Scelti per voi

Alfonso M. Iacono

AUTONOMIA, POTERE, MINORITA’

Feltrinelli, Milano, 2000, pp.176, lit. 35.000

Il testo indaga quel rapporto di dipendenza che ci lega alla visione consueta, all’incapacità di mutare il punto di vista, al legame di prigionia con un altro, allo stato di minorità. Ma che cosa impedisce oggi di uscire da questo stato, è davvero solo un problema di cattiva volontà, o, che è la stessa cosa, di assenza di volontà?

Iacono individua nel bisogno di sicurezza una grossa molla che porta a rinunciare all’autonomia per privilegiare la sicurezza. A questa sine cura, assenza di cura verso sé e il mondo, per rimanere nel già noto di una prigione dorata, l’autore contrappone una linea che potremmo riassumere come curiosità, atteggiamento di ricerca verso il mondo, passaggio all’autonomia marcato da due elementi che individua nei lavori di Platone e Aristotele da una parte, e nel lavoro di Freud dall’altra.

I due elementi sono unheimlich e thaumazein, il perturbante e la meraviglia.

“L’esser perturbati e il meravigliarsi costituiscono i due momenti, di disorientamento e insicurezza, che tuttavia permettono di vedere il mondo, compresi noi stessi, con altri occhi, di cogliere all’interno del proprio contesto di osservazione, ma come dall’esterno, ciò che è familiare, e che appare ed è vissuto come ovvio, rassicurante, non problematico.”

(A. Cozzi)

Luciano Mecacci

Il caso Marilyn M. e altri disastri della psicoanalisi

Laterza, Bari, 2000, pp.205, lit. 24.000

Il testo di Mecacci può suscitare una prima reazione di fastidio, quasi di intolleranza da parte di chi lavora in campo psicoanalitico. In fondo è facile elencare una serie di disastri terapeutici, e su quello costruire l’inconsistenza di una teoria, e il lavoro potrebbe essere agevolmente fatto per altre teorie psicologiche a partire dai loro risvolti terapeutici. E il testo potrebbe essere chiuso qui liquidando la faccenda come l’ennesima provocazione verso e contro la psicoanalisi.

Credo però che il testo di Mecacci contenga alcuni elementi di riflessione che non possono essere accantonati perché fastidiosi. Il primo riguarda quegli intrecci familiar professionali che appaiono illustrati in schemi avvincenti, e che inducono a riflettere se queste costellazioni non indichino un nodo inesplorato della psicoanalisi, quello dei rapporti di potere all’interno delle associazioni psicoanalitiche che in altri modi recentemente anche Kernberg ha cercato di interrogare. Questo si salda con una possibile riflessione sulla solitudine del lavoro analitico e sulle conseguenze, invero poco indagate che comporta e sugli esiti a cui può portare.

Il secondo elemento di riflessione è quello dei rapporti tra psicoanalisi e scienza. Il caso Gershwin è in tal proposito illuminante, ma andando oltre lo scandalo di un errore diagnostico, il problema di questo rapporto rimane, e i recenti tentativi nonché inviti di Kandell a riflettere sul rapporto con le neuroscienze ci sembrano una strada da seguire.

Altri spunti sono presenti nel testo, se si è in grado di andare oltre il fastidio per usarlo come un invito tutto sommato serio a riflettere sulla cura analitica, vista anche dall’interno attraverso i legami che uniscono la comunità analitica e che troppo spesso non vengono interrogati.

(A. Cozzi)

Sandro Onofri

REGISTRO DI CLASSE

Einaudi, Torino, 2000, pp.100, lit. 13.000

Roma, 16 ottobre 2000, piazza della Repubblica.

E’ il giorno della manifestazione dei COBAS, sindacati autonomi degli insegnanti. Mi cade l’occhio su alcuni striscioni, leggo frasi del tipo: “più dignità per l’insegnamento”, “no allo sfruttamento degli insegnanti”, e cose del genere.

