Scelti per voi

Saverio Tutino

Il rumore del sole

Il Vicolo Editore,Cesena, 2004, pp. 117, E 14,00

Nessuno se ne è accorto, perché chi si occupa di cultura nel nostro Paese non si accorge mai di niente, ma Saverio Tutino ha inventato uno stile, una modalità di raccontare la vita, meno elaborato di quello dell’unica scrittrice a lui affine, la straordinaria Lalla Romano, l’unica artista che ha parlato di sé parlando di tutti, ma altrettanto originale ed efficace. Ho letto, credo, tutti i capitoli della saga, umile e apparentemente svagata, che ha dedicato a se stesso, e ancora, questo ultimo, Il rumore del sole, mi ha sorpresa. La tecnica è la stessa, e mi incanta: c’è  un uomo che vive viaggiando nella politica e per la politica, si muove fra Cuba e l’Uruguay, Parigi e Bruxelles, eppure non smette di viaggiare anche dentro se stesso. Estroverso e attento ai raggiri del terrorismo, alle cosche, alle ambiguità, alla crudeltà del potere e alle guerre come agli uomini, attento ai minuscoli borborigmo dell’anima come le donne. La novità stilistica è che fra questi due ritmi, due passi, due timbri diversi, Tutino non inserisce mai una pausa, una gerarchia, come farebbe chiunque altro, non osando, come tutti noi, mescolare gli sguardi. Lui, Saverio Tutino, uno dei pochi spiriti che ho conosciuto nella mia vita, osa e intreccia, con una leggerezza densa e significativa, l’io e il mondo, l’oggettività fasulla degli eventi e la soggettività così terribilmente obiettiva della vita umana, così effimera, così fragile, così corruttibile. Il passo che sceglie, per raccontare gli ultimi 25 anni della sua vita, è solenne e scanzonato, drammatico e tuttavia sobriamente ironico: dai primi anni Ottanta al presente, il corpo che è stato portato in giro per il mondo ininterrottamente, incomincia a guastarsi, le operazioni si susseguono l’una all’altra, anestesie, risvegli, ferite, cicatrici. Eppure, nonostante lo strapotere di questo carapace faticoso che tutti ci portiamo dietro e il cui peso aumenta con gli anni, il mondo non scompare. Senza un attimo di pena per se stesso, Tutino continua a raccontare la realtà fuori dalla finestra, nelle strade e nelle capitali, nei misteri e nei terrorismi e nelle guerre. La sua attenzione è la vigile attenzione del viaggiatore. La applica al cancro e all’infarto come l’ha applicata alla rivoluzione cubana o ai misteri del brigatismo. Questo gli regala uno sguardo speciale, come di chi si sdoppia e osserva le ferite sulla sua propria pelle quasi fossero geroglifici da decifrare, lingue sconosciute, da imparare.

Il risultato è un libro di una densità sorprendente. Hai l’impressione di vedere i pensieri formarsi, ininterrottamente, e, senza filtri, con la generosità di chi pensa.

C’è di tutto. Svelamenti sui meccanismi profondi che regolano gli equilibri politici internazionali, riflessioni sulla vita e sulla morte, sul narcisismo e sul tempo che – implacabile – trascorre e impone una dieta di riduzione dell’ego. Pena la disperazione. Ma c’è, soprattutto un discorso costante sulla scrittura. Sul suo potere taumaturgico e sui suoi limiti, sulla sua necessità e sulla sua qualità fondamentale di disciplina – unica fra tutte – che consente di non buttare via una vita, di gustarne e celebrarne ogni scoria, ogni dolore, ogni dettaglio.

«Credo sia vero» scrive Tutino «che l’autobiografia tende naturalmente ad assumere pose da romanzo, pur avendo il vantaggio di poter esprimere contenuti repressi e dimenticati. Tutto nella vita è vero, falso, virtuale, a seconda del contesto: l’attimo seguente può decidere la piega che prenderanno i fatti, anche se si credeva di avere un progetto coerente».

Potrei estrapolare centinaia di altre frasi come questa, frasi che ti fanno fermare un attimo, con i fogli in mano, e un’illuminazione improvvisa, un piccolo “satori” nella mente.

Preferisco, come un bravo piazzista, invitarvi alla lettura.

In un tempo in cui trionfa la mediocrità degli scriventi (spesso donne!), tutti con la loro storiellina ben confezionata e senza verità, Il rumore del sole, davvero, è un regalo prezioso.

Lidia Ravera

Feliciotti Piero

Vite di confine.

