Scelti per voi

Luisella Brusa

Mi vedevo riflessa nel suo specchio.

Psicoanalisi del rapporto tra madre e figlia

FrancoAngeli Editore, Milano 2005, pp. 103, E 12,50

Donne non si nasce, donne si diventa, teorizzava, non a torto, Simone De Beauvoir. Già, ma come? Attraverso quali passaggi? E soprattutto, poi, si domandava Freud, che cos’è una donna, cosa vuole?

Non è facile, ovviamente, rispondere a simili domande. Sia per la loro innegabile complessità, sia perché, forse più di quanto siamo disposti ad ammettere, rischiamo inevitabilmente d’essere colpiti dalla sindrome che ha finito per affliggere il Lord Chandos di Hugo von Hoffmannstal: le parole , specie quelle della teoria, scivolano facilmente via, incapaci a dire, a circoscrivere con il necessario rigore le questioni che il reale della sessualità impone. O, altrimenti, all’opposto esse si rinchiudono nelle fragili fortezze di un’ideologia che se risponde, e tutela, il soggetto dal lato della costruzione di una corazza identificatoria, ben poco testimonia della verità di quel che tenacemente vi resiste e che vi sfugge. Ed è, notoriamente, il più importante.

Luisella Brusa sceglie di affrontare il nodo emblematico della femminilità sul terreno specifico della psicoanalisi e della pratica clinica che, di conseguenza, ne deriva. Ciò ha l’indubbio pregio di tenerla a debita distanza, tanto per fare qualche nome, dalle suggestioni cerebrali di una Butler o dalle improbabili teologie di una Muraro. Siamo però espliciti: tutto questo non significa che, al contrario, proprio a partire dalla lettura freudiana dell’Edipo nella donna, le questioni si semplifichino.

Luisella Brusa sviluppa infatti il cammino della sua ricerca mettendo a fuoco in maniera esemplare la fondamentale asimettria che divide inesorabilmente l’organizzazione della sessualità nell’uomo da quella della donna. Al maschile non corrisponde, nell’altra metà del cielo, un femminile ad esso speculare. La donna non è “semplicemente” un uomo mancato.

Se, per entrambi i sessi come sottolineava Freud, c’è un solo genitale degno di essere preso in considerazione, quello maschile, che ne è allora della donna? Si può ridurre la problematica femminile alla invidia del pene? La ripresa critica di tali interrogativi permette di ripensare l’intero problema sin dalle sue origini, storiche e causali, in relazione cioè all’instaurarsi della relazione tra la bambina e la madre. La devastazione che sovente connota tale rapporto rileva a sufficienza dello scacco che esso incontra, nonché dell’impossibilità di iscrivere la logica in un’economia esclusivamente fallica.

Che fare, dunque? Le suggestioni femministe tendono talvolta a rinchiudere autisticamente ed autarchicamente l’intera questione in una mitologia del materno che raddoppia l’autosegregazione in cui il femminile, una volta respinte le equiparazioni al maschile, rischia di inaridirsi. E’ Lacan, nella tesi di Luisella Brusa, ad indicare più che una via d’uscita, una via d’entrata per una possibile articolazione teorica della femminilità della psicoanalisi. Nella prospettiva del grande psicoanalista francese, la tematica dell’Edipo e l’enunciazione dei suoi limiti non sfocia nella sua abolizione, come in Deleuze e Guattari, ma in un aldilà dell’Edipo, che è lo spazio possibile per una creazione soggettiva cui ogni donna è chiamata. Non semplicemente copia della madre, dell’uomo o puro oggetto di quest’ultimo. Parafrasando la de Beauvoir, si potrebbe affermare che se donne non si nasce, donne, al plurale, cioè una per una, ci si inventa, nella dialettica tra soggetto e inconscio, tra corpo e storia, tra immagine e senso, tra silenzio e rappresentazione.

