Scelti per voi

 

SCELTI PER VOI

 

Cristiana La Capria

A fuoco lento

L’Autore Libri Firenze, Firenze 2012, pp. 116, € 11,50

Un certo stridore nel petto fu avvertito da Giuliana che osservava di lontano un uomo incappottato e inguantato che ravanava nella spazzatura, del tutto incurante dello sguardo incuriosito e imbarazzato dei passanti. Un mendicante, un senzatetto, un accattone; ecco cosa pareva. Invece era il suo docente di letteratura. Un sentimento di rabbia aveva preso il posto della tristezza.” Delicato e inflessibile a un tempo questo romanzo affonda la lanterna nelle pieghe intime di una storia controversa che unisce due soggetti così lontani per età, genere ed esperienze, come un professore ed una alunna. Distanti, eppure così avvinghiati nell’anima da non potersi slegare dal nodo. Entrambi si portano dietro dolorose esperienze familiari e si sostengono a vicenda nell’affrontare le pene e i disagi connessi alle rispettive famiglie. La penna di Cristiana La Capria con tocco delicato sfiora senza invadere la sottile fragilità del sentimento che nasce dentro le pareti di una scuola e si porta fuori da essa. La caratterizzazione dei personaggi, del loro mondo interno, dei loro fantasmi è simile a un ritratto impressionista che mette in luce ciò che di solito è appannato e lascia sullo sfondo l’ovvio. Si intravedono alcuni sprazzi, deformati per altro, della città di Napoli che fa da palcoscenico all’intreccio il quale si nutre di spunti insoliti eppure effettivi come il docente che sprofonda le braccia nel cassonetto della spazzatura, ma non certo per fare ciò che tutti immaginiamo. La pericolosità di alcuni sentimenti che vanno maneggiati con cura ci porta ad appassionarci e anche ad avvertire come nostra la vicenda che succede ai due protagonisti i quali si ritrovano a un certo punto di fronte all’arte culinaria e alle sue strategie di cottura come metafora della formazione della loro stessa storia che cuoce a fuoco lento.

La scrittura è vorticosa, trascina verso la storia, porta a voltare pagina, è un vero e proprio “page-turner” come direbbero gli inglesi; diciamo che fin dalle prime righe crea uno stato di dipendenza da cui ci si disintossica solo all’ultima pagina. Dopo, la storia prosegue nel nostro immaginario. La lettura è per chi è inserito nel mondo della formazione e dell’educazione, per chi si vuole innamorare, per chi apprezza la buona narrativa.

Simona Galli

 

Mariangela Giusti, Marta Franchi, Tullia Gianoncelli, Anna Chiara Lugarini

Forme, azioni, suoni per il diritto all’educazione. I laboratori nella formazione degli educatori e degli insegnanti

Guerini scientifica, Milano 2012, pp. 266, € 23,50

Il volume Forme, azioni, suoni per il diritto all’educazione, di M. Giusti, M. Franchi, T. Gianoncelli e A. C. Lugarini, edito da Guerini, è un libro dedicato in particolar modo ai docenti e agli educatori, ma anche a tutti coloro che, interagendo con bambini e ragazzi, con gruppi di adolescenti in contesti diversi, si occupano di educazione e di formazione. L’obiettivo del libro è fornire suggerimenti e strumenti sia teorici che pratici per aiutare chi ha il compito d’insegnare ed educare a sviluppare percorsi educativi e formativi sul tema dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Il punto di riferimento dei laboratori presentati all’interno del volume è, infatti, la Convenzione sui diritti dell’Infanzia, un documento non sempre molto noto ai neoinsegnanti e ai neoeducatori ma in realtà fondamentale da conoscere e fare proprio.

Nato in seguito a due edizioni di Il diritto dei bambini, realizzate presso il museo della Triennale di Milano grazie alla collaborazione tra l’Università Bicocca, Facoltà di Scienze della Formazione e il museo stesso e con il supporto della Cooperativa Stripes, il volume presenta una ricca varietà di laboratori realizzati con gruppi di bambini e di ragazzi che, attraverso percorsi diversi, sono stati messi nella condizione di prendere parte ad esperienze e riflessioni sui diritti.

I percorsi sono molto vari sia per i temi che affrontano (i conduttori hanno scelto di mettere a fuoco uno o più diritti specifici della Convenzione), sia per le modalità, i linguaggi e gli strumenti attraverso i quali sono stati realizzati. Hanno però in comune, al di là del riferimento alla Convenzione sui diritti, il fatto di essere stati pensati e realizzati con il coinvolgimento attivo dei giovani protagonisti. Sono percorsi costruiti con e non solo per i bambini o i ragazzi, intendendo con questo l’esplicita intenzionalità di mettere al centro del percorso i partecipanti, ciascuno con le proprie capacità e conoscenze date dall’età e dalla propria individualità. Attraverso l’arte, la musica, il gioco, la manipolazione creativa di oggetti diversi, attraverso giochi di ruolo, narrazioni da ascoltare o a cui prendere parte attivamente, i bambini e i ragazzi hanno modo di conoscere meglio alcuni diritti e possono esprimersi direttamente su cosa sono per loro i “diritti dei bambini”. Non imparano passivamente a riflettere sui diritti ma sperimentano modalità differenti per “agirli”, metterli in pratica, scoprirli.

