Scelti per voi

Angelo Villa,  Il tempo spezzato – La fine dalla cura nel trattamento delle psicosi, Franco Angeli, Milano 2005, Euro 15,00

Il tema della fine della cura nelle psicosi assume nel testo un valore emblematico, che getta una luce diversa su tutta la condizione della cura, diventando così un’occasione per ripensare l’intero tema delle psicosi e delle sue manifestazioni.

“Esse sono accompagnate da verbalizzazioni del tutto particolari, sia a livello dell’enunciato stesso, sia a livello del senso complessivo di quel che il folle dice o lascia intendere. Le sue parole, non meno dei suoi gesti, si attestano spesso intorno a un confine di incomprensibilità, di non interpretabilità, entro cui si assemblano neologismi, letteralizzazioni, costruzioni deliranti, spunti persecutori. L’interlocutore fatica a coglierne il significato, così come, dal canto suo, lo psicotico si trova impossibilitato a fornirgliene direttamente la chiave. Il dramma delle psicosi separa il soggetto dal suo essere, da ciò che vive e prova. Esattamente come nello stesso tempo separa il folle dal terapeuta”.

“Se il trattamento della sintomatologia psicotica costituisce o può costituire una sfida per il terapeuta o l’operatore che si è formato analiticamente, una sfida dinanzi a cui Lacan invita a non ritrarsi, essa chiama specularmente in causa, da parte di questi, una disponibilità e un’attenzione non comune, calibrate attorno a una forma d’ascolto e d’intervento del tutto particolari”.

Potremmo dire che questi sono i due punti cardine intorno ai quali ruota il testo: il primo cerca di delineare lo specifico delle psicosi rispetto alle nevrosi, individuando la differenza come strutturale e non solo fenomenica, il secondo cerca le coordinate rispetto a cui situarsi nella conduzione della cura. Solidale ai due punti è la ricerca di una prospettiva logica che guidi il trattamento, permettendone la trasmissibilità e la comunicazione, fuori da facili essoterismi che permeano spesso l’esposizione dei casi, uscendo da una dimensione psicologica che sfocia o nel miracolismo o in una supposta empatia che nel comprendere salta il nodo del capire. Proprio il capire è la trama segreta del testo, riferendolo al sapere come parametro, e da lì ricavando la posizione che si occupa nella cura delle psicosi. L’esperienza clinica e l’esposizione dei casi impediscono di cadere in una ripetizione del già noto fatta per riconoscersi, ma impostano invece un lavoro di scavo che dalla clinica interroga la teoria, ne mostra i punti ancora deboli, evitando che il sapere saturi a priori la pratica.

Un’ osservazione su un tema che mi sta molto a cuore, quello del tempo, su cui il testo offre più spunti originali attraverso una lettura puntuale del saggio di Lacan Il tempo logico e l’asserzione di certezza anticipata. Questa rilettura permette una formalizzazione differente tra tempo della cura e conclusione della stessa nelle nevrosi e nelle psicosi, riuscendo a sottolineare la differenza tra interruzione e conclusione anche nel campo delle psicosi.

Attraverso la sovrapposizione e compresenza di un tempo lineare e di un tempo circolare, distinguendo tra simultaneità e sincronia, viene evidenziato come il passaggio dalla prima alla seconda caratterizzi la possibilità di cogliere il movimento della cura tracciando una traiettoria che và dalla conclusione della cura nella direzione di “ripristinare una temporalità dal lato del soggetto, una temporalità non subita”.

L’ultima osservazione riguarda una delle due appendici, quella dedicata a Beckett. L’ho trovata interessante per il modo di ripensare la relazione tra depressione e lutto. “La melanconia non si oppone al lutto, ma lo incontra. Paradossalmente si direbbe che il lutto fornisca una certa qual articolazione alla depressione. Esso gli fornisce una causa. Ciò significa che pone la dimensione della mancanza sul versante dell’Altro… La depressione in Beckett, precede l’esperienza del lutto. L’impatto con quest’ultimo slatentizza un processo di fantasmatizzazione… Esso comporta il palesarsi di un vuoto nel soggetto che rinvia direttamente alla percezione di una mancanza nell’Altro o più ancora, in questo caso, dell’Altro”.

Duccio Demetrio, Filosofia del camminare, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2005, pp. 292, Euro 14,00

I testi precedenti di Duccio Demetrio, assumono una valenza diversa alla luce della sua ultima opera. Se i primi erano dedicati alla narrazione come sintesi a posteriori, questo testo cerca di individuare le condizioni per cui una narrazione divenga possibile. La differenza risulta evidente, e costituisce un parziale spostamento rispetto alle opere precedenti.

Se nelle prime poteva sembrare che la narrazione chiudesse il cerchio, facendo della parola il mezzo per esaurire l’esperienza, questo nuovo testo si spinge oltre, cercando di cogliere quel che sfugge al linguaggio, che non trova le parole, a volte neanche a posteriori.

