio, ma per fortuna nemmeno l’amore. La gente va, si muove, attraversa continenti; lascia per mille e una ragione la propria terra e i propri affetti. Non tutto è chiaro, niente è semplice. Sicuramente, c’è bisogno di capire, di non fidarsi, come fanno spesso gli italiani, di ideologie sbrigative, di destra o di sinistra che siano.

Il libro di Rosamaria Vitale è, da questo punto di vista, estremamente utile e interessante. Non vuole spiegare, impartire una lezione: non è un testo teorico, non ci soffoca con un’ipotesi che si impegna a dimostrare a tutti i costi, passando sopra differenze e latitudini, fatti ed obiezioni. L’amore altrove è un piccolo prezioso testo che offre un sincero e schietto contributo a chi cerca, per l’appunto, di capire, di conoscere chi sono gli “altri”, proprio a partire da quel sentimento fonte di tutti i fraintendimenti possibili e inimmaginabili che è, oh sì, l’amore. La Vitale lascia la parola a delle persone, uomini e donne, che si raccontano con sobria essenzialità. Sono storie ovviamente diverse, di individui che vengono dai più disparati angoli del Sud del mondo e che testimoniano delle loro riflessioni, delle loro vicissitudini intorno all’incontro con l’Altro, dell’amore e della sessualità. Le vicende sono ricche ed intense, e sfuggono, per questo, al rischio implicito di un bozzettismo folcloristico. Ciascuno si espone, si narra in prima persona, non escluso qualche operatore (italiano) delle ONG. L’amore, d’altronde, è un mistero. Anche per gli stranieri. Più precisamente, verrebbe da dire: in amore tutti si è un po’ stranieri… a sé stessi. L’amore altrove implica probabilmente, ci si passi il gioco di parole, che l’amore è altrove. Come sempre, in Cina come in Iran, come in Africa… Ma le differenze esistono, soprattutto perché l’amore nasce dalla parola. Più ancora, dalla poesia.

La passione civile e l’onestà intellettuale della Vitale respingono inutili reticenze. Il quadro che ne esce induce non pochi pensieri. Colpisce, ad esempio, il posto che occupa, in talune testimonianze, la soddisfazione femminile, specie se rapportata a norme sociali che sembrano ergersi per proteggere e cautelare l’angoscia che il maschio sperimenta in proposito. Come sottolinea Guy Désiré Yameogo in Burkina, “la nozione di godimento riferita alla donna non ha senso nella nostra società tradizionale perché l’uomo che vuole godere, fare sesso, la prende e se ne va”.

Che sia questo il vero problema che affligge e domina oggi, sotto mentite spoglie, i conflitti e le tensioni guerrafondaie e “religiose” che esplodono in talune parti dell’universo? E’ il muro del sesso, quello freudianamente più coriaceo e invalicabile, che divide il mondo?

L’amore separa, l’amore unisce. Cosa effettivamente esso sia, noi non lo sappiamo. Né “noi”, né “loro”. In questo siamo (tutti) più vicini di quanto la geografia e la storia ci mostrano. Di sicuro è una magia o un sintomo senza cui non riusciamo a vivere. E’ per amore che ci si ammala, ci si odia, ci si cerca. Si anela ad un altrove che talvolta le parole provano faticosamente ad additare, come strisce luminose disegnate nel cielo. Scrive una donna ucraina: “Io canto e risorgo di nuovo”. L’amore se ne è andato, l’amore ritorna. In Russia, come in Italia. In nessun luogo e dovunque, nel contempo.

Angelo Villa

Federico Rampini

TUTTI GLI UOMINI DEL PRESIDENTE

George W. Bush e la nuova destra americana

Carocci Editore, Roma, 2004, pp. 190, € 14,40

Vi sono testi che partendo dalla politica inducono a riflettere: a riflettere intorno alla nostra quotidianità, a capovolgere luoghi comuni intorno ai quali continuiamo a girare, come girassimo intorno all’ombelico del mondo. Il testo di Rampini ha questi pregi. Non si limita ad una facile demonizzazione di Bush, non riduce il fenomeno alla potenza del denaro o all’invadenza dei media. Ne cerca le radici sul lungo periodo, scova i nessi culturali che hanno reso possibile questo successo.

“La nuova destra americana è andata al potere anche perché i suoi valori hanno persuaso e conquistato una parte ampia della società americana […] Le domande che i teorici neoconservatori cominciarono a porsi sul finire degli anni sessanta erano cruciali e lo sono tuttora. Su quali valori morali si possono rifondare la legittimità delle nostre istituzioni, e i principi della vita sociale, se viene meno la fede religiosa? Che impatto ha avuto l’istruzione di massa sulle credenze del nostro tempo? Che effetto ha la crescita di un’industria della conoscenza su queste stesse credenze? Lo sviluppo dell’economia di mercato porta con sé inevitabilmente un materialismo e un individualismo che minano la solidarietà e la convivenza sociale?”.

Domande non banali, che hanno guidato la ripresa di egemonia della destra americana, unite al fatto che il ceto politico democratico si mostrava impermeabile e chiuso verso l’esterno, egemonizzato da poche grandi famiglie.