Il testo di Luisella Brusa è uno strumento concettuale importante per riaccostarsi alla questione della donna con uno sguardo decisamente più attento e curioso. Di questi tempi, esso ha un valore assolutamente paradigmatico, in ambito clinico. Più in generale, è la chiave d’accesso per poter pensare un approccio al disagio individuale non posto esclusivamente sotto l’ottica, ormai stereotipata, del “mamma-papà”, ma aperto al contributo individuale di un soggetto altrimenti condannato all’anomia del non essere o del fare “come se”.

Angelo Villa

Manuela Peserico (a cura di)

DANZATERAPIA

Il  metodo Fux

Carocci, Roma 2004, pp. 326, E 26,90

Un testo che fa riflettere sull’importanza del movimento nella relazione, un avvicinamento all’individuo attraverso le sue possibilità espressive. La danzamovimentoterapia e le artiterapie in genere utilizzano un approccio alla malattia coinvolgendo i canali espressivi con lo scopo di valorizzare l’individuo nella sua unità psichica e corporea. La danzaterapia  appare pertanto utile comunicazione non verbale e diviene, nel contatto con l’altro, uno strumento di rapporto e confronto in tutte quelle patologie dove la relazione verbale è compromessa, o incapace di esprimere stati emotivi profondi.

Nell’utilizzo delle attività espressive con questi scopi l’attenzione dell’operatore si focalizza sul processo espressivo e non sul prodotto espressivo: non è importante infatti che il paziente produca una bella danza in termini oggettivi perché ciò che consente di intervenire in termini terapeutici e di rendere concreta la terapeuticità della danza è il processo, il come viene costruita ed espressa una danza, mentre l’aspetto estetico è soggettivo e quindi è bello ciò che il paziente trova tale. L’uso della danza nella cura della malattia ci ricorda le danze rituali e propiziatorie delle culture primitive, oggi riproposta, nella riabilitazione psichiatrica, da un approccio al paziente che lo riporta all’unità  mente–corpo, oltre  la separazione scientifica cartesiana.

Il libro non è solo la descrizione sistematica e puntuale di una metodologia danzaterapica, ma una riflessione  che si avvale di un supporto concettuale scientifico, un utile sostegno a percorsi terapeutici-riabilitativi individuali e di gruppo, nell’ambito della riabilitazione psicosociale con bambini, adolescenti, adulti ed anziani.

Le tecniche espressive verbali e non verbali, quali danza, musica, teatro-terapia, sono una importante risorsa all’interno delle diverse strutture sanitarie che si occupano del disagio psichico, una possibilità di rappresentare  e dare espressione alla dimensione interiore.

Manuela Peserico, medico psichiatra e psicoterapeuta, curatrice del libro, si occupa da anni di riabilitazione psichiatrica e conosce i molteplici aspetti e la ricchezza delle artiterapie come risorsa in grado di consentire sia il recupero e/o il rinforzo di capacità comunicative compromesse, sia  per prevenire cronicizzazione e disabilità dopo la fase acuta di malattia.

Questa sua esperienza le ha consentito di raccogliere validi contributi in una sequenza che si articola in tre  parti: nella prima  si affrontano tematiche legate all’approccio interdisciplinare al corpo, al movimento e alle emozioni, al sistema nervoso centrale, al movimento e alle posture, alla regolazione delle emozioni, all’integrazione tra  cognitivo-emotivo-corporeo, al corpo nella psicopatologia e nella riabilitazione psichiatrica. Nella seconda parte viene descritto il metodo Fux, la storia della Dance Therapy e l’apporto del teatro al metodo. Nella terza parte viene infine sviluppata la pratica e l’applicazione della danzaterapia in ambito  preventivo e terapeutico. Particolarmente interessante è il confronto con altre tecniche terapeutiche
che dà la possibilità di riflettere sulle diverse metodologie e i contesti in cui si possono applicare,  metodologie dipendenti dalle differenti modalità espressive non verbali.

Leggere questo testo può essere utile non solo a chi si occupa di riabilitazione ma anche a tutti gli operatori che, coinvolti nelle relazioni di aiuto, hanno bisogno di dare un significato più profondo all’incontro con l’altro.

Emilia Canato

Ilda Bartoloni

Come lo fanno le ragazze.