Tra nuove tecnologie, radio web, esplorazioni di quadri e di giochi di luci, utilizzo del proprio corpo e recupero dell’ascolto, il volume racconta esperienze da condurre in classe o in altri contesti. Gli educatori o i docenti vengono accompagnati nella scoperta di metodologie e di attività attraverso le quali aiutare i bambini e i ragazzi ad acquisire consapevolezza delle loro capacità e potenzialità, della loro possibilità di partecipare e avere voce. L’esperienza realizzata al Museo si arricchisce nel volume di percorsi laboratoriali condotti nelle scuole e di alcuni capitoli più teorici e metodologici, tra cui compaiono tre interventi rispettivamente sul modo di intendere e di pensare la matematica, l’arte e la musica. Questi tre capitoli fungono da spunto per la riflessione sulle singole discipline e su come possono essere proposte ai ragazzi, ma indicano anche tre macro aree a cui è possibile ricondurre i diversi laboratori, legati all’arte e all’immagine, alla musica e alla sonorità, alle forme. Un’altra categoria trasversale attraverso cui leggere i singoli capitoli è data dai linguaggi: la corporeità, la teatralità; la musica e la voce, l’immagine, ecc. Secondo le intenzioni delle autrici, il volume vuole mostrare come i bambini e gli adolescenti, soggetti privilegiati di una serie di interventi pedagogici ed educativi, esplorando linguaggi e strumenti diversi riescono ad rafforzare risorse e ad abilità differenti quali l’immaginazione, l’ascolto, l’interpretazione, l’utilizzo del corpo, la collaborazione con gli altri, la progettazione, la creatività, la manualità, la memoria e il ricordo, l’autonarrazione, il dialogo.

I laboratori proposti sono descritti in modo da essere formativi per chi legge e, per quanto vengano tratteggiate in modo chiaro ed esplicito le diverse fasi di lavoro, i punti metodologici cui prestare attenzione, si presentano più come narrazione di un’esperienza significativa e riproducibile che come ricettario o “manuale per”. Questo perché si ritiene che il lettore possa individuare in modo personale e originale gli elementi su cui porre l’attenzione e strutturare di conseguenza il proprio intervento. Non mancano, tuttavia, indicazioni pratiche che, a partire dalla selezione di alcuni elementi e di alcuni fili rossi scelti all’interno dei laboratori, indicano come poter proseguire i percorsi nel segno della concretezza e della fattibilità, così importanti per chi opera nella scuola. Nei paragrafi “Interpretare e proseguire” il lettore trova suggerimenti per ampliare l’attività descritta nel laboratorio e l’indicazione di risorse utili da consultare individualmente o da condividere con i bambini e con i ragazzi. Un modo questo per uscire dall’idea che un’attività laboratoriale sia un’esperienza isolata e occasionale e per “portare” i diritti, la conoscenza di essi e il loro esercizio all’interno della didattica quotidiana.

 

Chiara Lugarini

 

 

Marco Revelli

I demoni del potere

Laterza, Roma-Bari 2012, pp. 112, € 14,00

Lo scopo che Revelli si assume in questo testo è quello di riportare in luce la genealogia nascosta del potere. Se in occidente lo sforzo di domesticazione del potere si è sviluppato occultandone le radici violente che ne hanno segnato la nascita, il testo ci ripropone il ritorno e la convivenza con queste radici, il riemergere del passato nel presente, la cui ombra segna la nostra esperienza quotidiana.

Nel saggio di Revelli appaiono due miti fondativi minacciosi e malvagi, situati sul confine tra l’umano e l’animale, quasi a segnare un’assenza di confini, o forse la precarietà degli stessi. Il mito della Medusa sconfitta da Perseo, e quello delle Sirene ingannate da Ulisse sono i simboli di un potere che annichilisce gli uomini. La prima attraverso uno sguardo che pietrifica, le seconde attraverso un canto ammaliante che acceca attirando i marinai nel gorgo.

Il nucleo di senso di entrambi i miti viene individuato da Revelli nella capacità degli umani di vincerli attraverso l’uso della tecnica. Lo scudo di Perseo, le corde di Ulisse divengono strumenti di addomesticamento del male, possibilità di oltrepassare il male per fondare la convivenza. Ulisse oltrepassando le Sirene fonda la possibilità del racconto, la possibilità di narrare la storia. L’episodio delle Sirene fa da spartiacque all’interno dell’Odissea tra il vagare cieco e il ritorno a Itaca, segnando la possibilità di una storia che non cede al canto ammaliante che porta alla morte, all’immortalità nel canto della propria morte. Ben evidenzia Revelli il contenuto di quel canto: è un canto che narra le gesta che Ulisse già ha conosciuto sotto le mura di Troia, ma che gli promette attraverso la voce delle Sirene l’immortalità, di rendere la sua vita un mito. Uscendo da questo universo si introduce la possibilità del racconto, il mondo della storia.

