Scelti per voi

Silvia Vegetti Finzi

Quando i genitori si dividono

Mondadori, Milano, 2005, pp. 331, E 18,00

Che cosa accade ai figli quando i genitori si separano?

La domanda riguarda ormai molti bambini e ragazzi, spesso lasciati soli ad affrontare un evento sempre destabilizzante e talora carico di conseguenze per il loro futuro. Se non è il caso di drammatizzare, non è neppure opportuno sottovalutare il loro disagio. Silvia Vegetti Finzi, dopo Il romanzo della famiglia, affronta questa volta non il farsi ma il disfarsi dei rapporti familiari dando la parola a chi, come figlio, la separazione ha dovuto subirla. I suoi consigli e le sue riflessioni si alternano alle testimonianze dei protagonisti, che rievocano ora in modo drammatico ora con distaccata ironia un periodo così cruciale della loro vita. E ci mettono di fronte, con crudele evidenza, all’immmaturità e all’impreparazione di cui troppo spesso gli adulti danno prova. Non è tanto la separazione, infatti, a costituire un problema per i figli quanto il comportamento dei «grandi»: la mancanza di rispetto reciproco e l’insensibilità che spesso li induce a tenerli all’oscuro «per il loro bene» di quanto sta accadendo. Ma i figli, che all’oscuro non lo sono mai, devono essere informati, ascoltati e compresi, tenendo però conto della loro età. È molto diverso, infatti, affrontare la divisione dei genitori a tre, sette o quindici anni, perché in ogni fase mutano le difficoltà e le risorse disponibili. Quando i genitori si dividono porta contributi nuovi alla «cultura della separazione» perché mostra che la divisione della famiglia, considerata nel complesso della propria storia, condiziona nel bene e nel male le relazioni successive. Secondo Silvia Vegetti Finzi, per superare la tendenza a ripetere in modo coatto i traumi subiti, è importante che le passioni suscitate dalla «frammentazione» dei rapporti familiari, invece di essere negate e rimosse, vengano riconosciute e vissute sino in fondo. Sarà così più facile riparare il passato e costruire un futuro migliore. A questo scopo appare determinante la capacità di narrare, di comporre la propria biografia, perché il linguaggio ordina gli eventi, mentre la condivisione delle emozioni trae, dalla sofferenza, impreviste risorse di sensibilità e di responsabilità. In Appendice, interessanti resoconti di mediazione familiare mettono in luce come la capacità psicologica di accogliere, ascoltare e comprendere i conflitti aiuti i coniugi a separarsi pur restando uniti in quanto genitori. Il libro, straordinario intreccio di riflessione e di vita, costituisce un grande romanzo corale sulle inquietudini e i fermenti che turbano le famiglie in quest’epoca di transizione, in cui le istanze di conservazione e di rinnovamento sono alla ricerca di un nuovo equilibrio.                                            D.M.

Yadé Kara

Salam Berlino

Edizioni E/O Roma, 2005, pp. 327., E 15,50

La trama di questo romanzo è quantomeno accattivante: il diciannovenne Hasan Kazan, che ha vissuto per anni tra Istanbul e Berlino, decide nel novembre del 1989 di stabilirsi definitivamente in Germania. Pochi giorni dopo, però, il mondo cambia definitivamente sia per le sorti dell’umanità che per quelle della famiglia Kazan. Il Muro di Berlino cade e con esso crollano le utopie socialiste del padre di Hasan e i suoi tentativi di nascondere una famiglia parallela che da anni l’uomo aveva a Berlino Est. E così, per un paese e una città che finalmente si riuniscono, ecco una famiglia turco-tedesca che si divide, spaccata dagli eventi della storia.

Il giovane Hasan, in un momento storico importantissimo, è chiamato a scelte fondamentali per la propria vita: cerca casa, lavoro e nuovi affetti in una città in preda a una violenta trasformazione che ne cambierà drasticamente il volto. In uno sfondo fatto da immigrati turchi e italiani, giovani alternativi dell’est e dell’ovest, registi emergenti e socialisti delusi, una città che si riscopre cosmopolita cerca di rinascere attraverso lo sguardo di uno dei presunti figli dell’integrazione.