Sex inchiesta

Baldini & Castoldi Dalai Editore, Milano 2005, E 15

Il corpo come grande scenario delle forme della mentalità, della cultura e degli immaginari è stato oggetto in questi ultimi trent’anni di diversi studi. Alcuni approcci hanno visto nel corpo il doppio. Non solo la geografia di un potere penetrante e invasivo, ma, a testimonianza di una ricerca sempre più forte di soggettività, la rappresentazione di ciò che sfugge alle forme alienate dell’esistente. Significative sono state allora – più che i modelli di contenimento del corpo – le sue forme di resistenza, la sua capacità di scartare. Da questa non aderenza, da questa distanza dalle norme pre-date, è nato un modo differente di pensare e di agire il corpo nella quotidianità pubblica e privata. E’ nata una nuova soggettività capace di reinventare il corpo anche nella dimensione del piacere e della sessualità. Una sfera in cui, più di altre, il mondo magmatico e interno delle donne e degli uomini si mescola a tutto quel complesso di prescrizioni che per secoli hanno regolato e controllato la sfera del desiderio.

Nel libro di Ilda Bartoloni – giornalista Rai da anni impegnata nella riflessione e documentazione della condizione femminile, dalla rubrica Diogene dalla parte delle donne e Mafalda (’89 – 95 Tg2) fino all’attuale PuntoDonna Tg3 – il corpo diventa luogo di narrazione di sé e di un’identità multipla. In esso si sovrappongono, come garze di diversi colori, aspettative, bisogni individuali e collettivi e necessità di riconoscimento. Nello studio puntuale e acuto che l’autrice ci propone, diverse generazioni di donne sono messe a confronto. Le figlie e le nipoti del femminismo e quelle madri “simboliche” e reali a cui le donne devono molto. Donne che oltre alle lotte sostenute in nome dell’uguaglianza prima e del diritto alla differenza dopo, proprio sul corpo hanno dato vita ad una parola nuova, a un ordine di discorso volto innanzitutto a riconoscere l’altra nella sua autorevolezza e nel suo desiderio di mutamento.

In questa ricerca le giovani donne inseguono il corpo attraverso un racconto ricco di metafore, di figuralità, di immagini. Un patrimonio di rappresentazioni dove spesso domina il complesso rapporto con la madre e dove il corpo – si intuisce nelle pieghe della narrazione, nelle ombre più che nelle luci – ci appare come una stratificazione di lungo periodo. Dentro ci sono le vite passate. Donne delle generazioni precedenti della famiglia (le nonne, le zie), che hanno trasmesso senso attraverso lo “stare nel mondo”, attraverso il fare, l’agire che poi è l’agire della e nella relazione. Ma il corpo raccontato dalle giovani e meno giovani (22 donne fra i 17 e i 34 anni) contiene anche gli sguardi ricevuti e negati, vicende subite e taciute, storie dure, molto dure che per alcune hanno segnato i tornanti forti della loro esistenza, fantasmi che con prepotenza tornano adesso soprattutto nella sfera affettiva e sessuale. E poi ci sono i luoghi in cui queste protagoniste sono cresciute e da cui qualcuna è scappata per tentare il salto, andare oltre ciò che la famiglia aveva previsto.