Il volto feroce del potere incarnato da Kratos verrà domato dalle mura delle città, confine che include ed esclude (non sarà un caso che la fine della civiltà greca e poi dell’impero romano avverrà proprio a partire dal diritto di cittadinanza). Questo non segnerà la fine della violenza, ma una sua incorporazione nella forma dello stato che la userà contro coloro che contravverranno alle leggi della città.

Ma l’incorporazione, il confinamento del male, pur avendo prodotto forme alte di civilizzazione, non sono riuscite a sfuggire all’incontro e alla connotazione dell’estraneo come totalmente altro da sé, in un’operazione che proiettava sull’estraneo la presenza di un male interno, scatenando così sull’esterno i demoni della violenza, assumendo a norma dello stato la violenza sull’estraneo. Gli esiti dei totalitarismi, in particolare i campi di concentramento con la soppressione degli “altri” con la loro presenza sono lì ad ammonirci su un processo di familiarizzazione che non è dato per sempre, ma ne mostrano invece la precarietà.

Il libro di Revelli diviene allora un’occasione per interrogarci sul potere e sulla sovranità oggi, quando imperativi economici impersonali, o presunti tali, segnano la possibilità di sospensione dei processi democratici, disattivando la legge, aprendo spazi di eccezionalità all’interno del diritto. Se la parola, la possibilità aperta dalla narrazione della storia, e la legge hanno fondato le possibilità di convivenza imbrigliando, o cercando di imbrigliare la violenza del potere, quali sono oggi le possibilità di una loro ripresa, di una riattualizzazione che sappia tener conto di quanto è accaduto?

 

Ambrogio Cozzi

 

 

Duccio Demetrio, Francesca Rigotti,

Senza Figli. Una condizione umana

Raffaello Cortina editore, Milano 2012, pp. 268, € 16,00.

In Cina e Giappone si dice che si è uomini se si è scritto un libro, piantato un albero e fatto un figlio. Non è sicuro che il detto si riferisca anche alle donne, ma comunque porta ciascuno e ciascuna, io credo, a fare un proprio bilancio personale. Inoltre chi è senza figli potrebbe trovarsi a porsi domande sulla propria persona non solo immaginandosi come sarebbe lui o lei in quel ruolo, ma anche su cosa è mancato e cosa fa mancare per sé quell’assenza di esperienza. Per esplorare le implicazioni filosofiche ed esistenziali di questa “condizione umana”, il metodo scelto da Duccio Demetrio e Francesca Rigotti – due filosofi, il primo senza figli, la seconda madre – non è quello di proporre teorie conclusive ma di accompagnare le proprie considerazioni ponendo domande, raccontando storie, facendo parlare i miti e la letteratura e condividendo “qualche racconto autobiografico”. È una idea di filosofia come “portavoce dell’inquietudine umana” che con il proprio discorrere riesce a restituire al lettore e alla lettrice il compito della verifica.

Sicuramente il libro aiuta a tenere aperto un fronte di riflessione che è diventato con il tempo sempre più laico, nulla ormai ostante più l’essere senza figli come scelta personale e non come via verso il Regno dei Cieli. Non si ritiene ufficialmente più insomma che essere senza figli sia per forza il sintomo di un disordine, biologico, psicologico, sociale né morale.

Non deve sorprendere che per parlare di uno stato di assenza, il libro si dedichi anche allo stato di presenza e quindi parte del libro è dedicato anche alla condizione di chi i figli ce l’ha. Questo anche perché nel panorama delle riflessioni filosofiche del Novecento, ci spiega Francesca Rigotti, si deve sottolineare il sorgere della cosiddetta “filosofia della nascita”, di segno opposto rispetto alla più tradizionale “filosofia della morte”: il baricentro dal concetto di fine o di morte si sposta a favore di quello di inizio o di nascita. Secondo le parole di Hannah Arendt, “con ognuno di noi «viene al mondo un inizio»” e a questo punto, potremmo abbandonare la definizione dell’essere umano come “essere mortale” e chiamarci finalmente “esseri natali”.

Sfruttando la differenza di genere della coppia che l’ha
scritto, il testo dà spazio ad un punto di vista dichiaratamente sessuato su vari aspetti della condizione di essere senza figli. È un punto di forza, una modalità di proporre scrivendo il proprio pensiero che diventa uno strumento di ricognizione autobiografica prima e elaborazione concettuale poi. Autobiografica perché insieme al ragionare su come si sta a ritrovarsi con o senza figli, si deve considerare la propria storia inevitabile di figlio o figlia che dal nido in passato se ne andò. Così come, da figlio o figlia, si può ragionare sul fatto che, per non esserci moltiplicati nolenti o volenti, abbiamo interrotto quella catena genealogica che ci ha portato al mondo e che ci riporta al sentirsi piccola parte transeunte di una specie millenaria.