La psicoanalisi e le nuove patologie dell’adolescenza

Franco Angeli Editore, 2005,  pp. 240, E 19,50

Gli adolescenti di oggi sono davvero gli “eterni bambini” di cui ci parlano i giornali? La generazione che preferirebbe non crescere mai, che rimanda decisioni e responsabilità? I consumatori pasciuti ma insoddisfatti che pregano a mani basse in un mondo di gadget e telefonini? Sembrerebbe di sì. Del resto le anoressie, le bulimie, l’abuso di alcool e droghe e l’impulsività patologica sono la spia di pulsioni infantili e segni di un passaggio verso forme più adulte di godimento che non si compie; psichiatri, psicologi e operatori sociali constatano che l’adolescenza si allunga ben al di là dei suoi limiti anagrafici. Cercando di rispondere a queste domande, il testo propone un’analisi in chiave sociale psicoanalitica del malessere contemporaneo che si leghi immediatamente alla pratica delle diverse figure professionali che lavorano con casi di dipendenza patologica; muovendo dagli assunti della psicoanalisi, suggerisce una clinica del legame sociale e fondata sull’integrazione degli interessi.

A partire da una sottolineatura importante che Feliciotti fa, quella di una latitanza dei padri, di persone capaci di assumersi il rischio dei mestieri impossibili di freudiana memoria. Questo comporta il mutamento di scenario che l’autore ritrova nel commentare i casi clinici, con una grossa perizia nel mettere alla prova gli assunti teorici, interrogandone l’attualità e la coerenza. Non si ferma alla visione generica di “nuovi sintomi”, ma ne cerca la declinazione individuale, proseguendo quel lavoro dell’uno per uno che è il fondamento dell’approccio clinico dell’autore.

Il sintomo diviene così un appello, una metafora del soggetto a cui assegnare un valore positivo, una formazione sociale che cambia a seconda della risposta che ottiene.

Questo non è privo di conseguenze sulla cura degli adolescenti, ma anzi, ne impone una rotazione totale “Nella direzione della cura, dunque, non si tratta solo di ottenere un certo grado di collaborazione o di consenso informato, ma proprio del riconoscimento che in questo lavoro il soggetto è portatore di un sapere, che ha delle ragioni e una competenza etica nelle proprie scelte”.

“…Più che di psicoterapia si tratta di un intervento sull’Altro di cui il soggetto è un effetto; e tende a liberare uno spazio per la soggettivazione di una domanda, che altrimenti resta inarticolata e si stempera in un malessere tanto generico quanto anonimo e distruttivo”.

Questo è il filo conduttore di un testo che si differenzia dai molti testi che escono sull’adolescenza, che cerca anche nell’adolescenza di creare le possibilità di una domanda, che è l’unico inizio possibile di una cura, oltre il nominalismo diagnostico che spesso non è che la riformulazione in termini tecnici di ciò che il soggetto dice, senza ascoltarlo, perimetrando il suo malessere all’interno di un sapere che lo precede, come precede qualunque incontro. Richiamare la dimensione etica della cura come assunzione di responsabilità a cui il soggetto ci chiama è l’aspetto
più importante del testo di Feliciotti.

Ambrogio Cozzi

Buiatti Marcello

Il benevolo disordine della vita.