Il camminare diviene nuova metafora del narrare, cogliendo a posteriori il percorso, ma evitando di lasciarsi imbrigliare dal percorso stesso, di ridurre il cammino a percorso. “Non facciamo altro che muoverci, la sensazione di non andare da nessuna parte o di non essere mai partiti, talvolta, può però sorprenderci e invitarci a meditare sulla questione”.

Proprio la sorpresa, il lasciarsi sorprendere diviene una chiave di lettura possibile del testo. Evitato un sapere che indichi la retta via, la via sicura e certa, possiamo scegliere tra vivere nella nostalgia di questa perdita, oppure assumere la perdita come condizione dell’esistenza che ricomprenda la sorpresa “ …viviamo lo stupore dal quale si origina il pensiero e dunque la filosofia, ammirando le cose, non solo rendendole un problema… Una strada del resto non la conosci mai se non ti fermi, non la ripercorri”.

Nell’ammirare si situa un rapporto con il mondo di carattere conservativo, una possibilità di conoscenza che non dissolve né esaurisce il mondo nell’atto del conoscere, ma cerca di conservare qualcosa dello stupore, della discontinuità che il conoscere introduce, della frattura che cogliamo tra la sorpresa, l’essere sorpresi durante il cammino, e le parole, il limite che il linguaggio introduce senza il quale però l’esistenza sarebbe solo un caos indicibile. Cogliere la frattura non significa condannarsi all’afasia, ma solo assumersi la presenza e necessità di questo limite, conservare memoria di qualcosa che ci sfugge: “Dove
si chiarisce in che consista una meditazione che vuole farsi abitare da quel che si trova in cammino, senza consumarlo nell’erudizione.”

Opporsi all’erudizione come consumo, come passaggio rapido tra cose e cose, tra saperi e saperi, quasi un elogio della lentezza come diceva Calvino. Un rimando ad un tempo segnato dalla soggettività, in bilico tra un prima e un dopo che dà senso al prima, precipitandolo in una conoscenza che quando avviene ci sorprende, trovare e lasciarsi interrogare da quel che si incontra. Questa ci sembra l’apertura più importante del testo.

Un breve accenno ad un possibile senso del camminare, del mettersi in strada come invito ad uscire da situazioni che ci isolano. Nel Fedone Socrate e i suoi discepoli discutono tranquillamente della mortalità e dell’immortalità. All’improvviso il discorso si interrompe per l’irruzione nella stanza della moglie e dei figli di Socrate, per poi poter riprendere alla loro uscita di scena. L’uscire non è forse un invito ad incontrare e lasciarci sorprendere da ciò che è stato occultato all’interno di quella stanza, a cogliere il legame tra la parola e gli affetti, che isolati rendono la parola non solo sterile, ma incapace di cogliere il mondo, di lasciarsi sorprendere dalle irruzioni, dagli eventi non previsti.

Margherita F., Guide pratiche per adolescenti introversi, Einaudi, Torino, 2005, pp.133, Euro 12,00

Margherita F.: attenzione a non fare facili e presupposti collegamenti con Melissa P., in questo periodo evidentemente favorevole alla pubblicazione di scritti adolescenziali femminili, e tantomeno con il ricordo di Christiane F., autrice, negli anni ‘80, di Wir, Kindern von Bahnhof Zoo (Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino). Come, forse, si può già dedurre dalla “leggerezza” del titolo del libro di Margherita, il contenuto di queste pagine non è così scabroso come quello dell’opera di Melissa (e qui si potrebbe obiettare, con piena ragione, che anche 100 colpi di spazzola prima di andare a dormire può non evocare assolutamente niente del contenuto del diario), ma si risolve in una descrizione, piena di immagini iperboliche, acerba e contraddittoria, senza pietà, tenera, ironica, auto-ironica, fatta di amore e odio, del rapporto tra lo sparuto gruppo degli Adolescenti Introversi dalla pupilla annebbiata, amante di Kurt Cobain, dei puffi e dei classici della letteratura, cui lei appartiene, gli Adolescenti Elettrici, schierati invece dalla parte di Avril Lavigne, di Winnie the Pooh, di Brad Pitt, semianalfabeti e i microcefali Adulti come i Babbi Natale e le Signore Citrulle. Comunque un collegamento tra la nostra guida e i 100 colpi di spazzola esiste, dal momento che è la stessa Margherita a citare l’opera di Melissa nei Diciassette modi per ottenere l’affetto dei tuoi coetanei (o più semplicemente: Di come omologarsi): “16) Leggi pubblicamente Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire, della oramai celeberrima Coetanea Estroversa Melissa.P. Se senti il bisogno di parlare di quell’ulteriore sputtanamento della nostra generazione, utilizza una delle seguenti opinioni prefabbricate: Opinione 1: “Melissa P. è una truffatrice, perchè non può aver fatto certe cose, ma ho letto il libro dato che ne parlavano tutti (e mi è sembrato scritto molto bene)”. Opinione 2: “Melissa P. non è una truffatrice, perché è impossibile descrivere così dettagliatamente certe cose senza averle provate”. (N.B.: questa però è una tesi da utilizzare solo in compagnia di gente veramente stupida, poiché sostenendola si potrebbe tranquillamente dire che Dante si è fatto un giro all’Inferno)”.

