Scelti per voi

a cura di Antonio Maria Ferro Giovanni Jervis

la bottega della psichiatria

Bollati Boringhieri, Torino, 1999pp. 235, lit. 55.000

a cura di Giovanni Jervis

Il secolo della psicanalisi

Bollati Boringhieri, Torino, 1999pp. 258, lit. 55.000

Patrick J. Mahony

Freud e dora

Einaudi, Torino, 1999 pp. xxx, lit. 28.000

Alain Ehrenberg

La fatica di essere se stessi

Einaudi, Torino, 1999, pp. 320, lit. 36.000

Il testo a cura di Jervis e Ferro La bottega della psichiatria, si inserisce nel dibattito cui è dedicata la parte monografica di questo numero. Intendiamo soffermarci in particolare su due aspetti del testo.

Il primo è determinato dal tentativo di porre ordine nell’agire psichiatrico a partire dall’esperienza di un dipartimento di salute mentale. L’immagine che ne emerge è quella di una certa frammentarietà, quasi sia difficile ritrovare oggi delle idee cliniche forti su cui l’agire possa fare perno. Allora il filo che tiene uniti i contributi sulla crisi piuttosto che sul trattamento degli psicotici appare tenue, quasi rimandato all’orientamento dei singoli autori che cercano di collegare l’esperienza e dotarla di senso, con buoni contributi sullo stato dei servizi, sul percorso compiuto da questo dipartimento di salute mentale di Savona, ma con una difficoltà a rendere trasferibile l’esperienza, a dotarla di un pensiero forte (riuscendo però ad evitare le secche rappresentate dall’attuale imperio del DSM IV, e almeno questo è un merito metodologico). Allora il contributo di Jervis sulla psicoterapia assume tutt’altra dimensione. Può fungere da vero filo conduttore di tutto il testo, quando sottolinea l’astrattezza di certi dibattiti sulla psicoterapia nei servizi pubblici per invitare a fare i conti con operatori concreti, portatori di diversi indirizzi formativi, di differenti percorsi ed esperienze e quindi cercare di comprendere in ogni servizio cosa farsene di queste diversità, come fare i conti con presenze di orientamenti a volte lontani. L’invito è quello di piegare le competenze verso il servizio e di far in modo che i servizi tengano conto delle differenze. Una proposta forse modesta e minimale, ma che potrebbe indicare una possibilità in assenza di idee forti sia a livello clinico che organizzativo sui servizi di psichiatria, e che potrebbe portare ad un ripensamento della clinica.

Sempre a cura di Jervis il testo Il secolo della psicoanalisi ha suscitato un grosso dibattito sulle pagine domenicali de Il sole 24 ore, che a nostro parere si è rivelato alquanto riduttivo rispetto al testo, portando alla creazione di fazioni opposte sulla vita o la già avvenuta morte della psicoanalisi. Il testo è ben più ricco e problematico articolando un percorso storico più o meno condivisibile ma mai riduttivo. Comprendere ad esempio le vicissitudini della deriva psicoanalitica negli Stati Uniti può rivelarsi importante per farsi un quadro delle contraddizioni con la psichiatria in cui la psicoanalisi si è trovata a muoversi. Il capitolo di Speziale Bagliacca sull’etica apre un confronto interessante sui temi della colpa e della responsabilità. Il quadro che ne esce è quello di una ancora attuale vitalità della psicoanalisi, ancora capace di segnare l’illusorietà dell’autotrasparenza del soggetto a se stesso che dominava l’ideologia di inizio ‘900. Certo, la eccessiva importanza data ad alcuni filoni “revisionisti” può apparire come un limite del testo, ma può anche essere letta come necessità di fare i conti con questi filoni di lavoro.

A questo proposito la pubblicazione del testo di Mahony, Freud e Dora, sul caso clinico di Dora, a diversi anni di distanza dall’edizione originale inglese, si inserisce nel percorso di un ripensamento critico. Pur rilevando a volte nel testo un eccesso di acribia, come rileva anche Steiner nell’introduzione, è un testo utile ad una riflessione storica sulla clinica psicoanalitica e sui rapporti con l’ortodossia freudiana. Il rilievo dato al controtransfert di Freud indica una necessità oggi impellente, che è quella di interrogarsi sul desiderio del curante, che potremmo chiamare desiderio dell’operatore nei servizi e che ci riallaccia al primo testo recensito.