Ma il processo è stato di lungo periodo, ha inciso nel profondo della società, ha mutato o reso impossibile l’ambito dei valori condivisi, partendo da domande radicali che cercavano nuove radici alla convivenza, che ridefinivano il patto sociale e di legittimazione reciproca.

Ripercorrendo l’ascesa dei “neocon” al potere negli Stati Uniti, Rampini cerca di individuare come la loro ideologia abbia sfondato ed in tempi brevi sia arrivata al potere. Leggendo, si intuisce che i tempi non sono poi stati così brevi, ma hanno ricoperto un arco di periodo lungo, creando dei gruppi di opinione, dei “pensatoi” culturali che si intrecciavano con la politica. Coglie anche l’autore quanto gli stessi democratici abbiano contribuito al successo di questo gruppo, sottovalutando domande e insicurezze dei cittadini, percependo le loro richieste come “stupide” o “immature”, perdendo di vista il legame con gli umori degli elettori.

Un’ultima osservazione su una domanda che mi ponevo da tempo ed alla quale il testo di Rampini almeno parzialmente offre una risposta. La gran parte dei “neocon” proviene dalla sinistra. Mi sono sempre chiesto che cosa avesse maturato il passaggio di campo, e soprattutto come fosse possibile una trasformazione così estesa e radicale. L’autore coglie bene un nesso di continuità tra il prima e il dopo, individuandolo nel giacobinismo che è rimasto immutato nel passaggio, cioè nel voler costruire l’uomo nuovo e la società buona a colpi di mitra.

Questo del giacobinismo è il tratto che permane, che lega storicamente il prima e il dopo, cemento ideologico che trapassa da sinistra a destra. Non cogliere le difficoltà e le contraddizioni del proprio tempo, pretendere di piegare il mondo con la forza della propria volontà sorretta dalla violenza, anzi vedere in quest’ultima un prolungamento della volontà, rimane il tratto distintivo di tale gruppo. Ma rimane un tratto sul quale interrogarsi, senza cadere nell’errore di raffigurarsi l’altro come stupido. Ciò potrebbe permetterci di superare il facile manicheismo che separa il bene dal male. Forse anche di superare la chiusura del libro di Rampini “Il presidente manicheo che si ostina a dividere il mondo tra le forze del Bene e del Male, ha finito, per trasmettere un atteggiamento simmetrico nei suoi critici e avversari: convinti che il Male sia lui, e la sua America”.                  (AC)

Romolo Perrotta

Manifesto degli studenti

La rivoluzione della secondaria superiore

Armando editore, Roma, 2002, pag. 96, e 8,00

Non  casuale, per certo, la scelta di una prefazione di Mario Capanna, da cui pare prendere ispirazione nei momenti di più alto vigore polemico, quando denuncia non solo errori ed orrori fatti dalle diverse amministrazioni, dai diversi ministri che hanno occupato Viale Trastevere, ma anche quando mette in evidenza i significati più profondi del fare scuola, del modo di intenderla come vita sociale e come esperienza politica.

E non casuale anche il fatto che il post-fatore sia quel ministro Lombardi, nominato da Dini  nel suo governo dei tecnici, l’unico che viene salvato dal nostro Autore del “manifesto”, non foss’altro perchè, pur non essendo, a rigore, uomo di scuola, seppe prospettare un programma intelligente costruito sull’idea di una rivalutazione del ruolo sociale della classe docente, sulla sua gratificazione professionale ed economica, sulla formazione permanente.

La disamina degli aspetti più interessanti del rapporto tra considerazione sociale, livelli retributivi e  modi della formazione è attenta ed ampiamente documentata, anche se talvolta assume carattere assertivo quando non valutativo.

D’altra parte, che cosa si può chiedere ad un testo che si presenta non come un saggio su scuola e formazione o su una teoria del rapporto studenti-docenti, ma bensì come un “manifesto degli studenti e dei docenti”?

Il testo mantiene quel che promette e, anzi, va oltre! Personalmente l’ho consigliato a chi, anche in rete, cercava materiali, suggestioni e spunti per iniziative connesse alle attività di “contenimento”e contestazione della riforma Brichetto-Moratti. L’hanno trovato utile e mi hanno confermato quella idea che mi ero fatto, in prima ed agile lettura, di un qualcosa che stava, ben posizionato, tra il pamphlet e l’handbook, il manuale di pronta ed efficace consultazione, munito anche di strumenti,  schede, bozze di regolamenti ed indicazioni bibliografiche.Queste ultime vengono definite dall’autore “letture essenziali di riflessione e confronto”, dove essenziale sta ad indicare tanto “minime indispensabili” quanto “irrinunciabili”.

Una particolare segnalazione merita, infine, la parte in cui Perrotta, nel sintetizzare il senso e la funzione degli organi collegiali, ne mette in evidenza limiti ed incongruenze, anche se deve poi prendere atto che quegli stessi organismi hanno attraversato gli ultimi trent’anni esaurendo e tradendo, vergognosamente, lo spirito iniziale: “Come un porto sepolto, un tesoro nascosto, un frutto non colto, gli organi collegiali – quanto resta, sia pure infinitamente filtrato, delle proposte indicate dalla contestazione giovanile del ‘68 – attendono nuova linfa e nuove funzioni”.

 Salvatore Guida