L’autrice di Salam Berlino, Yadé Kara, è una giornalista nata in Turchia e residente a Berlino alla sua prima prova letteraria. Ci sono, quindi, tutti gli ingredienti per costruire quello che risulta essere, ad un più attento sguardo, solo un altro lato dei best seller commerciali: il romanzo multiculturale e cosmopolita. La ricetta è semplice: ambientazione urbana, giovane protagonista di seconda generazione con velleità artistiche, stile accattivante, scorrevole e gradevole, problemi generazionali, un pò di sesso e la ricerca di un amore. Sulla falsa riga di commedie inglesi come Sognando Beckam o East is East, sicuramente più curate dal punto di vista estetico e più divertenti, Salam Berlino, dopo la prima lettura, risulta essere quel che è: un libro piacevole per passare due ore in spiaggia, ma nulla più. Lo stile, mutuato dal giornalismo, è accattivante, alcuni passaggi sono divertenti, ma se davvero si vuole cercare un pensiero approfondito sul multiculturalismo o sui problemi delle seconde generazioni o, ancora, una riflessione intelligente sulla crisi e ricerca di identità, allora è meglio rivolgersi altrove e fuggire via da questo minestrone di melting-pot, luoghi comuni sulle culture, indicazioni sulle mode più cool del momento, integrazione alla “volemose bene” ed improbabili giovani turco-polacchi. Una riflessione intelligente, anche sotto forma di commedia, è davvero lontana.

È inoltre inquietante, tanto da far gridare in alcuni passaggi al plagio, la somiglianza con il primo dei romanzi del genere, il bellissimo Budda delle periferie di Hanif Kureishi, scritto nel 1984, più di 20 anni fa. Entrambi i protagonisti provengono da famiglie straniere, sono giovani e belli (le descrizioni sono pressoché identiche) e cercano fortuna come attori. Hanno fratelli con cui comunicano poco, una cugina con cui instaurano un rapporto molto stretto e una storia d’amore passionale che finisce male. La narrazione in entrambi i casi è in prima persona ed è condita da parole nella lingua d’origine o in slang che, se nel libro di Kureishi contribuiscono davvero a creare i presupposti per una nuova letteratura, in quello di Kara assomigliano piuttosto alla brutta copia del linguaggio di alcune riviste giovanili, contemporanee ma non per questo interessanti.

Daniele Comberiati

Walter Brandani, ManuelaTomisich

La progettazione educativa.

Il lavoro sociale nei contesti educativi

Carrocci, Roma, 2005, pp. 123, e 11.40

Il tema della progettazione rappresenta un tema centrale per tutte le professioni sociosanitarie.

Nonostante la presenza di “uno zoccolo duro” di servizi del tutto indifferenti alla progettazione, dove è impresa assai ardua riuscire a trovare tracce scritte del proprio lavoro, possiamo affermare che lavorare per progetti è un’idea ormai condivisa da tutti i professionisti del sociale.

Questo dato rassicurante dovrebbe prefiguraci un sistema di servizi sociosanitari ben organizzato, dove ogni operatore può confrontarsi con obiettivi condivisi, sistemi di verifiche e di valutazione dei risultati.

Eppure si ha la sensazione che troppo spesso i progetti rimangono sulla carta, non trovando una corrispondenza in ambito operativo.

Assistiamo a operatori e servizi che riducono la progettazione all’arte delle “belle parole” e degli esercizi di stile. C’è, infatti, una forte tendenza a specializzarsi in “progettografia”, dove “abili manuensi” scrivono progetti e compilano moduli da poter mostrare o da poter presentare a uno degli innumerevoli bandi che costellano la galassia del lavoro sociale.

Troppo spesso nei servizi educativi si osserva un allontanamento degli aspetti pratici dagli intenti teorici, privilegiando così l’attuazione di interventi educativi fondati sul fare e sull’eseguire.

Sono interventi che vivono unicamente il tempo dell’urgenza e della routine, dimenticandosi sia del passato (l’origine, la provenienza, la causa), sia del futuro (le attese, i desideri, i cambiamenti).