Che significati quindi può proporre lo sguardo filosofico a uomini e donne che scelgono di vivere senza moltiplicarsi? Come vivono da esseri natali la loro condizione? Il fatto che si trovi sempre più “naturale” e “normale” non avere figli comporta il rischio che non si rifletta più di tanto. Si trascura così di entrare in contatto con la dimensione che Demetrio chiama di lacuna filiale, verso cui “l’inconscio genetico e collettivo ha agito costringendoci a farci carico tanto di una mancanza palese quanto di una assenza latente” e rispetto alla quale bisogna aver cura. L’inquietudine filosofica che se ne genera deve essere benvenuta, essendo il confronto con la genitorialità un tema ricco di questioni cruciali. Anzi, è importante secondo Demetrio che la lacuna “non possa mai conoscere una definitiva sutura”.

 

Massimo M. Greco

 

 

Stefano Ciccone, Barbara Mapelli (a cura di)

Silenzi. Non detti, reticenze e assenze di (tra) donne e uomini

Ediesse, Roma 2012, pp. 216, € 14,00

Come già dal titolo, questo volume va a mettere il dito su questioni spesso sfiorate ma mai affrontate appieno nei dialoghi – fra donne, fra uomini, e fra uomini e donne – che si sono instaurati sulla scia del femminismo e dalle trasformazioni da esso innescate. Il riferimento è innanzitutto a un “silenzio maschile” rispetto alla propria funzione sociale, alla costruzione della propria soggettività e a come il femminismo ha avuto un impatto su tutto ciò, trasformando la posizione degli uomini verso i figli, nella coppia e sul lavoro. Esistono poi dei silenzi anche da parte “femminile” che riguardano l’esperienza individuale di quelle conquiste di libertà, emancipazione e parità alle quali le donne sono approdate collettivamente.

Cercando di sintetizzare i quattordici saggi raccolti in questo volume attorno ad alcuni temi comuni, trovo che i contributi di Barbara Mapelli, Elisabetta Cibelli e Lea Melandri siano quelli che più di altri si rivolgono al femminismo, proponendo una visione diversa della relazione fra donne femministe. Mapelli e Cibelli, in particolare, si confrontano con il tema della “liberazione” nel femminismo contemporaneo: Mapelli, auspica una riattualizzazione di questo termine (in contrapposizione a “libertà”) nei discorsi delle donne di oggi; mentre Cibelli prosegue con una riflessione dal carattere più filosofico in cui il significato della parola “liberazione” viene ricondotto all’importanza della differenza e del riconoscimento fra donne, di generazione in generazione. Lea Melandri, da parte sua, problematizza il fatto che il tema dell’amore sia stato un tabù per il movimento delle donne e per il femminismo. È mancata, per Melandri, l’analisi di un sentimento la cui importanza emerge tristemente negli episodi di violenza su donne e bambine spesso agiti proprio da quegli uomini che le “amano”: padri, fratelli, mariti e amanti.

Il tema della violenza assieme a quello del potere e dell’autorità sono centrali anche nei saggi che riguardano il rapporto con le donne a partire da un punto di vista maschile. Il primo di questa serie è il contributo di Stefano Ciccone sul tema del “rancore” degli uomini verso le femministe. Si tratta di un rancore palpabile in casi come la strage perpetrata da Marc Lépine nel 1989, il cyberstalking contro siti e blog di donne, le affermazioni di gruppi quali “Uomini 3000”, “Uomini Beta” o il GESEF, oppure nei dibattiti attorno alla violenza domestica, al divorzio e l’affidamento dei figli. Per Ciccone, è urgente comprendere questo rancore maschile riconoscendo in esso sia “il figlio del cambiamento” dei ruoli di genere, sia il “sintomo di invarianze” che permangono a dispetto di esso. I saggi di Alberto Leiss e Marco Deriu proseguono nell’affrontare la questione del potere e dell’autorità soffermandosi sulla costruzione dell’identità maschile nella storia in contrapposizione all’attuale crisi dei modelli di virilità. In entrambi, emerge il tentativo di delineare possibili sviluppi della relazione fra uomini, così come fra donne e uomini, in senso non gerarchico e lontano da presupposti di genere.

Sia la critica al femminismo contemporaneo che il tema del potere maschile tornano a essere centrali nel saggio sul fallocentrismo scritto da Sveva Magaraggia e Harry Blatterer. Assieme sostengono l’importanza di mantenere al centro della teoria e prassi femminista la questione della simbologia legata al fallo (in contrapposizione al pene) che, pur essendo un cavallo di battaglia del femminismo della prima ora, è stata poi messa in secondo piano rispetto ai temi della liberazione sessuale e delle sessualità alternative. Il fallo, tuttavia, è ancora saldamente al centro dell’orizzonte normativo dominante, in modo diverso ma egualmente opprimente sia per le donne quanto per gli uomini.

