Scelti per voi

Franco Borgogno

PSICOANALISI COME PERCORSO

Bollati Boringhieri,Torino 1999, pp. 240, lit. 48.000

“Non porre sentimenti alieni nel cuore di un altro e neppure parole a lui estranee nella sua bocca”. Questa citazione ripresa da G. Kohon riassume pienamente il senso del percorso che Borgogno propone nel suo libro.

Il volume è una raccolta di saggi scritti dall’autore a partire dal 1981. L’idea che percorre, sotterranea e costante, il corpo degli scritti è che ogni processo di creazione necessiti di tempo. Nei  saggi dedicati a Freud, Borgogno evidenzia come il Freud scrittore anticipi il teorico e il clinico. Ogni idea, ogni processo creativo, per nascere, ha bisogno di una risposta emotiva favorevole. Borgogno vuole affermare, contrastando una certa tradizione psicoanalitica, che il pensiero non nasce da sofferenza e frustrazione ma dall’accoglienza e dall’incontro, ingredienti basilari di quell’ambiente facilitante che manca al bambino deprivato (lo “Spoilt Children” oppure il bambino saggio, che subiscono gravi carenze di accudimento empatico da parte delle figure principali dell’infanzia), sottolineando la massima centralità che assume un ambiente favorevole (per il bambino, un empatico e autentico care-giver).

Il percorso proposto da Borgogno parte dalla riscoperta di un primo Freud autentico pioniere, lontano dal cliché e dagli stereotipi, per arrivare, attraverso Melanie
Klein e Bion, alla rivalutazione del pensiero di Paula Heimann e di Sandor Ferenczi. E’ anche il viaggio di uno psicoanalista appassionato, che non adotta il sapere come strumento rassicurante e precostituito, ma come esortazione e attenzione ad un incontro autentico con l’altro. E’ un viaggio in cui storia della psicoanalisi e pensiero dell’analista si intrecciano continuamente, in cui “l’analista, comunque, se vuole essere tale, deve possedere dentro di sé il senso di un futuro transitabile a tappe”.

 

(G. Benzoni)

Remo Bodei

Le logiche del delirio

Ragione, affetti, follie

Editori Laterza, Bari, 2000 pp.144, lit. 18.000

Il testo si inserisce in un programma dì lavoro di Bodei iniziato anni fa, e i cui risultati più rilevanti possiamo reperire in opere come Geometria delle passioni o Ordo amoris, teso allo studio delle passioni e di quei fenomeni – come le ideologie politiche – in cui la razionalità non sembra godere del diritto di cittadinanza. “Tale progetto è soggettivamente giustificato dalla convinzione che la tendenza forse più illustre della filosofia moderna, il cosiddetto “razionalismo” entrato nel senso comune, volendo imitare i successi delle scienze matematiche e fisiche, abbia perseguito un modello di rigore improponibile nel mondo umano. Non potendolo rinvenire al suo interno, ha abbandonato larghe e decisive zone dell’esistenza individuale e sociale ai rovi dell’ignoranza. Il libro tenta di decifrare le forme in cui il delirio si organizza, costringendo la ragione a riconoscersi come una famiglia di procedure “che rinviano a un ceppo comune e che, per evolversi, deve accettare continue sfide”. Queste sfide non possono ridurre il delirio alla natura, ma si assumono il compito di decifrare le logiche che lo organizzano, gli orizzonti di senso in cui il delirio si inscrive. Il testo parte dall’analisi di alcune congetture presenti in Freud, per poi arrivare ad un confronto con la psichiatria del Novecento, privilegiando sempre un taglio filosofico, sempre attento ad evitare logiche rigide che rischiano di definire il delirio escludendo il soggetto che delira. Quel che viene definito è il confine di un insieme, una logica di appartenenza che non esaurisce il discorso, ma lo rinvia all’incontro con un singolo soggetto, al caso particolare che l’insieme definisce come appartenenza ma non esaurisce. Quelli che si ottengono alla fine sono frammenti di verità, ipotesi, enunciati che servono a ricostruire e interpretare il linguaggio del delirio. La ricombinazione di questi elementi, il loro incastro e la loro riformulazione sono affidati al linguaggio e all’esperienza di ciascuno che si confronta con il delirio.