La diversità dei viventi fra scienza e società

UTET, 2004 pp. 254, E 19,50

In questo nostro mondo dai ritmi talmente accelerati che sembra si sia perso di vista l’obiettivo primario di vivere meglio ed in armonia con il resto del Pianeta e l’uomo sembra desideri sempre più ingabbiare l’universo vivente nelle reti delle sue costruzioni, ci vuole chi sappia scuotere le coscienze riportando il discorso alla vera essenza della vita. Questo è il prezioso contributo del libro di Marcello Buiatti dal titolo Il benevolo disordine della vita, il cui messaggio principale è che “la vita è diversità ed essere diversi è una condizione imprescindibile per essere vivi”. Con un linguaggio sempre molto chiaro, vivace e brillante Buiatti si inoltra a discutere e controbattere con originalità ed acutezza delle componenti filosofiche, sociologiche ed economiche del pensiero dominante. Chi legge percepisce lo spirito di un uomo che non si è perso il “sale” della vita, ma che della diversità che la vita ha voluto offrirgli, ha saputo e sa godere, fornito di quella profonda consapevolezza che nasce dalla conoscenza e dalla cultura di un autentico scienziato. Nella prima parte del libro, dopo un itinerario affascinante attraverso la storia della scienza, dalla “macchinizzazione” della vita nella seconda metà dell’Ottocento al riduzionismo esasperato degli anni ottanta del Novecento, Buiatti spiega da biologo e genetista, in cosa consiste la diversità della vita. Essa è nel DNA che ha assunto nelle più recenti conquiste scientifiche una connotazione di “ambiguità” rivalutante l’importanza dei cosiddetti “geni spazzatura”, nella straordinaria diversificazione dei meccanismi di regolazione sia a livello dei singoli geni che del metabolismo, nei processi semicasuali di generazione delle sinapsi nel cervello animale e nell’evolversi continuo degli ecosistemi. La vita, insomma, si perpetua perché è fondata su una diversità strutturale e funzionale, sulla continua variazione dei suoi componenti e della loro organizzazione. Si dice sempre che la vita è ordine. Invece l’idea che essa si nutra di disordine, anche se benevolo, può sembrare una contraddizione; ma non lo è. Buiatti si addentra poi in un ricco ed affascinante percorso sulla diversità umana e sul valore in sé della diversità, fino alla storia delle trasformazioni dell’ambiente, intessendo un originale e solido ragionamento per la costruzione delle fondamenta di quella nuova cultura che deve diffondersi in tutto il pianeta, se vogliamo far fronte alla minaccia di una estinzione. La ricostruzione del processo di ominazione, dalle origini fino alla formazione dell’uomo moderno, dimostra che gli aspetti biologici e quelli culturali formano un intreccio molto stretto, alimentato continuamente dalla prolifica creazione di diversità e che esistono due diversi tipi di evoluzione: una genetica ed una culturale. L’anello che connette i due percorsi viene spiegato nell’evoluzione del cervello umano. Esso è regolato da geni come negli altri animali, ma ciò che ci differenzia sono i processi che avvengono dopo la “migrazione dei neuroni” durante il primo anno di vita. La strategia esplorativa fondata sull’enorme varietà dei possibili modi di organizzare le esperienze vissute, che continuamente riplasmano le connessioni cerebrali, è rapidissima e continua, rispetto a quella fondata sulla mutazione del corredo genetico e della selezione, lenta e fissatrice. Da ciò deriva l’inconsistenza dei pregiudizi, che Buiatti denuncia con forza, sulla dipendenza dei diversi comportamenti umani dal gene: non esiste il gene dell’omosessualità, quello dell’intelligenza né quello dell’assassinio; né tantomeno esistono correlazioni fra il colore della pelle ed i comportamenti disapprovati dalla cultura, bianca e dominante. Nell’ultimo capitolo Buiatti, riesamina i successi ed i fallimenti della “rivoluzione verde” che ha teso ad ingabbiare la diversità delle specie agricole, affronta la questione cruciale dei “diritti di proprietà intellettuale” e delle aberrazioni che già da ora ne derivano. Riesamina da ultimo l’intero dibattito sugli OGM, dimostrando che il problema vero è che la penetrazione su vasta scala dello scarso numero di varietà brevettate, contribuisce alla distruzione della diversità in un settore cruciale come quello dell’alimentazione umana. Il messaggio è dunque chiaro:tutto ciò che distrugge l’enorme ricchezza della diversità biologica e culturale che ancora ci resta può portare al crollo della società globalizzata. Il tutto non è però intriso di un vacuo pessimismo, bensì di una fiducia nella ricchezza intellettuale variabile e gioiosa che l’uomo sa produrre; l’invito è di imparare ad apprezzarla, ad “usarla e ad esserne usati, goderne nella pace per tramutare questo momento di grande pericolo in una svolta di armonia e di gusto…”.

Liliana Leotta

Adriano Voltolin

Melanie Klein

Bruno Mondadori Editori, Milano 2003,pp. 246 , E 13,50

Capita sovente , in quella sorta di confuso e supponente ritorno che lo psicologismo di maniera puntualmente rinforza, che psicoanalisti innovatori e creativi vengano degradati a formule liquidatorie e semplicistiche con le quali vengono associati. Succede a Freud, al mamma-e-papà dell’edipo, figuriamoci a una donna intelligente e coraggiosa come la Klein. Si avvertono subito i dejà entendu, le facili e insulse ironie de “l’abbiamo capito”, della nenia trita e ritrita del seno buono e di quello cattivo, della posizione depressiva e di quella schizoparanoide … Sì, sì, abbiamo compreso. E invece no. Maciniamo tutto, nomi e concetti, nella retorica del riassuntino accomodante, della macedonia dell’ecumenismo in cui tutto scivola via, come una vuota ostentazione, nel mentre fatichiamo, poi, a cogliere il senso di una esperienza, di una testimonianza, di un’impresa che, in un’ultima analisi, era e rimane pionieristica.