A lavoro ormai concluso, vorrei aggiungere alcune note su un testo ancora più recente, quello di Alain Ehrenberg La fatica di essere se stessi, dedicato alla depressione interrogandosi sulla dimensione “sociale” del sintomo. Legando questa risposta ad un mutato clima sociale, in cui alla colpevolezza e alla disciplina si sono sostituite la responsabilità e lo spirito di iniziativa individua nella depressione l’altra faccia della medaglia di questo mutamento. Quasi che la depressione sia il sintomo che permette una identificazione a livello sociale per soggetti che non ce la fanno, chiave di risposta già lì, presa in prestito a livello sociale come identità “data” che permette al soggetto di elidersi in modo socialmente accettabile. L’intreccio tra patologia e individuo tra patologia e società, e modi socialmente accettati e riconosciuti di esprimere la sofferenza si rileva meno scontato di quel che potrebbe apparire, indicando una direzione di lavoro che tenga conto della frammentarietà e provvisorietà del sapere psichiatrico, cercandone i limiti e accettandoli per poter lavorare sulla malattia mentale, evitando di esaurire il soggetto in etichette diagnostiche, ricercando linee di lavoro che nella frammentarietà sappiano riconoscere una dimensione di limite che forse è inutile cercare di forzare, per permetterci di incontrare i soggetti che si rivolgono ai servizi di salute mentale.

(A. Cozzi)

a cura di Lorena Preta

Nuove geometrie della mente

Il Mulino, Bologna, 1999, pp. 200, lit. 28.000

“Nuove geometrie della mente” è una raccolta di saggi che affrontano le problematiche riguardanti l’incontro nuovo e misterioso (“sconcertante” secondo Lorena Preta) tra psicoanalisi e bioetica. Sempre più frequentemente, nota l’autrice, ci si imbatte, all’interno della situazione psicoanalitica, in persone che hanno fatto esperienza di qualche applicazione biotecnologica (ad esempio, il trapianto d’organo o l’inseminazione artificiale).

Il libro nasce dall’esigenza di aprire uno spazio di dibattito e riflessione, per arginare e portare in alvei più conosciuti e pensati i mille rivoli che le opportunità tecnologiche forniscono. “E’ necessario” secondo l’autrice ‘,’trovare un ancoraggio con i fantasmi inconsci che pure stanno alla base di ogni nostro agire e pensare”. Si riscontra, in questo senso, il bisogno di trovare un luogo di riflessione comune, uno spazio condiviso, che ponga psicoanalisti ed esperti di bioetica nella condizione di sovvertire l’ordine che sembra dominare l’epoca della complessità scientifica: un ordine in cui l’azione sembra aver preso il sopravvento rispetto al pensiero (nelle scienze, ma non solo).

11 libro si suddivide in tre parti: nel primo gruppo di saggi viene specificata l’impostazione generale della problematica del rapporto psicoanalisi/bioetica; il secondo corpo di scritti concentra l’attenzione sul rapporto tra il vissuto del corpo e la sua relazione con la norma sociale. La terza e ultima sezione affronta il riesame di alcune concettualizzazioni psicoanalitiche, sulla base di problematiche sorte dalle nuove frontiere valicate dalla bioetica. Lorena Preta pone con forza l’accento sul bisogno di una nuova e ampia riflessione, che consenta di ripristinare l’oscillazione mentale tra conosciuto e ignoto, evitando così che l’evidenza dell’accaduto
metta in un angolo la mente e ne renda muti i propri contenuti. “Svelare –  come afferma Fausto Petrella nel suo intervento, che è assai condivisibile – la connessione esistente tra gli affetti più intensi e anche la più fredda e ripetitiva conoscenza scientifica. La fonte della connessione sta nella vita fantasmatica inconscia del ricercatore stesso”. La raccolta di saggi è ricca e interessante, foriera di interrogativi e spunti, e risulta di godibile lettura.

(G. Benzoni)