La citazione serve anche a dare il senso di quello che si può trovare leggendo un manuale di sopravvivenza di un’adolescente “fuori dal coro” (o che si sente tale), che vive in una città di provincia del ricco Nord-Est e che ha cominciato a scrivere un diario on-line (un blog) per raccontare le proprie frustrazioni relative a un apparecchio per i denti molto invasivo: lo consiglio un po’ a tutti, coetanei, genitori, insegnanti, educatori e vecchi tromboni come me, che spendono buona parte delle loro energie professionali a pontificare sulla natura degli adolescenti di oggi.

Emma Tellatin, Tracce per la costruzione di un percorso al femminile, Borla Edizioni, Roma, 2006, Euro 25,00 (di prossima uscita)

Tracce per la costruzione di un percorso al femminile documenta un’esperienza di lavoro teso a far acquisire ai partecipanti, attraverso la rielaborazione del proprio vissuto e la sua esplicitazione all’interno dei gruppi, una maggiore consapevolezza della realtà personale. Un’esperienza durata tre anni e frutto di una collaborazione tra l’azienda U.L.S.S. 3 di Bassano del Grappa, l’assessorato ai Servizi Sociali del Comune di Marostica e un gruppo di progetto.

L’esperienza attraverso i gruppi operativi ha dato voce al desiderio di superare la dispendiosa dissociazione che notoriamente la donna vive “strattonata” tra i compiti familiari e la carriera professionale, tra l’ascolto di valori intimi e l’esercizio dell’efficienza ad ogni costo: quando queste finalità permangono nella contrapposizione si prestano a generare vissuti ambivalenti sfocianti in disagio, talvolta in malattia.

Il lavoro nei gruppi ha visto i partecipanti approssimarsi alla consapevolezza che in ogni persona, indipendentemente dal sesso, alberga una componente maschile ed una femminile, il cui riconoscimento consente di legittimare, valorizzare e ricercare una fertile complementarietà tra l’uomo e la donna.

Di volta in volta la riflessione gruppale veniva “pungolata” da un argomento presentato attraverso?n’informazione teorica di impronta psicodinamica corredata da pellicole cinematografiche, versi poetici ed opere d’arte.

Il legame di coppia nel contesto familiare ed il suo dispiegarsi attraverso armonie e dis-armonie: come affrontare ed elaborare i momenti di crisi; la donna in bilico fra opportunità e conflittualità: la costruzione dell’identità femminile attraverso spazi, tempi e rapporti; il bambino nella mente dei genitori: l’attesa, le fantasie della mamma e del papà; essere genitori oggi, dalle fantasie ai ruoli: come recuperare la naturalità del ruolo materno e paterno; le fiabe come lettura dell’animo infantile … affinché l’adulto possa conservare le tracce del bambino che è in lui: queste le pietre miliari che hanno segnato il cammino di questa prossima pubblicazione. I partecipanti cimentandosi nella scrittura creativa, hanno fatto salire alla ribalta ciò che la quotidianità relega dietro le quinte della nostra esistenza. Come si legge in una partecipata post-fazione del Sindaco del Comune di Marostica

“I protagonisti di questa esperienza ci ricordano che viviamo in un “groviglio” di relazioni, di legami che, assumendo di volta in volta configurazioni nuove ed arricchenti, costantemente si intrecciano e si sciolgono. A noi spetta cogliere il significato vero della crescita che si realizza a patto di riconoscere e di tollerare la “pena interiore” come qualcosa che nobilita l’umana esistenza e la arricchisce di riflessione, pensiero e creatività.”

L’esperienza triennale documentata in questo “scientifico resoconto” conferma il bisogno cogente di accompagnare e sostenere la donna e l’uomo in questa difficile fase culturale.

Tracce per la costruzione di un percorso al femminile, non voleva mettere in “bella mostra” un sapere elitario, né promuovere grandi dibattiti che solitamente richiamano affollate assemblee, occasioni dove la sovrabbondanza di messaggi e indicazioni co-stringe i partecipanti a cogliere solo gli aspetti coincidenti con le proprie abitudini e convinzioni e a lasciar cadere gli spunti che potrebbero invece promuovere la rivisitazione dei propri punti di vista.

E come riporta il direttore dei Servizi Sociali, citando Bleger e il suo Gruppi operativi nell’insegnamento, “La cosa più importante nel campo della conoscenza non è di disporre di una informazione definitiva, ma di possedere strumenti di soluzione dei problemi che si presentano in questo campo. Chi si sente detentore di una informazione ultimata annulla le sue possibilità di apprendere e di insegnare in modo veramente proficuo”.