Passiamo quindi ai contributi di Annalisa Marinelli, Salvatore Deiana e Andrea Bagni in cui i temi centrali sono le questioni della cura e dell’educazione di bambini e adolescenti in una prospettiva libera da ruoli di genere preassegnati. Il punto di vista adottato in questi saggi è quello di padri, educatori e insegnanti sulla base di esperienze in prima persona o interviste in profondità. Emerge così la difficoltà, ma anche l’importanza per gli uomini di sperimentare modi nuovi di entrare in relazioni pedagogiche e di accudimento.

In chiusura, vorrei citare brevemente gli ultimi quattro saggi del volume che hanno in comune l’effetto di destabilizzare una visione omogeneizzante del rapporto fra donne. Eleonora Cirant lo fa mettendo in questione la maternità come destino per tutte le donne a cui contrappone la necessità di scegliere “a partire dal cuore” se e quando diventare madri a fronte, in particolare, della precarietà della condizione lavorativa di molte. A lei fa eco Chiara Martucci che al tema della precarietà del lavoro dedica un vero e proprio abecedario, partendo dalla A come “autodisciplina” fino alla T di “The end”. Martucci affronta così la lontananza rispetto agli uomini e alle generazioni precedenti (di donne e uomini) nel suo vissuto come “ex giovane precaria” alla perenne ricerca di un lavoro e di un compenso a esso adeguato. Isabella Peretti e Iuliana Militaru, infine, nei loro saggi esplorano entrambe, sebbene in modo diverso, la questione del razzismo e come essa entri per molti versi nella relazione fra donne. Se Militaru parte dalla sua esperienza personale come donna romena recentemente stabilitasi in Italia, capace di superare il silenzio forzato cui l’isolamento iniziale l’aveva condannata; Peretti invece guarda al funzionamento della politica (dalle amministrazioni comunali fino al parlamento) per mettere in luce le dinamiche di “razzismo materno” e “razzismo di prossimità” delle quali molte donne sono protagoniste.

Sabrina Marchetti

 

Matteo Schianchi

Storia della disabilità. Dal castigo degli dèi alla crisi del welfare

Carocci, Roma 2012, pp. 224, € 18,00

Matteo Schianchi è un ricercatore che studia Storia della disabilità presso la prestigiosissima Ecole des Hautes Etudes di Parigi. In passato, per i tipi della Feltrinelli, aveva già pubblicato un saggio sull’argomento dal titolo: La terza nazione del mondo. I disabili tra pregiudizio e realtà. Ben venga, dunque, questo nuovo testo che indaga una problematica a dir poco o nulla considerata dagli stessi storici, in primis. Un effetto ulteriore,
in fondo, del processo di marginalizzazione che la società “normale” ha messo in atto (e che, per altro, continua a riproporre) nei riguardi della disabilità; un effetto che, per estensione, si propaga anche nell’ambito dell’analisi storica dell’intera questione.

Come psicoanalista sono rimasto sorpreso dal fatto che Schianchi abbia sviluppato la sua ricerca a partire da una menzione edipica. Le figure che animano la sequenza generazionale maschile dell’eroe sofocleo sono infatti segnati da un’invalidazione che li connota, dalla difficoltà, cioè, di “camminar dritto”. Labdaco, padre di Laio, il suo nome significa “zoppo”, Laio, il padre di Edipo, “sbilenco” e Edipo, “piede gonfio”. Levi-Strauss, il grande antropologo, sottolinea in proposito come la menomazione abbia qui un carattere fondativo, nella misura in cui identifica la gravosa e laboriosa appartenenza dell’uomo alla Terra, posta giusto all’interno dell’inconciliabile opposizione tra dimensione divina e dimensione terrena.

Da questa premessa mitologica, l’autore dischiude poi il tragitto che dall’antichità lo conduce ai giorni nostri. Impressionante è la mole dei riferimenti presi in esame, ordinati in maniera articolata e ben scandita tra epoche e culture differenti. Lo spettro dell’analisi che Schianchi disegna è quanto mai ampia e ricca, come se non volesse trascurare alcun aspetto di una realtà, comunque, complessa e sfaccettata.

Nel passaggio dal mito alla storia, si direbbe che il testo ci confronti con un ribaltamento radicale di prospettive. Della fondazione si perdono le tracce, si dissolve la memoria, inconscia o meno che fosse, della sua presenza, nel mentre si evidenziano le strategie di segregazione che la società pone in essere. Esse sono indubbiamente uno specchio fedele dei fantasmi che la disabilità sollecita nell’immaginario della cosiddetta normalità, il “perturbante” freudiano che non si rassegna a trovar pace. Classificare, espellere, raddrizzare, educare… E’ un’intera gamma di condotte, di pratiche e, dietro questa maschera, di agiti, soprattutto, esperienza insegna, a mobilitarsi intorno al disabile e, in special modo, al suo corpo. Col trascorrere degli anni, molto sembra cambiato, ma forse, guardando le cose da vicino, non troppo. E’ un pensiero e, ancor più, una constatazione che spinge a rileggere il passaggio poc’anzi evocato.