Il libro di Voltolin non è un testo di maniera, un “bigino” frettoloso e arido sulla grande psicoanalista viennese. Piuttosto, esso è la prova di un lavoro rigoroso e ragionato che riprende passo a passo il pensiero della Klein mostrandone la ricchezza e la fecondità del tutto attuale. E’, da un bel dopo di tempo in qua, quanto di meglio sia stato pubblicato sull’autrice di Invidia e gratitudine. La rilettura, precisa e sintetica, dell’opera della geniale psicoanalista è ampia e documentata, ma soprattutto è messa in costante tensione con quella di analisti che sono venuti dopo di lei e che si sono mossi nella sua scia, da Rosenfeld a Fornari, da Bion a Money-Kryle , o con quella di altri che hanno tracciato differenti percorsi, come Lacan.

Voltolin va, con puntigliosa lucidità, alla radice della produzione kleiniana. Ne mostra le coordinate essenziali, sulla base di un impianto teorico solido e determinato, contro le volgarizzazioni e le stereotipizzazioni cui la sua elaborazione è andata soggetta. Si dirà, è il prezzo della celebrità o , più veridicamente, della rimozione di quel che l’originalità scandalosa di ogni vero autore apporta. Si dimentica il punto di partenza, ci si consola con i surrogati e si va oltre. Voltolin non segue, per nostra fortuna, quella strategia. Né si affida a quella opposta, ma speculare: il dogmatismo. Lui ci consegna della Klein l’intatta vitalità di un pensiero, duramente pagato nella sua non tranquilla esistenza. Sicuramente quello di una delle psicoanaliste più importanti attraverso cui riflettere sulla clinica e sul disagio che attraversiamo.

Angelo Villa

Graziella Bonanse

Tre inverni

La Tartaruga edizioni, Milano 2005,pp. 247 , E 13,60

Con quella tenacia che le donne hanno, con quella capacità che molte di noi hanno di perdersi e di ritrovarsi, con quell’attaccamento alle relazioni che noi donne abbiamo, nel concepirle, nell’allevarle e nel mantenerle vive, Graziella Bonansea si introduce silenziosamente e con atteggiamento di pietas in una lunga storia durata almeno Tre Inverni, titolo del suo ultimo romanzo.

L’Autrice elegge l’acqua come elemento principale, come conduttore privilegiato nei vari stadi che le stagioni consentono di sperimentare, l’acqua come liquido che investe l’amore: “Ieri sera mi hai portato due quadri, anzi tre e due giravolte. Mi hai detto: «Da quando sei grassa io ti amo di più». Invece io mi nascondevo e scappavo di qua e di là come l’acqua. Dio mio, spiegami amore come si fa ad amare la
carne senza baciarne l’anima
”. ( Alda Merini, L’anima Innamorata). E’ in questo elemento che l’amore di Mercede verso Michele, personaggio principale che dalla chiatta sul fiume guarda il mondo, “costretto” in qualche modo da se stesso a divenire un testimone di vite, che il sentimento si dispiega.

Mercede parla con le poesie: “Le poesie – dice – arrivano in qualunque posto e chi le scrive è uno che non può farne a meno”. Ed è l’acqua, ancora nello stadio di nebbia, che permette alle ombre del passato, orribili e struggenti, di riaffacciarsi e testimoniare di quello che nella trasmissione psichica tra le generazioni diventa memoria: “Ecco cos’è – mormora – Zita ha gli occhi senza ciglia!”. “Lui ha la mente a Zita, agli occhi slavati , privi di protezione, aperti al cielo e al mare. Si rende conto allora di quel che il praghese gli aveva detto: «(….) sparire non si sparisce mai del tutto»” .

Nello scorrere del tempo l’acqua, prima ancora come neve immacolata, si scioglie per allagare poi la vita stessa e trasformarla in un liquido pregno di storie.

La storia inizia nell’acqua e nell’acqua finisce; il fiume come testimone di vite sopra il quale traghettano corpi e memorie. Come Caronte che traghetta le anime dei dannati da una sponda all’altra dell’Acheronte, Michele si trova a traghettare i ricordi infernali di un ebreo praghese la cui famiglia è stata distrutta i un campo di concentramento.

La Shoah, presente sullo sfondo di questo romanzo, diventa il perturbante per accedere ai giorni della memoria, a quelli da non dimenticare.

Ma è l’amore, soprattutto quello della giovinezza, il desiderio della conoscenza e del sapere, l’amore struggente per la propria madre che muovono i personaggi alla ricerca di senso, alla ricerca delle storie e delle radici della propria vita.

Un ritorno nel grembo materno, un desiderio di reinfetazione che spinge i personaggi a esplorare l’indicibile.

Maria Piacente