L’idea, che attraversa questo libro, è quella che tutti gli operatori devono recuperare “il tempo del pensare”.

Un tempo dove il progettare o, per usare alcuni sinonimi suggeriti da Devoto e Oli (1987) nel Vocabolario della lingua italiana, l’immaginare, l’ideare, il concepire, l’inventare, il creare e l’elaborare possano costituire il motore dell’agire educativo.

Se si educa per favorire un cambiamento, non possiamo pensare a un educatore che nel progettare non attivi pensieri rivolti al futuro, pensieri che comprendono anche la dimensione del sognare, visto che, per dirla con le parole di Danilo Dolci, «ciascuno cresce solo se sognato».                                       B.T.

AA. VV.

Fuori casa

In Nuovi Argomenti, n. 29, V serie, gennaio-marzo 2005, Mondadori, Milano, E 10,00

Ecco la prima vera antologia di scrittori migranti. Finalmente una scelta fatta con competenza che privilegia la qualità e appare fin da subito radicalmente diversa dalle altre piccole antologie che case editrici minori o più spesso centri di volontariato hanno messo insieme finora. Nella presentazione (breve ma molto chiara) di Carola Susani e Mario Desiati vengono messi in luce i criteri della selezione: dare spazio ad una letteratura di scrittori stranieri di lingua italiana che non sia solo di testimonianza, privilegiare autori giovani che non siano ancora conosciuti dal grande pubblico, dando quindi all’antologia un ulteriore taglio generazionale. In un panorama critico (quello della letteratura migrante di lingua italiana) che fino a questo momento poco ancora si è occupato degli elementi squisitamente letterari e linguistici delle opere analizzate privilegiando più che altro un taglio socio-antropologico, questa scelta appare l’inizio o almeno il tentativo di calarsi in una nuova dimensione critica.

Le storie che vengono presentate sono diverse; tutte però esprimono un disagio che non è soltanto tipico del migrante, ma è una ricerca di identità e una difficoltà a comprendere e far accettare la propria diversità comune a tutti i giovani contemporanei. È interessante notare come la stessa scelta degli autori delinei già i tratti salienti di questa nascente letteratura: spiccano la presenza femminile, la provenienza di molti autori dalle ex colonie italiane e lo sfondo politico di molti scritti; una parte importante la recitano inoltre gli scrittori e le scrittrici dell’Europa dell’Est e di paesi con gravi situazioni politiche come la Palestina e il Congo.

Se Ingi Mubiayi, di origine egiziana, riprende la felice tradizione anglosassone e rappresenta con ironia i problemi e gli equivoci di una famiglia multiculturale, le ricerche di Cristina Ubax Ali Farah e Igiaba Scego, italo-somale, vertono piuttosto sul racconto orale di una comunità nel primo caso e sull’impegno sociale nel secondo. Sono tre autrici che cominciano solo adesso ad essere conosciute anche se Igiaba Scego ha pubblicato nel 2004 il romanzo Rhoda per le edizioni Sinnos che, grazie anche all’interessamento di Erri de Luca, ha avuto un discreto successo di pubblico.

Di tre autori in questa raccolta sono stati pubblicati passaggi di romanzi: è un fatto molto importante questo, perché testimonia un’evoluzione fondamentale nella letteratura migrante, dove gli autori, grazie a sempre maggiori competenze linguistiche, stanno lentamente abbandonando la via del racconto breve. Fra questi tre autori la greca Riganatou merita una menzione speciale, essendo stata una delle prime scrittrici straniere di lingua italiana ad essere conosciuta e pubblicata. Un suo scritto è presente infatti nell’ultima antologia Under 25 di Pier Vittorio Tondelli e, per il suo stile nitido e per la presenza di controversi personaggi femminili, è stata più volte accostata ad Elena Ferrante.

L’augurio è che quest’ottima antologia, nella quale tutti i racconti sono leggibili e godibili ed alcuni davvero interessanti, non resti un caso isolato, ma che contribuisca ad una necessaria svolta critica nell’analisi della letteratura migrante.

Daniele Comberiati

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