E’ lecito, infatti, ipotizzare che queste strategie, diverse e tra loro complici, abbiano contribuito a costituire nel corso della storia un tacito e rinnovantesi atto di fondazione della normalità, ma al negativo, se così si può dire. Basato cioè proprio sul rigetto di quel che non era sufficientemente abile, adeguatamente conforme ai parametri di una normalità spesso poco normativa? Se l’ideale, d’altronde, attiene sempre un concetto astratto, una supposizione teorica o immaginaria; la disabilità, al contrario, ci conduce a una cifra di realtà cruda e intollerabile: al corpo deforme, alla mente che sragiona o che fatica ad abbozzare una riflessione minima. Impossibile eludere questa verità. Da qui, la (mia) conclusione: è “normale” tutto quel che prende le distanze da questa dimensione, da quest’insopportabilità?

Il libro di Schianchi conclude il suo tragitto lasciandoci sulla soglia della attualità, della sue convenzioni, delle leggi e procedure. Peccato, perché in un testo utilissimo per qualsiasi operatore (ma non solo, ovviamente), è il capitolo che sembra forse cercare una direzione, un taglio interpretativo rispetto al quale orientare il lettore. E’ la scommessa più difficile, forse, proprio perché contingente? Ci piace pensare che “Scenari della contemporaneità”, ultimo capitolo del saggio, sia un ottimo trampolino di partenza per un prossimo testo di Schianchi che indaghi la questione della disabilità nell’epoca che viviamo. E’, in fondo, una lettura di cui abbiamo tutti notevole bisogno.

Angelo Villa

 

 

 

 

Bob Dylan

Tempest

Columbia, 2012, € 20,50

 

Neil Young, Crazy horse

Psychedelic pill

Warner Bros, 2012, € 20,90

 

Dylan LeBlanc

Cast the same Old Shadow

Rough Trade, 2012, € 17,90

 

Beirut

Gulag Orkestar

Ba Da Bing!, 2006, 19,50

 

 

Scrive Christian Rocca nella sua rubrica Gommalacca sul domenicale del “Sole-24 ore”, il 16/9/2012: “La creatività di Bob Dylan andrebbe studiata alla Nasa, al Mit, al Politecnico di Milano. Nessun musicista della sua generazione e non solo, con l’eccezione saltuaria di Neil Young, è ancora in grado di sfornare album meravigliosi come sua Bobbità”. Può bastare? L’ultima fatica del genio di Duluth, Minnesota, è un ennesimo capolavoro, il suo disco più bello da un po’ di anni in qua. Una sofferta meditazione sul dolore. Si chiama Tempest, senza l’articolo, giusto per non confonderla con la celebre pièce del grande bardo inglese, Shakespeare, per chi non l’avesse capito. Il livello, il metro di misura, ormai, è quello… E scusate se è poco!

Ma, ora non voglio parlare di Dylan, già fatto in precedenza: è come sfondare una porta aperta. Andiamo avanti, dunque. Si diceva, per l’appunto, di Neil Young, “the loner”. Anche lui, il  “vecchio” Neil ha sfornato un nuovo cd. Un disco di ottima qualità che ha entusiasmato anche i critici più severi, ma che per ,quel che mi riguarda, mi ha soddisfatto, ma non del tutto… O, meglio, un brano mi ha esaltato sino ad ascoltarlo sino alla nausea. E’ il meraviglioso “Driftin’ Back”. Una canzone, si fa per dire, che dura la bellezza di quasi mezz’ora. Uno schiaffo in faccia alla paranoia economicista della musica commerciale, delle radio che non possono trasmettere pezzi che non superano qualche minuto… Young lancia la sua sfida e la vince, almeno nel coraggio e nella genialità. Un cavaliere rock spalleggiato dai suoi fidi compagni di sempre, cioè Cavallo Pazzo, alias Crazy Horse. “Driftin’ Back” è una ballatona che seduce e conquista l’animo dell’ascoltatore; non lo annoia, ma lo rapisce nelle sue spirali ritmiche che si vorrebbe non avessero mai termine. La voce, unica e inconfondibile, di Young fa il resto.

Il cd è doppio (meglio abbondare che…) si chiama Psychedelic Pill. Le altre canzoni sono belle, specie “Walk like a giant”, secondo me, ma “Driftin’ Back” vale l’intero cd. Per i fan più scalmanati, ammesso che ne esistano ancora, ma quelli ci sono sempre, o che resistano a quelli che De André chiamava “gli insulti del tempo”, va segnalata l’uscita della biografia, per ora in inglese dal titolo Waging heavy peace, più o meno, se non erro, traducibile con un “portando avanti una pace profonda”. Il padre di Neil pare fosse un giornalista che ha scritto una marea di libri, e la madre… beh, una donna tostissima, persino troppo, persino… Non mi sta proprio per nulla simpatica. Leggetevi Shakey, la biografia di Jimmy Mc Donough, edita da Vintage Books, esaltata pure dall’irreprensibile “Guardian”.