 

Zygmunt Bauman

La solitudine del cittadino globale

Feltrinelli, Milano, 2000, pp.232, lit 40.000

Il problema della sicurezza dei cittadini è uno dei temi centrali del nostro tempo. Non che sia sorto solo oggi, Bauman ne individua le radici nel passato e le varie soluzioni date dai governi a questo problema. In fondo il problema di tutte le società è sempre stato quello di coniugare libertà e sicurezza, e come evitare di appiattire i due corni del dilemma. La sicurezza rimanda alla radice del termine che è sine cura, assenza di cura, non curarsi dell’altro, di ciò che rimane fuori. Ma se questo è un rimando legittimo non è l’unico ed oggi il tema si coniuga ad una generale percezione di insicurezza. Le conseguenze quotidiane di quella che viene chiamata globalizzazione, l’introduzione massiccia di nuove tecnologie nel lavoro e nella vita, hanno comportato mutamenti nella percezione della società che non si legano con questi eventi in un rapporto di causa effetto, ma che sono il frutto di scelte politiche sintetizzabili nel dominio del mercato e nella cosiddetta fine della storia come quadro ideologico in cui i mutamenti si sono inseriti. Ad una paralisi politica cui fa riscontro l’impotenza collettiva, si contrappone un localismo in parte sterile che accentua non solo l’assenza di cura, ma articola i problemi in termini difensivi, chiudendosi a riccio nella difesa di una comunità spesso più vagheggiata, che reale, una conventio ad excludendum, che ritaglia l’identità su un dentro che trova le sue ragioni contrapponendosi ad un fuori percepito come minaccioso. Da questo quadro emerge il nodo di fondare la cittadinanza su altre basi, di fare i conti con l’insicurezza come elemento centrale determinato da scelte politiche che hanno condotto al senso di solitudine e di precarietà. La solitudine e la precarietà non possono essere vinte solo concentrandosi sul tema della sicurezza personale, il percorso di Bauman propone di ripartire dal tema della responsabilità, come dimensione di apertura verso l’altro. Tema già affrontato dall’autore nel suo libro sull’olocausto, primo a mettere in luce la corresponsabilità dei cittadini comuni in quella tragedia collocandola come una possibilità inscritta nella logica implicita di sviluppo dell’occidente, e non come mero accidente storico o corpo estraneo da cui ritrarsi, ma evento con cui fare i conti. Rimane il dubbio che forse. Il percorso sia più accidentato di quel che sembra a prima vista e che i nodi della pars costruens, se non vogliamo appiattirci sull’ideale, siano più difficili e intricati di quel che appare.

 

Franco Rella

Ai confini del corpo

Feltrinelli, Milano, 2000, pp.256, lit. 40.000

Il rapporto che intratteniamo con il corpo, con il biologico è un rapporto giocato tutto tra l’essere e l’avere. Fingiamo per tutta la vita di avere un corpo, dimenticando spesso, se non sempre, di esserlo. La malattia, il dolore, la sofferenza, ci rimandano ad uno scacco, ci riportano all’essere un corpo che era dimenticato a favore di un avere, di una immagine che faticosamente ci strappa al rapporto con la materia. Anche un testo di anni fa dedicato al corpo da Galimberti, escludeva la vecchiaia, la malattia, poichè l’immagine, il registro dell’avere dimostrano la precarietà dell’equilibrio su cui è costruito il nostro abitare il mondo. Anche i tentativi di Susan Sontag di riflettere sulla malattia, lasciavano alla fine un che di inconcluso, quasi un abbandono alla medicina abolendo le metafore del corpo, metafore che però sostengono il registro dell’avere un corpo e sono essenziali per sostenerci come proiezioni nel mondo. Nodo difficile da affrontane e però ineludibile all’interno di una dialettica costitutiva dell’essere umano. Il corpo come elemento del reale, che non si piega alle spiegazioni, che sfugge alle determinazioni che cerchiamo di costruire, il corpo muto, ma proprio perciò alla ricerca di un linguaggio che lo ritagli rispetto alla natura. Il lavoro di Rella si spinge ai confini di questa esperienza del corpo, ritrova nella letteratura e nella cultura nessi nascosti, legami tra vita e morte che danno parola a questa esperienza, che cercano di indagare e mostrare l’enigmaticità di questo legame con il corpo. Un lavoro che a volte dà un’impressione di frammentarietà, ma che forse è un riverbero della stessa frammentarietà di questa esperienza se non si vuole scivolare in facili soluzioni, se si vuole mantenere la dialettica tra essere e avere, a cui accennavamo all’inizio, che costituisce l’enigma del nostro corpo.

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