Ma c’è una cosa che colpisce profondamente nel libro, un libro in cui alle storie delle ragazze si accompagna anche un’articolata e ricca riflessione di Ilda Bartoloni sulle tappe forti della liberazione femminile: è la capacità delle giovani non solo di dire il corpo, e di dirlo attraverso particolari strategie discorsive, ma di sentire il corpo. C’è una parola per le emozioni, le percezioni, il bisogno. Non è poca cosa. E questo rivela sul piano metodologico la capacità dell’autrice di condurre le interviste in modo tale che il registratore non inibisca il fluire del discorso. Dunque è un corpo luogo quello che ci appare in questa ricerca, luogo di un desiderio sempre aperto, sempre inconcluso, nel vortice di un mondo in cui tutto avviene rapidamente. Anche la sessualità è parte di questa scena che incalza. E tuttavia queste donne, fuori dai timori che hanno segnato generazioni precedenti, raccontano la trepidazione, ma anche la dinamica di un rapporto che si fa nello scambio. E non sempre questo scambio è avvolto dal sentimento, dall’amore, così come siamo abituati a pensarlo. La sessualità sembrerebbe godere di una sua autonomia così da rompere anche quel modello dell’amor romantico che dall’Ottocento è arrivato fino a noi. Qui la sessualità segue una sua strada, non nega l’amore, semmai lo comprende nel suo divenire attraverso il corpo dell’altro o dell’altra, qualora ci si riferisca all’esperienza lesbica. E allora il corpo in quella danza incessante che prelude al contatto, in quel movimento in cui si può sentire anche la propria diversità, diventa in senso pieno eros. L’amore nei racconti di questo libro si converte in eros. E nello stesso tempo la parola detta, l’oralità volutamente mantenuta con efficacia nel racconto scritto, mentre svela il corpo costruendone un affresco meticoloso, mostra anche di volerlo superare, andare al di là. Quando la parola dice il corpo, e lo fa chiamando in causa i momenti forti della biografia dell’io narrante, ne scorge la sua sostanza imperfetta, il suo essere frontiera, confine, soglia. Il corpo, bene lo sappiamo, è lo spazio del limite, della barriera sulla quale si infrangono i desideri. Alla sessualità allora l’illusione, in senso alto ovviamente, di lasciare immaginare che quel legittimo piacere, quello stupore che nasce imprevisto quando l’innamorato ci viene incontro, possa addirittura sconfiggere la potenza del tempo.

Graziella Bonansea

Cristina Janssen

L’EDUCATORE NELLA CASA DEL BAMBINO
Il sostegno educativo a minori e famiglie in difficoltà

Casa Editrice Ambrosiana, Milano 2002, pp. 136, E 12,00

Il testo della Janssen è una antologia metodologica per gli educatori impegnati nell’intervento domiciliare rivolto ai minori ed alle famiglie in situazione di disagio. Il libro, oltre che contenere una breve parentesi storica dedicata alla nascita e alle motivazioni sociali e politiche che hanno portato dagli anni ’70 ad oggi alla creazione di questo tipo di istituto, è strutturato per sostenere la figura professionale dell’educatore. L’Autrice attribuisce al termine, “sostenere” una nuova peculiarità: sostenere l’educatore che sostiene. L’educatore domiciliare, infatti, nasce per sostenere minori e famiglie in situzioni momentanee di difficoltà. Nella dimensione del “sostenere”, per la Janssen, l’educatore raccoglie bisogni e richieste; supplisce a funzioni genitoriali temporaneamente vacanti; e cerca di favorire l’attivazione di risorse familiari o extrafamiliari.

In tale contesto, l’educatore deve essere in grado di affrontare la sofferenza e il disagio del minore, di prendersene cura. E qui, nel testo della Janssen, il prendersi cura significa ridimensionare il disagio per analizzarlo in una azione educativa che possa implicare tutti gli aspetti relazionali e tutte le sfere di interesse del minore. Di fondamentale importanza diventano, quindi, le dimensioni della relazione utente/educatore ed anche la dimensione del tempo e dello spazio.

Il libro ripropone con forza il senso della complessità di questo tipo di intervento educativo. Complessità definita dal fatto che l’educatore abita una linea di confine poco protetta, la quale si pone tra i servizi sociali e un setting lavorativo carico di ambiguità. Bambino ed educatore vengono poi definiti “attori”, che interagiscono in un complesso intrico di relazioni: famiglia, scuola, amici e insegnanti. Riprendendo l’affermazione precedente, per la Janssen sostenere l’educatore significa aiutare questa figura ad abitare la complessità e a non negarla. Il testo invita, financo, l’educatore a porre la complessità come fulcro a partire dal quale strutturare un intervento, cioè una metodologia educativa, che sia intenzionale o, in altri termini, pensata e ben definita da un progetto adeguato ai bisogni del minore. Il progetto, ovviamente, deve essere riconoscibile, condiviso e verificato, attraverso la valutazione degli obiettivi raggiunti.