Certo, voi direte, cos’è una biografia a fronte delle schiere di dylanologi che sparano tesi e deliri su sua Bobbità? Young è Young (bella l’intensa versione acustica che Rickie Lee Jones, ex fiamma di Tom Waits, fa di un suo celebre pezzo, “Only love can break your heart”, nel recente The devil you know, anche se l’intero album manca un po’ di slancio, di vitalità…), per quanto, si perdoni la tautologia, Dylan è Dylan, bene non dimenticarlo. Ma c’è Dylan e Dylan, e qui, scusatemi, arrivo al dunque. Ancora Dylan?, sbufferanno i più. Hanno ragione, ma, un attimo di calma, non siate precipitosi. Sto parlando di quello che definirei, senza dubbio, come il più bel cd dell’anno. Lui si chiama Dylan, of course, ma Dylan LeBlanc. Il disco, stupendo, non fatemi sprecare aggettivi che poi, alla fin fine, sono sempre gli stessi è Cast the same old shadow. Disco in bianco e nero, ma… Lui ha l’aria di un giovane Werther con il sembiante paradossale di Simon Le Bon. Che dire? Mumble mumble… LeBlanc, Le Bon… Mah, mi sto perdendo, meglio fermarmi.

Il disco è perfetto, non una canzone fuori tono o sbagliata. E’ melanconico, certo. Struggente e convincente:
una perla rara. Più lo sentite, più non riuscite a farne a meno. La voce di Dylan (LeBlanc) è calda e seducente, non come i latrati, a suo modo fascinosi, del vecchio Dylan (Bob).

Si inizia, tanto per farvi intuire il clima, con “Part one: the end”. Comincia così: “Innocenza dove sei adesso?/Mi hai lasciato qui ad affogare/nella saggezza dietro cui ti nascondi/che sempre mi abbandona/”.

E, per concludere, una citazione inusuale e del tutto casuale che mi è stata involontariamente suggerita dalle pagine di una rivista che apprezzo assai e che si occupa di letteratura. E’ “Pulp”, recentemente festeggiava il suo numero cento, dedicato in larga parte agli scrittori russi. In prima pagina, il faccione inquietante di Putin, all’interno un lungo articolo ben fatto sui “figli” contemporanei di Tolstoi e company. Che c’entra?, voi direte. Sfogliandolo mi è caduto l’occhio sulla copertina di un libro che riproduceva una bella foto che, già, a suo tempo mi aveva affascinato. Il testo raccoglie racconti di vari narratori russi e s’intitola Il secondo cerchio ed è edito da Tropea. D’accordo, continuate a non capire. Un attimo, sto arrivando. La foto inquadra due donne, appoggiate sul cofano di una vettura. Paiono una sorta di Thelma e Louise in versione slava. Una, di lato, ha l’aria assorta e virile, come se cercasse di scandagliare il futuro, quella in evidenza, costretta a forza in un improbabile tubino nero, si guarda le gambe, non esattamente quelle di una ballerina del Bolscioi. E’ la Russia, ragazzi! Ebbene, la stessa foto compare sulla facciata di un cd di uno dei gruppi in assoluto più interessanti in circolazione. Come giustamente testimoniano gli Awards ricevuti. Sto parlando dei Beirut. Loro sono americani, non ho la più pallida idea del perché si siano dati come nome quello della tormentata capitale libanese. Non suonano canzoni arabeggianti o di quelle parti. Le loro sonorità rinviano all’Est europeo, a sonorità balcaniche ma filtrate con una sensibilità rock, alla REM o, se volete, alla Radiohead… Niente “zumpa zumpa papà”, stile Bregovic o Kusturica, per intenderci. Ascoltateli, non deluderanno, in particolare sedurranno le orecchie curiose, fameliche di uscire dalle abitudini eccessivamente consolidate. Il cd con la foto menzionata, che ha anche un suo retro, è Gulag Orkestar. Notevole è anche The Rip Tide. E a seguire, volendo e potendo si può proseguire… Fidatevi, meritano.

 

Angelo Villa

 

 

 

di Ivano di Matteo

Gli equilibristi

Italia 2012

Distribuzione: Medusa Cinema

Produzione:Marco Poccioni, Marco Valsania

Sul filo della fame

Fa soffrire vedere un uomo senza sguardo che vaga in mezzo alle luci anonime della città. Con le mani in tasca, le curve irrigidite del corpo sottile, la fronte spinta in avanti dalle preoccupazioni, le gambe pesanti che cercano equilibri perduti del tutto.