Trovo abbastanza curioso che la manifestazione parta da piazza della Repubblica, proprio accanto alla sede di lettere della Terza Università di Roma, dove in quel momento i professori universitari
sono impegnati nella sessione d’esame di ottobre. Da una parte maestre elementari e d’asilo, professori di medie e liceo, la parte meno pagata dell’insegnamento; dall’altra i professori universitari con stipendi più alti, meno ore di lavoro ed altri innumerevoli vantaggi. Mi vengono in mente a questo punto alcune parti del libro di Sandro Onofri, “Registro di classe”, Einaudi 1999, ultima opera dello scrittore romano, che nel 1999 è prematuramente scomparso. Onofri era professore di lettere in un liceo di Pomezia, in provincia di Roma, ed il libro è una sorta di diario di un anno di scuola, un docente che riflette sul proprio operato mentre lo attua. Il libro è concluso da tre appendici, tre articoli che l’autore aveva pubblicato sull’Unità il 31 maggio e il 20 giugno 1998, e sul Diario della settimana del 21-27 maggio1997. La prima di queste appendici, l’articolo “Il destino dei prof.: ubbidire”, forse è la parte del libro che più significativamente esprime le idee di Onofri sugli insegnanti, sulle riforme scolastiche attuate e attuabili, su ciò che si poteva fare e non si è fatto, su ciò che si potrebbe ancora fare.: << (…) Che non lo sappiamo noi chi sono i professori? Sono tutti raccomandati, sono troppi, sono comunisti, sono terroni, vanno a simpatie, non sanno come gira il mondo, sono i sacerdoti della banalità, gli appaltatori dell’ovvio, i sabotatori di ogni innovazione, buoni soltanto a soffocare ogni genialità, a mortificare la cultura, sono la palla al piede del nostro correre a un magnifico futuro, sono i seviziatori della creatività dei nostri giovani, sono mezzemaniche, sono i prof. Questa, grosso modo, è la considerazione di cui la classe docente (…) gode nel nostro paese: un’accolita, poco più poco meno, di profittatori incompetenti.>>. Sandro Onofri non è, comunque, un professore sfiduciato, rassegnato. Ciò che traspare dal suo libro è sempre un amore assoluto per il proprio mestiere, un amore a volte quasi antico, anacronistico, tanto da far sottotitolare all’amico giornalista Massimo Onofri l’articolo sull’omonimo Sandro “Spietati indizi di un uomo antico innamorato della scuola”. Leggo alla data 7 dicembre:<< Ecco: è mezzogiorno, è un autunno di sole fresco, ho appena perso una partita di calcetto con i miei studenti, e adesso sono qui a ridere con loro che fanno i buffoni e mi prendono in giro. Esiste un mestiere più bello del mio? >>. L’opera in questione è un diario scritto giorno per giorno, neppure rivisto e sistemato a causa della prematura scomparsa dell’autore: la forza del libro è proprio nel mostrare gli stati d’animo del docente senza filtri letterari, senza correzioni allo stile, senza adattamenti per la pubblicazione. Onofri guarda ai processi di apprendimento dei ragazzi, cerca di comprendere la diversità di ciascuno di loro, e quindi la diversità dei risultati che si ottengono. C’è nel libro la denuncia di una società che non accetta le differenze, di una società che presenta per tutti i medesimi obiettivi, come se tutti fossero uguali, come se a tutti lo stesso obiettivo fosse appropriato: << Siccome nessuno è in grado di stabilire cosa sia l’intelligenza, se ne ha in genere una concezione solo quantitativa.( … )>>. Davvero, l’intelligenza è un mistero diverso per ognuno, che non può rincorrere traguardi predefiniti e non si può quantificare. Aveva dubbi Onofri sul reale valore del suo insegnamento e solo adesso, forse, si comprende il suo amore per i libri, e la sua convinzione che il libro potesse essere cultura, studio, diletto, ma soprattutto un’esperienza, un modo di affrontare la vita. Il libro è un oggetto senza tempo, senza storia, portatore sempre di messaggi, di emozioni, di idee. Le pagine forse più belle del libro sono quelle sul dialetto, sulle regole a volte restrittive (o solo sentite tali) della grammatica, e su come con l’uso del dialetto i ragazzi riescano a scrivere per la prima volta cose diverse, personali, sentite.

Scrive Onofri: <<Parecchi miei alunni … considerano la scrittura come la galera seicentesca, … Così, per farli sentire più a casa loro e non in cella …., ogni tanto decido di aprire i cancelli e li lascio liberi di scrivere senza regole, così come si sentono, con una traccia molto labile, e con una lingua il più possibile vicina a quella che usano parlando. Anche in dialetto se ne hanno bisogno. I risultati, in questi casi, sono spesso interessanti, e qualche volta sorprendenti, perché accade che i più somaroni se ne escano con testi originali e pieni di invenzioni.>>. Onofri non ha nessuna pietà per i professori nullafacenti, per <<quelli che è tutta fatica sprecata (…); quelli che la loro materia la sanno così, non c’è mica bisogno di studiare (…); quelli che per questi qui, quello che so basta e avanza>>.