La Janssen nel suo testo allarga la sua riflessione al concetto di rete interna, che rappresenta per l’educatore la possibilità di sentirsi parte di un gruppo di lavoro, dove potere recuperare
la sensazione di poca protezione, che nasce dalla peculiarità della sua attività. Direttamente collegati al concetto di rete interna, sono per la Janssen i momenti di supervisione e di formazione continua; momenti che servono agli educatori a valutare i successi, a contenere i fallimenti e a dare significato ai cambiamenti.

Il libro, insomma, vuole offrire la possibilità di riaprire il dibattito sulle specificità di questo tipo di intervento educativo, ciò che per la Janssen rappresenta il modo migliore per “sostenere” l’educatore domiciliare.

Rosa Alba Bellante

Duccio Demetrio

In età adulta
le mutevoli fisionomie

Guerini e Associati, Milano 2005, pp. 155, E 16,50

Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare”, è la celebre  frase di John Belushi, interprete del famoso film The Blues Brothers,  morto prematuramente per overdose verso la fine degli anni 80.

Cosa centra questo con il saggio di  Duccio Demetrio, uscito per l’edizioni Guerini, In età adulta. Le mutevoli fisionomie? Sappiamo che ormai da tempo l’autore, al di là della specificità del ruolo accademico che, come Professore di Filosofia dell’Educazione e di Teorie e Pratiche Autobiografiche, lo contraddistingue, entra ed esce nelle tappe della vita con quella disinvoltura che solo chi ha “giocato” a lungo e con passione, accettando gli imprevisti che della vita, può cominciare a dire. Ancora oggi  gioca, ed è in grado di giocare anche quando col passare degli anni, giunto in quelli della maturità, deve confrontarsi con gli esiti delle battaglie della vita che si fanno sempre più difficili, perché è più doloroso sopportarne le conseguenze: non ci saranno altri appelli, il tempo, (quale tempo?) stringe, e dunque la vita mostra drammaticamente tutta se stessa. L’autore è capace di farsi “drogare” fino in fondo dalla vita e scandaglia senza falsi pudori le sue varie fasi, non tralasciando di bere ogni goccia del calice amaro che gli viene offerto. Parte dalla invisibilità delle radici di ciascuno, tenute sotto la coltre della terra soffice per essere ben nutrite e non dovere troppo sopportare la visibilità esterna che potrebbe comprometterne il radicamento, per arrivare agli stati di ebrezza, giocati con quella testardaggine senza la quale la vita non avrebbe senso. A volte il tempo sembra essersi fermato e l’ossessione del tempo con forza ritorna. Ma allora quando la vita si mostra e ci pare di avvistare il governo di noi stessi? “…lo capiamo/se mai/a qualche rara svolta/del cammino: e poi però si perde/di nuovo il senso e il perché,/ma la corsa ci trascina,/la traiettoria/ non esita o si placa/a nessun segno/fallace di vittoria/va sicura, va a se medesima,/è il proprio fine, quello,/e la propria origine/a tratti lo si impara/e si entra nell’essere in cui siamo.” Così risponde Mario Luzi dalle pagine del testo di Demetrio nel capitolo Nel tempo indicibile.

I percorsi affidati a capitoletti lievi e al tempo stesso densi, lievi anche per i tratti gentili che per mano dell’autore prendono forma nelle tinte leggere e forti del vivere e dell’ossessione del vivere, accompagnano il lettore: Nel Paradosso della clessidra, Nel tempo visionario, Nel tempo del disincanto, Nel tempo profondo e da ultimo Nel tempo dell’indicibile. Una miscela di parole e di colori che non possono non indurre il lettore a lasciare i suoi sopori ed a giocare con i suoi segni.

Duccio Demetrio, fondatore della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, mostra ancora una volta come lo scrivere di sé può divenire un modo per disvelarsi a sé stessi, sebbene sia  attraverso l’alterità che noi più compiutamente ci mostriamo, ci mostriamo a quell’altro da noi che ci permette di ritrovare noi stessi e la nostra identità.

Maria Piacente

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