Perché lui, lasciato dalla moglie, deve separarsi fisicamente da lei e quindi dai figli, deve abbandonare lo spazio comune, viene messo fuori dalla porta. Fuori. Una storia che inizia da una fine, una delle tante che di questi tempi mette in bilico l’eterno legame promesso al matrimonio. Ma l’interesse non punta alla relazione ed ai suoi cattivi esempi, poco importa come e perché sia scattata la crisi coniugale; ad importare, anzi a preoccupare è proprio ciò che inizia dopo la fine del matrimonio.

Il ritratto dell’evento è talmente quotidiano da parere un documentario: i litigi tra i coniugi, il pianto dei figli, il distacco, la ricerca per lui di un altro posto dove stare per ricominciare.

La bellezza del film sta nel lento progredire della fame vasta, sempre più vasta di un seppure minuscolo stato di benessere. Perché lui, il marito, che fa l’impiegato alla poste, non ce la fa a reggere il peso economico della separazione, non ha i soldi per permettersi un buco dove dormire, a stento mette tra i denti un pezzo di pane. Le immagini parlano davvero tanto e lo fanno con la dura delicatezza dei primi piani del volto del protagonista, il suo “paesaggio dell’anima” come direbbe Edgard Morin, ci porta lentamente nel più buio dei tunnel, quello dove la mancanza del necessario a vivere taglia le gambe al desiderio, all’identità, ai legami. Questa è una visione sociale postmaterialista; hai voglia a parlare di ipotesi, di scelte, di astrattismi, qui se non si mangia non si pensa e non si ama: la durezza degli occhi dell’uomo, ormai fuori traccia, non viene ammorbidita neppure dal grido della figlia, dal suo amore che implora. Lo svuotamento del sé, l’intorpidirsi degli organi del sentire fa riflettere. E ancora poco importa che la regia preferisca dare alla storia un happy end – che forse salva l’emotività straziante dalla tragedia. Importa che queste immagini su uno dei malesseri sociali del nostro tempo, sanno essere poetiche. Da vedere per viaggiare nel cupo corollario delle separazioni.

Cristiana La Capria

 

di Thomas Vinterberg

Il sospetto

Danimarca 2012

Distribuzione: BiM Distribuzione

Produzione: Sisse Graum Jørgensen, Morten Kaufmann, Thomas Vinterberg, Zentropa Entertainments, Film i Väst

Non credere alle credenze

Non è vero, non è vero, non è vero. Non è affatto vero! Ecco cosa ti viene da urlare mentre sei spettatore in sala e assisti impotente alla falsa confessione della bambina bionda con gli occhi azzurri che incolpa il suo maestro di asilo di avere superato il limite della decenza. La bambina accusa sottovoce il bel maestro di averla toccata. E tu, ancora: non è vero, non ha commesso nessun errore, nessun orrore, io ho visto, io c’ero, ho assistito ai fatti: tu, piccola, te la sei presa perché il maestro non ha ricambiato il bacio che gli hai stampato sulle labbra e ha persino respinto il regalo che avevi nascosto nella sua giacca. Tu, piccola, ti sei presa una pericolosa vendetta e lo hai incolpato di ciò che lui non ha neanche potuto immaginare.

E ’ambientata in una fiabesca comunità danese questa storia di ribaltamento della realtà che fa molestare con accuse e ingiurie colui che è accusato di molestie. Il molestatore è in realtà molestato dal sospetto che va allargandosi a cerchi concentrici invadendo le menti di tutti gli abitanti. Ora il paesaggio della Danimarca, stupefacente di bellezza per i boschi di autunno, fa ribrezzo perché si offre come palcoscenico di una violenza invadente e inquietante che la massa impone al singolo, a lui, al maestro che domanda “Cosa avrei fatto, io ?” Nessuno lo sa di preciso, nessuno, ma ciò che conta è che la bimba ha parlato e i bambini, si sa, dicono sempre la verità, non è vero?

La cinepresa sta addosso al profilo del protagonista, alla sua intensa e inconsapevole bellezza di buon educatore che nel giardino dell’asilo brilla tra le facce divertite dei bambini che lo cercano, lo amano e si illuminano alla sua presenza. E noi dobbiamo osservare bene quel bagliore educativo perché andrà a scurirsi; noi siamo chiamati ad essere testimoni del passaggio atroce che il maestro è costretto a fare verso l’Inferno delle accuse insistite, indimostrate, imposte e irrigidite nello stucco della dannosa credenza, di quella dannosissima credenza: i bambini sono anime pure e innocenti e ciò che affermano è verità. Parlare delle immagini nuoce al film; esso va assorbito con lo sguardo, capito con la pancia. Perché è un ottimo tuffo nel potere devastante del sospetto ed agisce come una lama dissacrante nella carne dell’immagine dell’infanzia esibita con la sua malizia, i suoi riverberi seduttivi. Da vedere per arrabbiarsi e difendersi dal senso troppo comune della realtà.

Cristiana La Capria