Anche le critiche ai ragazzi, al loro qualunquismo e alla loro cronica assenza di curiosità non sono tenere. Vi sono pagine di assoluta disperazione, in cui l’autore sembra affranto dall’incapacità dei suoi alunni ad avere interessi, anche al di fuori della scuola, dalla loro ricerca continua della calda, sicura noia, come impauriti, anzi terrorizzati, dalle novità, dai sentimenti forti, intensi. L’immagine che l’autore ci dona della ricca, borghese e grassa provincia romana è per certi versi impietosa: ad osservare come si è ridotto l’hinterland romano, a quale punto di crassa ottusità è giunta quella che un tempo era la parte povera della città, non si può non pensare al sogno infranto, all’innocenza perduta dei “Ragazzi di vita” di Pasolini, che di Onofri è pur sempre un maestro, quando si rese conto che il proletariato romano, ipotetico soggetto rivoluzionario, era caduto nelle grinfie corruttrici della piccola borghesia. Ora che il problema economico non sussiste, ora che non esistono più evidenti differenze di classe, è rimasta un’indifferenza alla cultura, ma anche per certi aspetti una indifferenza alla vita, a contrassegnare l’esistenza di questi ragazzi.

L’opera non è certo perfetta: troppe sono, come già detto, le ripetizioni e troppi sono anche i luoghi comuni sui professori, sulla scuola e sugli alunni. Il libro però si pone sempre come un tentativo di ricerca, da parte dell’autore, di quella zona d’ombra, la zona, per così dire, di avvicinamento se non di contatto tra il professore e il ragazzo, che per Onofri è l’obiettivo primario e vitale dell’insegnamento. La comprensione della diversità, la capacità di capire il momento storico e sociale, l’attenzione al processo più che al risultato dell’apprendimento sono indirizzate verso quella zona, quel luogo oscuro e affascinante, dove il messaggio può essere recepito, il rapporto può essere instaurato, e dove veramente acquista un valore il lavoro del docente.

Questa nota di speranza nella ricerca è il messaggio più grande che ci lascia il libro.

(D. Comberiati)

Gianfranco Staccioli

Il gioco e il giocare

Carocci, Roma, 1998, pp.230, lit. 28.000

Anche recensire un libro è … un gioco?!  Ci si potrebbe provare ad analizzare l’operazione, a cercare quali ne siano le regole, quali gli aspetti di simulazione e simbolizzazione, quale la valenza catartica quanto grande la valenza “economica”.

Si tratterebbe di intraprendere un percorso che potrebbe portare molto lontano … fino, forse, a concludere che non vi sia nulla nell’umano e nel sociale  che non abbia dentro, anche nelle sue manifestazioni più negative, persino funeste, qualcosa di ludico, di giocoso o comunque strettamente connesso al gioco, un gioco importante quanto la vita intera. Il gioco in senso stretto è, però, qualcosa di impegnativo, che si sviluppa progressivamente, che appaga, che ha un inizio e una fine e che, tuttavia, può divenire, di volta in volta sempre più articolato e complesso. Può persino sembrare una metafora dell’educazione e forti, ad esempio, possono essere i legami, secondo Staccioli, tra attività ludica infantile ed apprendimenti scolastici.

Il volume prende avvio dal rapporto che il gioco ha avuto nell’eredità classica con le istituzioni educative, segue una impostazione suggerita, alla fine del Seicento, da Fénelon e propone alcune suggestive analisi della struttura dei giochi di lunga tradizione. Di questi giochi mostra lo stretto intreccio con la cultura del tempo  e col vivere sociale e le sue regole. non sempre pienamente e coscientemente comprese dai giocatori o dagli educatori. Saper giocare, conoscere i giochi, insegnarli ad altri, è, dunque, importante. Ma se il gioco viene isolato dal sociale, insiste l’Autore, ne risulta monco e rattrappito: il testo mostra come il gioco ed il giocare offrano l’occasione di comprendere se stessi in un contesto protetto, di provare dei “come se”, sempre più ampi, per essere
dei “giocatori” della vita e nella vita, attenti, consapevoli e divertiti. A proposito: chi ride molto, secondo una recente ricerca, è colpito da tumori per circa il 50% in meno di quelli  seriosi e refrattari al riso … e al gioco!

(S. Guida)